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È una delle chimere della ricerca chimica attuale e un sogno per tutti coloro che sperano in un prossimo futuro molto più rispettoso dell'ambiente: una plastica non ricavata dalla raffinazione del petrolio ma dalla lavorazione di materiali vegetali.
Un deciso passo in avanti in questo senso è stato fatto grazie a una ricerca di un istituto statunitense, il Pacific Northwest National Laboratory, in collaborazione con il Dipartimento dell'energia. Secondo quanto riferiscono gli autori sulla rivista "Science" di questa settimana, si tratta di un metodo di raffinazione del glucosio, presente ovunque nelle piante, che consente di ottenere una sostanza - l'idrossimetilfurfurale, o HMF - che rappresenta il "mattone elementare" con cui è possibile produrre materiali plastici con tecniche standard.
Finora la difficoltà di questo tipo di processi chimici stava nella bassa resa e nella produzione di un prodotto di scarto, l'acido levulinico, difficile e costoso da smaltire. Tale circostanza rendeva tali lavorazioni poco competitive rispetto a quelle a base di petrolio. Il nuovo metodo di produzione, viceversa, sembra produrre sostanze di scarto solo in tracce, risultando così anche economicamente conveniente.

Data: 18/06/2007
Fonte: Le Scienze on line

Fiori e piante capiscono se accanto a loro cresce un vegetale della stessa specie o un 'estraneo': lo rivela una ricerca canadese. Se costrette a convivere con un arbusto di famiglia diversa, infatti, sviluppano radici molto più lunghe e robuste, dimostrando un atteggiamento più competitivo di quello che riservano ai loro simili.
Susan Dudley e Amanda File dell'Università McMaster in Ontario (Canada) sono giunte a questa conclusione dopo aver condotto un esperimento sulla 'Cakile edentula', una pianta comune nel Nord America. Le studiose hanno preparato diversi vasi, ciascuno contenente quattro pianticelle. Poi alcune sono state sistemate accanto a esemplari della stessa specie, altre, invece, vicino a varietà diverse dalla propria. Dopo due mesi, hanno notato che le Cakile cresciute in mezzo a vegetali estranei avevano prodotto una massa di radici molto più consistente delle altre. La presenza di 'sconosciuti' ha, infatti, stimolato nelle piantine un atteggiamento competitivo: in pratica una gara per conquistare più spazio e acqua. Mentre gli esemplari cresciuti 'in famiglia' hanno preferito spartire equamente le risorse.
Che i vegetali abbiano una vita sociale non è una novità. Da tempo si sa che due piante, se chiuse in spazi ristretti, lottano per accaparrarsi più nutrimento, allungando le radici. Ma l'abilità d'individuare esemplari con il loro stesso patrimonio genetico, è una vera scoperta. Il meccanismo alla base del riconoscimento però non è ancora chiaro. Una delle ipotesi è che ogni pianta rilasci nel terreno un segnale chimico riconoscibile dai suoi simili, una specie di 'richiamo' per i parenti. È anche possibile che i vegetali captino la presenza dei familiari grazie al riconoscimento di specifiche proteine da cui è costituito il loro sistema immunitario, come per altro avviene tra gli animali. Ma gli scienziati ancora non si sbilanciano.

Per fortuna a scriverlo è Science, altrimenti sarebbe dura da credere. Eppure è così: un gruppo di scienziati dell'Università dell'Oregon ha scoperto che - almeno negli Stati Uniti - pagare le tasse e fare della beneficenza provoca un piacere paragonabile a quello che si prova nel placare i morsi della fame con una torta al cioccolato.
I tre studiosi - uno psicologo cognitivo e due economisti - hanno chiesto a 19 donne di sottoporsi all'esperimento in cambio di 100 dollari. Stese su un lettino, collegate all'apparecchio per la risonanza magnetica funzionale, le donne dovevano controllare sul monitor del computer il trasferimento di una parte dei loro fondi a una locale organizzazione di volontariato. In un primo caso si trattava di una attività obbligatoria, come del resto è il pagamento delle tasse, in un secondo caso, invece, le signore avevano la facoltà di scegliere se inviare o no dell'ulteriore denaro, indicando anche l'ammontare prescelto. Grazie alle tecniche di imaging, i ricercatori hanno scoperto che ad attivarsi, al momento del bonifico, erano due aree cerebrali, il nucleo caudato e il nucleo accumbens, le stesse che si accendono quando viene soddisfatto un bisogno primordiale, come il mangiare o l'avere rapporti sociali. Le due aree risultavano ancora più attive quando le signore decidevano di donare liberamente una parte del loro denaro all'organizzazione benefica.
"Ma la sorpresa è stata osservare che anche quando il pagamento è obbligatorio, le due aree sono attive", dice uno degli autori, William T. Harbaugh, professore di Economia e membro del National Bureau of Economic Research a Cambridge, Massachusetts. "Guardando nel cervello delle persone, abbiamo letteralmente visualizzato quello che molta gente sostiene: pagare le tasse non è pesante, purché i soldi siano spesi bene per la comunità", continuano i tre. Naturalmente lo studio lascia aperti ancora molti interrogativi, che saranno oggetto di prossime ricerche. Per esempio: se l'ammontare della tassa non fosse considerato equo, il cervello agirebbe nello stesso modo? E se i soldi fossero destinati a un ente non credibile? Infine, con queste tecniche di imaging, dicono i ricercatori, è anche possibile predire con una certa precisione quali persone sono più propense a pagare le tasse e quali invece si configurano come possibili evasori. Ma è escluso che il governo americano possa scannerizzare il cervello dei suoi milioni di contribuenti.

E' quanto sostiene uno storico britannico che ha rilevato come i picchi di mortalità si sono concentrati nei mesi più freddi, quando la trasmissione dell'infezione è più difficile. Macché peste bubbonica: sarebbe stata una febbre virale simile all'Ebola a terrorizzare l'Europa del Medioevo e a fare 40 milioni di morti. I topi non c'entrano, il contagio sarebbe avvenuto da uomo a uomo. Uno storico inglese, Mark Forrest, del Dorset History Centre, porta avanti questa rivoluzionaria teoria sulla base di ricerche compiute sugli archivi di Gillinghan, una piccola città dell'Inghilterra occidentale.
Le pergamene dell'epoca indicano che a Gillingham la moria avvenne di inverno, quando nelle condizioni climatiche del Regno Unito la peste bubbonica trasmessa dai topi è forzatamente dormiente. Lo storico ha avanzato la nuova ipotesi sulla 'morte nera' diffusa in Europa a metà del quattordicesimo secolo dopo aver studiato a fondo i registri legali conservati a Gillingham, che coprono il periodo tra il 1290 a 1935. "In questi registri - spiega Forrest al tabloid Daily Express - si annotavano tutti i passaggi di proprietà, in genere dovuti a decesso. Le carte parlano chiaro: nell'inverno del 1348, quando l'epidemia si manifestò da quelle parti, a Gillingham morirono 190 fittavoli del feudo su un totale di 300. In pochi mesi di quell'inverno la popolazione si dimezzò, passando da 2.000 a meno di 1.000 abitanti".
"Le morti erano quindi concentrate nei mesi più freddi, mentre la peste bubbonica - sottolinea lo storico - tende ad esplodere quando fa più caldo. A Gillingham, invece, nei mesi estivi la situazione tornò rapidamente alla normalità, tanto che vennero ripresi i processi iniziati l'estate precedente e interrotti a causa dell'epidemia".
Secondo Susan Scott, docente di storia all'università di Liverpool, la peste bubbonica si diffuse in Europa solo dopo l'avvento delle navi a vapore. Anche lei è convinta che la malattia fu provocata da un'infezione virale analoga alla febbre emorragica tipo Ebola.

Come morirà il Sole fra cinque miliardi di anni? Ecco la sequenza finale riservata alla nostra stella come l'hanno calcolata con una precisione finora mai raggiunta un gruppo internazionale di astronomi utilizzando i telescopi di Cerro Paranal dell'Eso (il VLTI per la precisione), in Cile e la rete VLBA americana.
Lo studio di tipo interferometrico ha avuto come obiettivo una stella 'gigante rossa', cioè un astro morente che completata la sua sequenza principale, come dicono gli astronomi, si può espandere raggiungendo un volume da 10 a 100 volte il Sole. Nota come "S Ori" la stella pulsa con un periodo di 120 giorni variando il diametro di circa il 20 per cento e ovviamente anche la sua luminosità. In questo processo perde un mucchio di materia che viene lanciata nello spazio: ogni anno disperde una massa equivalente a quella della nostra Terra. Le dimensioni che conquista nel suo ingigantirsi sono enormi e sono state calcolate tra 400 e 500 raggi solari. Rilevando poi le emissioni di molecole come il monossido di silicio gli scienziati hanno inseguito le nuvole gassose che avvolgono le zone più esterne dell'astro. Inoltre le analisi hanno dimostrato che il materiale polveroso eiettato è soprattutto costituito da grani di ossido d'alluminio con un diametro stimato di 10 milionesimi di centimetri.
La ricerca ha analizzato, infine, con un dettaglio straordinario, tre aspetti degli strati più esterni offrendo una coscienza più precisa di quanto accadrà pure al Sole quando morendo spegnerà pure la vita sulla Terra.

Data: 04/06/2007
Fonte: Corriere della Sera on line

La sansa, prodotto di scarto della spremitura delle olive, potrebbe avere un futuro nella bioremediation, tecnologia per ripulire l'ambiente da sostanze inquinanti. Ricercatori spagnoli dell'Università di Granada hanno trovato il modo per utilizzare il sottoprodotto dell'industria olearia, abbondante nel paese iberico come in Italia, per depurare le acque contaminate da cromo, un metallo pesante, derivanti, per esempio, dalla produzione di vernici. "Come altri tipi di scarti agricoli", spiega Germán Tenorio Rivas del Dipartimento di Ingegneria Chimica dell'ateneo spagnolo, "la sansa esausta è efficace nel processo chimico-fisico di bioassorbimento. Ciò è dovuto a una differenza di carica elettrica: la sansa ha carica negativa, i metalli positiva, e dunque i due materiali si attraggono". Il vantaggio del bioassorbimento, spiega Rivas, è che più semplice ed economico di altri procedimenti di depurazione, come la precipitazione, per esempio, che alla fine del ciclo producono fanghi tossici, difficili da smaltire. La sansa, invece, una volta recuperato il metallo, può ancora essere impiegata come combustibile.

Data: 01/06/2007
Fonte: Galileo

 

Dal CNR:Muovete gli occhi e avrete più memoria

Muovete gli occhi da una parte all'altra per 30 secondi ogni mattina la vostra memoria aumenterà del 10%. Lo raccomanda uno studio realizzato in Gran Bretagna.
''I risultati di questo studio possono essere utili a quelle persone che devono affrontare un esame e che si rendono conto di non riuscire a ricordare qualche informazione. Fare questo esercizio può aiutarci quando ci sentiamo insicuri, incerti o un po' confusi su quello che dobbiamo fare o dire'', ha spiegato al quotidiano britannico "Times" Andrew Parker, il ricercatore della Manchester Metropolitan University che ha coordinato la ricerca.
Per provare i risultati del suo studio, Parker ha chiesto a 102 studenti universitari di ascoltare 20 liste di 15 parole e poi di segnare su un foglio nel quale erano elencati dei vocaboli quelli che si ricordavano di aver sentito. I soggetti che prima di iniziare l'esperimento avevano mosso gli occhi da una parte all'altra sono riusciti in media a individuare il 10% delle parole in più. Gli studenti che avevano fatto questo piccolo esercizio, inoltre, mostravano una capacità superiore del 15% di individuare quei termini presenti nella seconda lista che avevano un suono simile a quelli ascoltati.
''Il nostro lavoro mostra che la memoria istantanea può essere migliorata. Una spiegazione può essere quella secondo la quale il movimento bilaterale degli occhi migliora la capacità di monitorare la fonte dei nostri ricordi", ha sottolineato Parker che ha pubblicato i risultati del suo studio nella rivista Brain and Cognition.

Scoperte le proteine che fanno ricrescere i bulbi piliferi, almeno nei topi. La notizia, che fa sperare milioni di persone calve in tutto il mondo, proviene dell’Università della Pennsylvania ed è stata riportata dalla rivista scientifica Nature. Nello studio, George Cotsarelis e il suo gruppo di ricerca hanno infatti scoperto che nei topi adulti è possibile far ricrescere i peli attraverso un mix di proteine chiamate wnt, che collaborano in rete durante lo sviluppo del follicolo pilifero nello stato embrionale. La ricerca ha anche mostrato, infatti, che la pelle può tornare nel suo stato embrionale e ricominciare a produrre peli, a patto però di essere prima lesionata.
Gli scienziati hanno infatti prima procurato lesioni di circa 2 centimetri quadrati di superficie sul dorso dei topi, e poi hanno osservato la naturale guarigione della pelle. Al centro dell’area interessata dalla lesione, dopo alcuni giorni comparivano alcuni peli completamente nuovi dal punto di vista molecolare. Esponendo la ferita alle proteine wnt, questa crescita poteva essere aumentata o rallentata.
Le proteine wnt hanno mostrato un ruolo chiave in questo processo. Queste, infatti, inducevano la produzione di cellule staminali follicolari che spontanemente migravano verso l’area della ferita, dove creavano nuovi follicoli. Il blocco delle proteine, viceversa, comportava un'interruzione nella rinascita del bulbo pilifero.
“Con il nostro metodo, si hanno anche meno cicatrici e la pelle ritrova tutte le sue strutture normali. Non solo il follicolo pilifero, ma anche le ghiandole dell’olio” ha precisato Cotsarelis, che è anche consulente scientifico della Follica Inc., la società a cui l’Università della Pennsylvania ha già venduto in esclusiva la tecnica.
Una volta ottenuta la comparsa dei nuovi follicoli, i ricercatori hanno provato ad aumentare la concentrazione delle proteine wnt, e sono arrivati quasi a raddoppiare il numero dei bulbi.
Comprendendo bene questo meccanismo, un giorno potrebbe essere risolto non solo il problema della calvizie ma anche altri disordini come l’alopecia cicatriziale e l’irsutismo.
Lo studio è importante anche perché dimostra che, in un mammifero adulto, i peli possono rinascere, cosa per cinquant’anni ritenuta impossibile. Gli scienziati non si sono accorti finora delle potenzialità rigenerative della pelle ferita perché probabilmente, si legge sempre su Nature, il processo di ricrescita del pelo è ostacolato da suture e bendaggi praticati di solito per curare le ferite.

 

Tindaro Gatani segnala:

"Gli spaghetti che pendevano da una pianta che cresceva in Svizzera!!!

LA BUFALA STORICA - L'«April Fool» ("scherzo di aprile") più sensazionale della storia fu però quello della BBC, addirittura 50 anni fa. La tv di stato inglese preparò un documentario in cui dimostrava come gli spaghetti crescessero sugli alberi, filmando una «piantagione» di alberi da spaghetti in Svizzera che rischiava il raccolto a causa delle gelate primaverili. Per anni, generazioni di inglesi credettero davvero che la loro pasta preferita crescesse fra le frasche!

Deborah Bonetti

Corriere della sera / 01 aprile 2007

 

Addio dolorose cerette. Da oggi, contro i peli superflui, bastano due tazze al giorno di tè alla menta. Sono queste le buone notizie che giungono da uno studio dell'Università di Demirel di Isparta, Turchia, pubblicato sulla rivista Phytotherapy Research. Le donne che soffrono di irsutismo - la condizione femminile caratterizzata dalla crescita eccessiva dei peli anche in zone del corpo in cui sono di solito scarsi o assenti - hanno livelli troppo alti di ormoni androgeni, come testosterone e androstenedione. I ricercatori hanno però scoperto che bere due tazze di tè alla menta al giorno per cinque giorni ridurrebbe significativamente il livello di questi ormoni 'inopportuni' e di conseguenza i peli superflui. "Le terapie attuali - ha spiegato Mehmet Numan Tamer, che ha condotto lo studio - prevedono contraccettivi orali. La nostra ricerca ha mostrato che la menta potrebbe essere un'alternativa naturale molto valida". Il team di scienziati ha analizzato gli effetti della menta estratta dalla Mentha spicata Labiatae su 21 donne irsute, dopo che precedenti ricerche avevano dimostrato che questa può abbassare la libido negli uomini. Il testosterone libero nell'irganismo delle donne si è notevolmente ridotto già al secondo giorno di terapia a base di tè alla menta.

 

Dall'Ufficio Stampa del CNR: I Cinesi in Italia

 

"Stante la situazione di cronaca, riteniamo di fare cosa utile evidenziandovi alcuni dati tratti da due documenti di cui abbiamo dato recente comunicazione: “Il rapporto sulla popolazione”, curato, tra gli altri, da Giuseppe Gesano dell’Irpps- Cnr e la relazione resa da Giancarlo Blangiardo dell’Ismu, al Convegno svoltosi al Cnr su “Cittadinanza, identità ed immigrazione nell’Unione Europea”.

 

Dal Rapporto emerge che gli immigrati cinesi censiti in Italia sono 128.000 e costituiscono la comunità asiatica più numerosa (seguono filippini, 90.000 e indiani, 62.000).

La composizione per sesso della comunità è abbastanza equilibrata: 54,4% uomini e 46.6% donne.

L’età media è di 33,5 anni. Il 43,2% dei cinesi residenti in Italia non è sposato (47,7% dei maschi e 37,6% delle donne).

La durata media di presenza in Italia è di 4,1 anni (3,8 maschi, 4,4 femmine); il 79.7% risiede per motivi di lavoro, il 19,3% per motivi di famiglia.

 

Dalla relazione del Prof. Blangiardo (università di Milano Bicocca),  gli immigrati cinesi sono 168.750, compresi gli irregolari e costituiscono il 5% dei 3.357.000 stranieri residenti in Italia, secondo i dati Ismu al 1° luglio 2005. La comunità cinese risulta essere la quinta per presenze, dopo Albania, Romania, Marocco e Ucraina: queste prime cinque nazionalità, con 1.652.500 persone, rappresentano il 49,2% del totale degli immigrati.

Gli stranieri provenienti dall’Asia e dall’Oceania sono 579.000, di cui 66.600 irregolari: l’11%, una percentuale nettamente inferiore al tasso medio di irregolarità degli immigrati, che è del 16%. Gli asiatici presenti in Italia sono così distribuiti: 498.000 nel Centro Nord, di cui 49.000 (10%) irregolari; 81.100 nel Mezzogiorno, dove i clandestini sono 17.600, il 22%. In entrambe le aree, gli irregolari sono percentualmente inferiori alla media generali degli immigrati, che è rispettivamente del 14 e del 27%."

 

Dal  CNR - Il Dna conferma: gli Etruschi sono di origine orientale

La questione dell'origine degli Etruschi divide da tempo storici e archeologi, ma la parola definitiva sull'argomento l'hanno messa i genetisti. Grazie a uno studio dell'università di Pavia sul Dna mitocondriale degli abitanti di tre città nel territorio che una volta era l'Etruria, è stato possibile stabilire che l'origine della popolazione è mediorientale, probabilmente l'antica Lidia, una regione dell'Asia minore corrispondente all'odierna Turchia occidentale, come già ipotizzato dallo storico greco Erodoto.
Il Dna studiato, cioè quello dei mitocondri, è presente in tutte le cellule, ed è resistente alle mutazioni perché si trasmette solo per via materna. I ricercatori, che hanno pubblicato lo studio sulla rivista The American Journal of Human Genetics, hanno analizzato il Dna mitocondriale di 322 soggetti non imparentati provenienti da tre diverse località appartenenti all'antica Etruria: Murlo, un paese piuttosto isolato nella provincia di Siena, Volterra e la Valle del Casentino. Confrontando il Dna dei toscani con quello di oltre 15.000 soggetti provenienti da altre 55 popolazioni dell'Eurasia occidentale, i genetisti hanno trovato un'elevata frequenza di linee mitocondriali tipicamente mediorientali, soprattutto nella popolazione di Murlo, con valori che arrivano al 17%.
Risultati simili sono stati trovati da uno studio parallelo condotto all'università di Piacenza, effettuato però sui bovini: anche le razze chianina e maremmana sembrano avere un'origine mediorientale molto recente.

 

Dal CNR: Mi piace quando ti arrabbi!

Per alcune persone fare arrabbiare il prossimo è motivo di soddisfazione: un comportamento infantile e irritante, ma che potrebbe avere una spiegazione scientifica. Secondo Micelle Wirtf e Oliver Schultheiss (Michigan University) è infatti tipico degli individui che hanno nel sangue livelli elevati di testosterone. Ai volontari che si sono prestati alla ricerca è stato chiesto di digitare molto velocemente una complessa sequenza di tasti, e al termine di ogni sequenza è stato mostrato loro brevemente o un volto arrabbiato o uno con un espressione neutra. Le persone con i livelli di testosterone più elevati hanno imparato lo schema corretto più velocemente se veniva mostrato loro il volto arrabbiato. Era già noto che un'alta concentrazione dell'ormone è caratteristico degli individui dominanti, ma ora si aggiunge l'idea che questi soggetti trovino stimolante vedere volti corrucciati... perché lo considerano un premio alla loro presunta superiorità! Un'espressione infelice dell'interlocutore può infatti significare una sua sconfitta, e quindi contribuire a rafforzare ulteriormente l'autostima del soggetto più forte.

 

Dal CNR: Così la pizza fa bene alla salute

Temperature più alte e più tempo per la lievitazione: è questa la ricetta per sprigionare gli effetti salutari della pizza. A sostenerlo è un gruppo di chimici della University of Maryland che hanno scoperto il modo per aumentare il contenuto antiossidante della pasta usata per fare la pizza.
Gli antiossidanti sono sostanze che proteggono le cellule dai danni causati dai radicali liberi, ovvero da queste molecole instabili.
Alcuni esperti credono che gli antiossidanti possano ridurre il rischio di sviluppare malattie al cuore o il cancro.
"La ragione per cui abbiamo scelto la pizza è solo perché essa è un prodotto alimentare molto popolare non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. E così abbiamo pensato di migliorare le sue proprietà antiossidanti, in modo che i numerosissimi consumatori di pizza possano trarne beneficio", ha spiegato Liangli Lucy Yu, coautrice della ricerca.
Il contenuto antiossidante può aumentare fino al 60% se vengono seguiti tempi di cottura più lunghi.
Mentre ad alte temperature il livello di antiossidazione può raggiungere circa l'82%, a seconda del tipo di farina usata.
Il tempo e la temperatura di cottura possono essere aumentati contemporaneamente senza bruciare la pizza, basta fare un po’ d'attenzione. Infatti i ricercatori hanno usato temperature pari quasi a 287 °C e i tempi di cottura sono variati dai 7 a 14 minuti.
Inoltre, la pasta è stata lasciata lievitare per circa due giorni, in modo da raddoppiare i livelli antiossidanti.
"Però gli effetti benefici della pizza potrebbero essere quasi del tutto annullati se questa viene condita con troppi alimenti troppo grassi", ha concluso Jeffrey Moore, uno degli autori dello studio.

 

Dal CNR: Il caffè non sveglia

Una ricerca sfata il mito. Contrariamente a quel che pensano centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, il caffè preso al mattino non 'sveglia' né rende più pronti i riflessi: lo afferma uno studio dell'università di Bristol. Secondo i ricercatori, la caffeina allevia i sintomi di astinenza che si creano durante la notte, ma non rende le persone più sveglie o all'erta del normale. Lo studio, presentato alla conferenza della British Nutrition Foundation, indica che solo le persone che hanno evitato il caffè per un certo periodo ricevono una vera 'scarica' dalla caffeina. Quando i bevitori di caffè dicono di sentirsi energizzati dall'espresso o dal cappuccino - affermano gli studiosi di Bristol, che hanno analizzato decine di studi precedenti sugli effetti della caffeina - in realtà si sentono solo meglio perché la tazzina seda i sintomi da astinenza dovuti al fatto che durante la notte non hanno assunto caffeina. Peter Rogers, che ha guidato l'equipe, dice alla BBC: "Noi sentiamo una scarica dalla caffeina perché ci libera dai sintomi dell'astinenza. La sensazione di energia è perché torniamo alla normalità, non perché siamo più dinamici del normale. Se non sei un bevitore abituale, avrai una spinta dai primi due caffè, poi entri in questo ciclo".

Tindaro Gatani segnala:

"Colui che sa è un fesso, colui che riesce senza sapere è un furbo. Se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro, dichiara il suo vero reddito, mantiene la parola data anche a costo di perderci, questi è un fesso. L'Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano: chi fa la figura di mandare avanti l'Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono. In Italia contro l'arbitrio che viene dall'alto non si è trovato altro rimedio che la disubbidienza che viene dal basso." Giuseppe Prezzolini (Perugia 1882 -Lugano 1982)