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La pagina è realizzata con lo scopo di promuovere l'interesse per la scienza: gli articoli citati e i comunicati sono redatti dal CNR che li pubblica sul proprio sito. Il sito del CNR ha questo indirizzo: http://www.cnr.it/sitocnr/home.html
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COMUNICATI: |
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"Comunicatori" satellitari crescono Incendi: prevenire è meglio che spegnere Accordo CRA-CNR per progetti strategici di ricerca Nel portafoglio di "Attila" i brevetti del Lazio Mettiamo l'Accent sull'inquinamento Parità nella scienza: le giovani non ci credono La citochina può guarire da una grave malattia infantile Meno sale da cucina, meno sale la pressione Firmato protocollo per la vendita di Villa Monastero Una proteina derivata dalla meduse rivela i difetti delle cellule Droghe: per molte sostanze bassi consumi al Sud Genova capitale della scienza della complessità In Sardegna, sulle tracce dei Fenici Arriva il camper domotico: basso impatto nessuna barriera Tecnologia e tutela dei boschi: un'intesa sostenibile L'Ev-K2-Cnr sbarca nel Golfo Persico A perugia si insegna a comunicare i cambiamenti del pianeta Italia e Usa insieme nella ricerca umanistica L'Antartide on line è tutto un programma Risparmiare energia? Lo insegna DOCET Celiachia: il glutine non è più un problema La Terra, dal rinascimento ad oggi Nasce lo skipper eco-sostenibile Una sonda per vincere la resistenza batterica Topi mutanti insensibili alla cocaina Poet: la scienza scende in mare nel Golfo della Spezia Tumori: accertato il ruolo delle cancer stem cell Coralli negli abissi del Mediterraneo 2007, la primavera più calda degli ultimi due secoli Ambiente e salute nelle aree ad alto rischio Musei: molti visitatori, ma distratti Eden-day: si discute on line di telefonini Un'Arca di Noè per i Beni Culturali Latino: un appello contro il rischio "estinzione" Convegno: la biometria nei documenti elettronici Discariche in Campania: in pericolo la catena alimentare Costruzioni:nasce il Gruppo di opinione IUGG-5000 scienziati per studiare la terra DNA polimerasi lambda, una difesa contro il cancro Le neuroscienze si tingono di rosa Giuristi cinesi a Roma per studiare il diritto romano Siena: la sua forza nel Medioevo Ritorna il leopardo delle nevi: successo di Ev-K2-Cnr Sindrome di Omenn: un aiuto dall'ingegneria genetica Aerosol e ozono: presenze anomale sull'Himalaya Un ambiente ricco di stimoli fa bene al cervello, e all'ambliopia Dal tetto del Mondo un doppio allarme per il riscaldamento globale Eureka, Pistella: la scienza ponte di collaborazione e di pace Parte il sequenziamento del genoma del tartufo nero Italia terra di pirati... musicali Cnr, grido d'allarme sui tagli DimagrisCO2: consumare meglio per non consumare il futuro Il popolo nella storia e nel diritto: da Roma a Costantinopoli a Mosca |
Il CNR per l'ambiente in Calabria Discariche illegali, minacce per la saluteItalia e Giappone sulla conservazione dei Beni Culturali La Biga da Monteleone di Spoleto messa a nuovo Identificata la causa della sindrome di Crisponi Anemia mediterranea: al via "Miot", il progetto per la diagnosi precoce e la cura Cuore infartuato rigenerato con le staminali Immigrati in Italia: irregolari al Sud, regolari al Nord Un gene contro tumore cerebrale dei bambini Batte in un paziente tedesco il primo cuore artificiale italiano Nasce la prima aula di udienza virtuale Hi-tech Cnr per i Beni Culturali La casa di legno supera la prova del fuoco I profumi di Afrodite e i segreti dell'olio La Lis protagonista per tre giorni a Verona Sottovalutato il rischio insufficienza renale Mele, cipolle e vino rosso, nemici dei tumori Nasce la medicina per l'apnea... lunare Un laboratorio mobile per i beni culturali Un libro, tre religioni, le donne Dna, cibo e culture dell'uomo preistorico Per curare il cancro ci vuole metodo Vigili Urbani, pronti ma non nel trafficoLe nuove frontiere di GRASS Dai boschi una possibilità di energia pulita Un anticorpo alleato contro il dolore I Centri diurni di salute mentale a Roma La Cattedrale digitale nella Piazza dei Miracoli a Pisa Tendenza ad ingrassare? Colpa del gene CB1 L'Italia nella rete mondiale di ricerche ecologiche A Catania la seconda tappa di Eureka Designazione dei rappresentanti dell'ESF Rischio esodo per l'Africa occidentale Turismo in Italia: è la cultura ad attirare di più Suono al servizio dell'architettura sacra Arriva VCS, il sondaggista automatico Giustizia in Europa: il CNR accorcia i tempi Aree inquinate: ambiente a rischio. E la salute? La morte cerebrale è ancora vita? Il precariato nel lavoro scientifico Come abbinare l'olio? Lo spiega il CNR Un codice a barre per le opere d'arte Un collirio contro l'alzheimer Cellule staminali dal riccio di mare |
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"Comunicatori" satellitari crescono Dal 27 al 31 agosto la scuola estiva internazionale SatNEx, organizzata dall’Istituto di scienze e tecnologie dell’informazione “Alessandro Faedo” del Cnr, preparerà giovani laureati sui più importanti aspetti di questo settore cardine delle Tlc Per il secondo anno Pisa torna a essere la capitale europea delle comunicazioni satellitari. Su iniziativa dell’Istituto di scienze e tecnologie dell’informazione “Alessandro Faedo” (Isti) del Consiglio nazionale delle ricerche, dal 27 al 31 agosto, giovani ricercatori, dottorandi, ed ingegneri provenienti da tutti i paesi dell’Europa (ma anche da India, Corea, e Pakistan) si ritroveranno nell’area di ricerca del Cnr di Pisa per partecipare alla scuola estiva internazionale di ‘comunicatori’ satellitari. Organizzata dal progetto SatNEx (International SatNEx Summer School), ha l’obiettivo di sviluppare la ricerca d’avanguardia e trasmettere conoscenza sui più importanti aspetti delle telecomunicazioni via satellite, favorendo così la creazione di una nuova generazione di ricercatori in un settore cardine delle comunicazioni. Il progetto SatNEx (Satellite Network of Excellence), coordinato dall’Istituto di comunicazione e navigazione del Centro aerospaziale tedesco (Dlr) e finanziato dalla Comunità Europea, riunisce 24 partner (Università ed Enti di ricerca di Austria, Francia, Germania, Grecia, Italia, Regno Unito, Slovenia, Spagna, Ungheria, e Olanda) impegnati in attività di ricerca “eccellente” nel settore. La scuola, giunta quest’anno alla terza edizione, è stata istituita nell’ambito del VI Programma Quadro dell’Unione Europea per la ricerca e lo sviluppo tecnologico, e si caratterizza per l’alta qualità scientifica e per l’essere assolutamente gratuita: per aderire è sufficiente compilare (entro il 30 luglio) il modulo online disponibile sul sito www.satnex.org. “Il principale obiettivo di SatNEx – osserva Erina Ferro, responsabile del Wireless Network Laboratory dell’Isti-Cnr e della scuola estiva – è rimediare alla frammentazione della ricerca in un settore chiave delle comunicazioni, unendo le forze di tutti i paesi aderenti, nell’ottica di una collaborazione a lungo termine. La rete SatNEx può essere considerata un incubatore strategico per lo sviluppo di nuove idee che dovranno necessariamente trovare uno sbocco industriale: il satellite, del resto, è destinato a diventare uno dei tanti canali di comunicazione, il cui utilizzo, da parte dell’utente finale, sarà del tutto trasparente ed invisibile”. La scuola SatNEx durerà cinque giorni. Rispetto alle scorse edizioni il programma sarà ancor più specifico: ogni giorno sarà approfondita una singola tematica; al termine di ogni sessione giornaliera i soli studenti di dottorato potranno affrontare un test che garantirà l’acquisizione di un credito formativo valido a livello europeo per il dottorato di ricerca. Tutte le informazioni relative alla scuola (programma dettagliato, modulo di iscrizione, ecc.) sono reperibili sul sito del progetto, (www.satnex.org), cliccando su “Summer School” e poi alle relative voci. Roma, 27 luglio 2007 Cosa: International SatNEx Summer School. Chi: Istituto di scienze e
tecnologie dell’informazione “Alessandro Faedo” (Isti) del Cnr,
Pisa Dove: Pisa, Area della ricerca del Cnr, Via Moruzzi,1 Quando: 27 – 31 agosto Info: Erina Ferro, responsabile del Wireless Network Laboratory dell’Isti-Cnr di Pisa e della scuola SatNEx (erina.ferro@isti.cnr.it). Segreteria della scuola: Daniela Falconetti (daniela.falconetti@isti.cnr.it); telefono: 050/315336 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Luglio/115_LUG_2007.HTM
Incendi: prevenire è meglio che
spegnere Le
tecniche satellitari possono consentire il controllo del territorio ogni 15
minuti. Il rogo di Peschici poteva essere individuato con 30 minuti di anticipo.
A dirlo è Valerio Tramutoli, dell’Istituto di metodologie per l’analisi
ambientale (Imaa) del Cnr di Potenza Possono le moderne tecnologie satellitari aiutare
a prevenire gli incendi? Sicuramente non consentono di leggere nella mente di
coloro che per varie ragioni li appiccano, scegliendo spesso i luoghi impervi e
più difficilmente raggiungibili e le giornate secche e ventose, in modo da
produrre il massimo danno nel più breve tempo. Purtroppo è quasi esclusivamente
a queste azioni criminali che si devono i fuochi che caratterizzano le stagioni
degli incendi in Italia (principalmente in inverno-primavera al Nord, durante
l’estate al Centro-Sud) e i drammatici eventi che si sono ripetuti anche negli
ultimi giorni. “Se non ad impedire che il fuoco venga appiccato”,
dice Valerio Tramutoli, ricercatore dell’Istituto di metodologie per l’analisi
ambientale (Imaa) del Consiglio nazionale delle ricerche di Potenza e
dell’Università della Basilicata, “le moderne tecnologie satellitari potrebbero
però aiutare a fornire un allarme tempestivo che consenta di attivare la
macchina operativa dell’anti-incendio boschivo (Aib) più rapidamente e prima che
l’incendio assuma dimensioni tali da renderlo non più controllabile”.
“Con un approccio che noi chiamiamo RST
differenziale (RST, Tecniche Satellitari Robuste), sarebbe, per esempio, stato
possibile individuare i principi di incendio a Peschici con un preavviso di più
di mezz’ora rispetto al primo avvistamento”, afferma Tramutoli. “Questo tempo
potrebbe, in certi casi, fare la differenza tra un incendio ancora controllabile
ed uno che va fuori controllo”. In Italia gli incendi vengono denunciati con
tecniche tradizionali di osservazione (avvistamento da postazioni fisse, da
aereo, più spesso da privati cittadini), mediamente entro le prime due ore, più
spesso entro un’ora dal momento, stimato, del loro inizio. Accelerare i tempi
significa contribuire a limitare i danni. “Il nuovo satellite meteorologico MSG (Meteosat
Second Generation), messo in orbita da Eumetsat nel 2004 (quello le cui immagini
vengono proposte in televisione per commentare le previsioni del tempo)”, spiega
il ricercatore, “è stato ulteriormente arricchito, rispetto ai satelliti
Meteosat che hanno operato nei due decenni precedenti, della possibilità di
fornire una immagine ogni 15 minuti del nostro emisfero terrestre e di
effettuare osservazioni nel MIR (Medio InfraRosso), nella regione spettrale ove
più forte è il segnale emesso dagli incendi boschivi”. Presso l’Imaa-Cnr, diretto dal prof. Vincenzo
Cuomo, in collaborazione con il LADSAT (Laboratorio per l’Analisi dei Dati
Satellitari), diretto dal prof. Valerio Tramutoli, Dipartimento di Ingegneria e
Fisica dell’Ambiente (DIFA) dell’Università della Basilicata, sono state messe a punto Tecniche Satellitari
Robuste per l’analisi dei dati MSG, che mirano proprio ad individuare incendi di
piccole dimensioni (fino a quelle di un tavolo da ping-pong) sull’intero
territorio nazionale nell’arco di soli 15 minuti tra una osservazione e
l’altra. Un primo studio di fattibilità ha dimostrato come
MSG sia in grado di fornire (a dispetto dei suoi oltre 36.000 km di distanza
dalla Terra) un segnale apprezzabile anche a fronte di incendi di piccolissime
dimensioni. Tali metodologie sono ora in fase di ulteriore sviluppo e
validazione nell’ambito del Progetto AVVISA (AVVistamento Incendi da
SAtellite) che, sotto la responsabilità
scientifica del prof. Tramutoli, vede la collaborazione dei ricercatori
dell’Imaa-Cnr (coordinati dal Dr. Nicola Pergola), dell’Università della
Basilicata (DIFA-LADSAT) e dell’Università di Milano Bicocca (Dipartimento
di Scienze dell’Ambiente e del
Territorio) con le strutture, di ricerca e operative, della Regione Lombardia (DG Protezione Civile, IReR
e ERSAF). “Le sperimentazioni in corso, in collaborazione
con la Regione Lombardia (alle quali se ne affiancheranno presto altre in
Campania e Basilicata), sono rivolte appunto a superare il problema dei
cosiddetti falsi allarmi, cioè di quelle situazioni per cui al satellite arriva
un segnale che per intensità può essere confuso con un incendio ma che è invece
dovuto ad altri fenomeni termici e non-termici non riferibili ad incendi
boschivi. Il primo anno di sperimentazione, nell’ambito del Progetto
AVVISA, ha già permesso di affinare
ulteriormente le tecniche satellitari fino a ridurre praticamente a zero i falsi
allarmi”, conclude Tramutoli. Solo al termine del Progetto AVVISA (fine 2008) si
potrà essere in grado però di avere un quadro affidabile, perché fondato su un
periodo sufficientemente lungo di osservazioni, del contributo effettivo che
tali metodologie (che hanno tra l’altro il pregio di avere costi bassissimi e
sostenibilità nel tempo garantita da missioni satellitari la cui continuità è
garantita per almeno ulteriori venti anni) potranno dare alla lotta agli incendi
boschivi in Italia. Roma, 26 luglio 2007
La
scheda Chi: Istituto di metodologie per l’analisi ambientale
del Cnr, Potenza Che
cosa: nuove metodologie
satellitari per il rilevamento degli incendi Per
informazioni: Valerio Tramutoli,
Istituto di metodologie per l’analisi ambientale del Cnr, Potenza, tel.
329.3178385, e-mail: valerio.tramutoli@unibas.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Luglio/114_LUG_2007.HTM
ACCORDO CRA-CNR PER PROGETTI STRATEGICI DI RICERCA Il Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura (CRA) e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) hanno sottoscritto un Accordo Quadro per rendere sistematica la collaborazione per la definizione degli obiettivi strategici di programma, la partecipazione a progetti di ricerca nazionali, europei e internazionali, l’elaborazione ed attuazione di Programmi di ricerca nelle Scienze Agrarie e nel settore agricolo, agroindustriale, forestale e ambientale. Il
CNR ed il CRA - hanno sottolineato i due Presidenti, rispettivamente Prof. Fabio Pistella e Prof. Romulado
Coviello, - avvieranno programmi di interesse comune - anche attraverso
l’utilizzo congiunto e integrato di risorse strumentali, umane e finanziarie,
nonché delle sedi - diretti a: l
agevolare
la cooperazione scientifica tra Istituti del CNR e Centri e Unità di ricerca del
CRA coinvolti in attività di ricerca nel settore agrario, agroalimentare,
forestale e ambientale l
sviluppare
modalità migliorative per valorizzare, di comune intesa, i risultati
tecnico-scientifici delle ricerche svolte dalle rispettive strutture ed
aumentarne le possibilità di trasferimento al mondo produttivo e di utilizzo
sociale. Il
CRA e il CNR considereranno linea prioritaria la partecipazione congiunta ad
accordi per la costituzione di strutture di ricerca e partenariato con altre
istituzioni d'intesa con le Regioni. La
cooperazione tra gli Enti e la gestione operativa delle azioni sarà affidata ad
un Comitato di Gestione costituito
da due delegati del Presidente del CNR e da due delegati del Presidente del CRA
e un Presidente del Comitato nominato congiuntamente dal Presidente del CNR e
dal Presidente del CRA. Al
Comitato sarà affidato il compito di indicare obiettivi strategici condivisi da
inserire tra le priorità di ciascun Ente, selezionare settori specifici di
intervento, elaborare programmi comuni per ciascun settore; predisporre
Convenzioni operative e programmi congiunti di
investimenti in infrastrutture, grandi attrezzature e impianti, in base
alle specifiche disponibilità. I due Istituti si sono impegnati a valutare
possibili percorsi di integrazione stabile tra le proprie
strutture. tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Luglio/113_LUG_2007.HTM
Nel portafoglio di "Attila" i brevetti del Lazio In testa il Biomedicale con il 35%, seguito
dalle Tecnologie per la comunicazione, con il 17% e dall’Agroalimentare/ambiente
che rappresenta il 14%. Sono alcuni risultati del progetto per il trasferimento
dell’innovazione alle PMI. Biotecnologie e Telecomunicazioni sono i settori di punta della ricerca nel Lazio. E’ quanto emerge dall’attività di scouting svolta da ‘Attila’, progetto per il trasferimento della ricerca e della innovazione alle imprese, i cui risultati sono stati presentati presso il Consiglio nazionale delle ricerche. L’attività di Attila - finanziata dall’Assessorato all’Istruzione, Diritto allo studio e Formazione della Regione Lazio mediante la Sovvenzione globale sulla nascita e lo sviluppo dell’impresa, gestito da Europrogetti &Finanza, e realizzata da Fondazione Rosselli, CNR e LUISS Guido Carli - ha interessato le principali Università e le strutture dei più importanti enti pubblici di ricerca nel Lazio, nonché alcune imprese industriali del Gruppo Finmeccanica. Il portafoglio di risultati individuato risulta costituito da 29 tecnologie e 43 brevetti, raggruppati in 4 macro aree di tipo trasversale: Biotecnologie, Telecomunicazioni, Materiali Avanzati e Tecnologie Energetiche. Il settore medico- farmaceutico si attesta con il 35% delle tecnologie/brevetti individuati, seguono le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) con il 17%, l’agroalimentare/ambiente con il 14%, i Dispositivi Biomedicali con il 10%, la ricerca sui Materiali con l’8% e l’Automazione con il 4%. Ex equo: Beni Culturali, Energia e Sistemi di produzioni, che si posizionano con il 3% di brevetti e tecnologie, così come i settori della Nautica, Sicurezza, e Aerospazio con l’1% nel portafoglio. I risultati forniscono un’immagine delle specializzazioni settoriali della ricerca nel Lazio, anche se il panorama che ne è scaturito non è esaustivo. Il progetto ‘Attila’ ha interessato numerose realtà di ricerca della regione, quali CNR, ENEA, Università della regione, Istituto Superiore di Sanità, Policlinico Gemelli e Alenia-Telespazio. Questa fase preliminare del progetto ha messo in evidenza l’esistenza da un lato di tecnologie potenziali, già sviluppate a livello di prototipo, per le quali è prossima la fase dell’industrializzazione e sono necessarie limitate risorse finanziarie; dall’altro, tecnologie potenziali delle quali è stata dimostrata dal Comitato Valutatore, la validità scientifica ma che necessitano di una ulteriore attività di ricerca applicata. “Con questa azione di sistema, per la quale il mio Assessorato ha messo a disposizione 620 mila euro– ha detto l’Assessore regionale all’Istruzione, Silvia Costa – abbiamo voluto sostenere e potenziare il trasferimento tecnologico e dei brevetti dalle Università e dagli enti di ricerca alle imprese del Lazio. All’attività di scouting seguirà quella di ‘disseminazione’ del portafoglio brevetti e tecnologie mediante seminari presso le realtà imprenditoriali di tutte le Province, anche attraverso l’accordo stipulato con l’Unione province italiane (Upi) del Lazio, al fine di elaborare una metodologia di spin off che sarà alla base della programmazione 2007/2013 del Fondo sociale europeo. Anche a tal fine emerge l’esigenza di individuare la figura del Technology manager, che faciliterà la comunicazione tra ricerca e piccole e medie imprese” ha concluso Silvia Costa. Per Informazioni: Dott Uff Tel Fax
06 e-mail: ddellinoci@regione.lazio.it Dott Ufficio stampa Cnr Tel.
06 Fax
06 e-mail: sandra.fiore@cnr.it Dott Responsabile Ufficio Stampa e Marketing Università LUISS Tel e-mail: apacini@luiss.it Dott Responsabile
Comunicazione Fondazione Rosselli Tel Fax e-mail: giulia.datta@fondazionerosselli.it visto su: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Luglio/112_LUG_2007.HTM
Mettiamo l'Accent sull'inquinamento Le polveri sottili favoriscono l’insorgere
di arteriosclerosi e tumori e l’aumento della mortalità. Eppure l’Ue potrebbe
alzare i limiti oltre la soglia indicata dall’Oms. Di queste e altre
problematiche relative a cambiamenti climatici e composizione dell’atmosfera si
parlerà in un convegno a Urbino, dal 23 al 27 luglio L’esposizione prolungata all’inquinamento può accelerare l’insorgere dell’arteriosclerosi e dell’infarto. Questo è uno dei risultati che saranno esposti al secondo simposio internazionale Accent “I cambiamenti climatici e la variazione della composizione dell’atmosfera”, organizzato dal Consiglio nazionale delle ricerche e dal Network Europeo Accent (Atmospheric composition change: the european network of excellence), in collaborazione con l’Università degli Studi di Urbino, che si terrà dal 23 al 27 luglio a Urbino presso il Palazzo Battiferri. “Ogni aumento di 10 μg/m3 di PM 2.5 (polveri di diametro inferiore a 2.5 micron) comporta un incremento del 24% di incidenza di eventi cardiovascolari collegati all’arteriosclerosi e un incremento del 76% di morte per patologie cardiovascolari”, spiega Francesco Forastiere del Dipartimento di Epidemiologia dell’Azienda sanitaria locale di Roma e presidente del Comitato Ambiente e salute della European Respiratory Society,, che illustrerà tali risultati nell’ambito del convegno. “Questo studio condotto negli Usa e pubblicato sul New England Journal of Medicine è confermato da un esperimento che mostra come ratti esposti all’aria di New York sviluppino arteriosclerosi molto più velocemente, e da altri studi epidemiologici condotti in varie parti del mondo. L’American Cancer Society ha analizzato un campione di circa 500.000 adulti dal 1982 al 1998: ogni aumento di 10 μg/m3 di PM 2.5 è associato ad una maggiore mortalità per tumori del polmone (+6%), malattie cardiovascolari (+9%) e respiratorie (+14%). Uno studio effettuato a Los Angeles riporta un aumento del 17% della mortalità per ogni incremento di 10 μg/m3 di PM 2.5. Studi europei confermano questi dati”. “Il secondo simposio internazionale Accent, che ospita i massimi esperti mondiali in materia, è proprio dedicato alle cause dei mutamenti nella composizione dell'atmosfera e alla comprensione del loro impatto su clima, qualità dell'aria, ecosistemi e salute umana, al fine di promuovere una comune strategia europea”, spiega Sandro Fuzzi dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac-Cnr) di Bologna, e coordinatore del network Accent, istituito dalla Commissione Europea allo scopo di rafforzare l’eccellenza della ricerca nel settore ambientale e ridurre la frammentazione tra i progetti nazionali. Il convegno – al portale http://www.accent-network.org/ - prevede un programma di dibattiti scientifici e incontri serali divulgativi sulle problematiche trattate e sui risultati delle ricerche e verrà introdotto da Vilberto Stocchi, pro-rettore alla ricerca dell’Università di Urbino, Giuseppe Cavarretta, direttore del Dipartimento Terra e ambiente del Cnr, Franco Prodi, direttore dell’Isac-Cnr, Elizabeth Lipiatou, capo dell’Unità clima e ambiente della Commissione europea. Ma cosa prevedono le norme
sull’inquinamento? “Per PM 2.5 e PM 10 è stata indicata dall’Organizzazione
mondiale della sanità un valore guida rispettivamente di 10 e 20 μg/m3. Per dare
un’idea, le grandi città italiane hanno valori intorno ai 40-45 μg/m3 per il PM
2.5 e 225-230 per il PM Roma, 20 luglio 2007 La scheda Che cosa: secondo simposio del Network Accent su “I cambiamenti climatici e la variazione della composizione dell’atmosfera” Chi: Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr di Bologna Dove: Università degli Studi di Urbino, Nuovo Magistero, via Saffi, 15 Quando: dal 23 al 27 luglio 2007 Per informazioni: Sandro Fuzzi, Isac-Cnr, tel. 051/6399559, e-mail: s.fuzzi@isac.cnr. it visto su: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Luglio/111_LUG_2007.HTM
Parità nella scienza: le
giovani non ci credono Solo il 18% delle ragazze è convinto che
le donne siano portate per la ricerca, mentre i maschi ignorano del tutto il
problema. E’ uno dei risultati di un’indagine di
Rossella Palomba, ricercatrice dell’Irpps-Cnr e Ambasciatrice europea per le Pari Opportunità
nella scienza. Per il 33% degli studenti è necessario
che lo scienziato abbia ‘passione’, per il 54% delle
ragazze anche divertimento ‘La
ricerca? Speriamo non sia femmina’. Si potrebbe
riassumere con questa battuta l’atteggiamento sulle differenze di genere nel
mondo scientifico: un problema ignorato dai ragazzi e sottovalutato dalle donne.
Solo il 18% delle studentesse è convinto che le ricercatrici siano portate per
questo lavoro, poiché hanno una mentalità flessibile e sono abituate a fare più
cose contemporaneamente, considerazione che gli studenti invece non contemplano.
Il quadro emerge dall’indagine svolta presso le scuole superiori da Rossella
Palomba dell’Istituto per le ricerche sulla
popolazione e le politiche sociali (Irpps) del
Consiglio nazionale delle ricerche e Ambasciatrice europea per le pari
opportunità nella scienza. Nell’ambito del progetto ‘Diva’, acronimo di ‘Science in a Different Voice’, nato per sensibilizzare i giovani alle carriere scientifiche, la ricercatrice ha incontrato 2.000 studenti di 43 scuole distribuite tra Aosta, Torino, Bologna, Siena, Roma, Guidonia, Ciampino, Tivoli, Avezzano, Napoli, Matera, Catania e Sassari. Ai questionari ‘aperti’ consegnati ai ragazzi per commentare gli incontri e i filmati proposti, hanno risposto soprattutto le ragazze, il 73% dei giovani coinvolti. Dall’indagine svolta, emergono
tra i due sessi diverse interpretazioni della vita del ricercatore. Se per le ragazze ricerca vuol dire soprattutto libertà
(18%), per i ragazzi è gusto della scoperta (24%). Inoltre, il 70% delle
studentesse apprezza del mestiere la possibilità di viaggiare. Per entrambi i
sessi, la fantasia è tra le qualità riconosciute come necessarie a un buon ricercatore: ne è convinto il 58% delle studentesse
e il 33% dei ragazzi intervistati; inoltre sono le donne (43%), più degli uomini
(24%), a ritenere utile la collaborazione per ottenere risultati in campo
scientifico. Il 33% degli
studenti maschi, infine, reputa che fare ricerca sia anche una questione di
‘passione’, considerata soprattutto dalle ragazze che
ad essa aggiungono anche una buona dose di divertimento
(54%). “Dai risultati
dei questionari”, spiega Rossella Palomba, “emerge che sia gli studenti sia le studentesse
sono molto interessati a saperne di più sulla scienza e
sul lavoro di scienziato, anche se gli incontri tenuti solo con le ragazze sono
stati più proficui. Il dato preoccupante è che il tema delle pari opportunità in
generale non è sentito come rilevante neppure dalle giovani donne: per questo è
importante che gli insegnanti ne discutano in classe”. I risultati sono presentati oggi
alle 16.00 presso la Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati alla presenza
di Franca Bimbi, presidente della Commissione Politiche dell’Unione Europea,
Silvana Vallerga dell’Ismar-Cnr e rappresentante dell’Helsinki Group dell’Unione Europea, Fiorenza Taricone, presidente Associazione Coordinamento Comitato
Pari Opportunità delleUniversità, Pier Giacomo Sola, coordinatore del progetto Grid – Associazione Amitié. Il progetto ‘Diva’ non si è fermato alle scuole. “Dal dialogo con oltre
400 ricercatrici, impegnate in diversi settori disciplinari”, conclude la Palomba, “sono emerse
indicazioni sui nodi critici che impediscono alle donne di fare carriera e,
primo fra tutti, la mancata valutazione dei meriti. Le più giovani hanno una
minore percezione di tali disuguaglianze e sono più convinte che le loro capacità saranno premiate. Il
tema delle quote ‘rosa’ resta controverso, mentre la
necessità di una maggiore trasparenza nei concorsi è condivisa da tutte.
Dagli incontri pubblici con 380 esponenti politici, amministratori locali e
rettori, il problema delle pari opportunità appare più sentito a livello
nazionale che non tra i presidi e i rettori delle Università, dove è difficile
ammettere che esistono discriminazioni”. Roma, 19 luglio
2007 Cosa: Conferenza: “Le buone pratiche per le pari opportunità
nella scienza” Chi: Rossella Palomba, ricercatrice dell’Istituto per le ricerche sulla
popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Cnr e Ambasciatrice europea per promuovere le pari
opportunità nella scienza Dove: Roma, Sala del
Cenacolo, Camera dei Deputati, Vicolo Valdina 3/A Quando: 19 luglio, ore 16.00 Info: Rossella Palomba, Irpps-Cnr, Roma, tel. 06/49932844, e mail: r.palomba@irpps.cnr.it
La citochina
può guarire da una grave malattia infantile Il Gruppo Genoma dell’ITB-CNR, fondato dal
Nobel Dulbecco, ha scoperto la molecola che può debellare l‘‘osteopetrosi da
carenza di osteoclasti’, patologia che colpisce lo scheletro dei bambini
rendendoli sordo-ciechi e uccidendoli. “Ora servono fondi per produrla”, afferma
Paolo Vezzoni, direttore del gruppo impegnato nella lotta alle malattie
rare Le ‘malattie orfane’ sono quelle che le grandi case farmaceutiche non hanno interesse a curare perché troppo rare, il che condanna all’oblio gli sfortunati malati, anche quando sono bambini. I ricercatori del Gruppo Genoma dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ITB-CNR), fondato dal premio Nobel Renato Dulbecco, si dedicano da tempo proprio allo studio di queste malattie rare e, nonostante la scarsità dei fondi a disposizione, i risultati non mancano. L’ultimo viene pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista ‘Nature Genetics’. I ricercatori del CNR hanno scoperto che una rara patologia denominata ‘Osteopetrosi da carenza di osteoclasti’ è dovuta all’assenza di una citochina di fondamentale importanza per la maturazione dell’osso. Le citochine, identificate negli anni ’60, sono molecole proteiche prodotte da vari tipi di cellule, di solito in risposta a uno stimolo, in grado di modificare il comportamento della stessa cellula o di altre, a livello locale o su tutto l’organismo, inducendone crescita, differenziamento e morte. “L’assenza di questa citochina, denominata RANKL”, spiega il direttore del Reparto Genoma Umano del CNR, Paolo Vezzoni, “provoca un’anomalia nella formazione dello scheletro che rende il bambino cieco e sordo oltre che anemico e che porta fatalmente alla morte. L’importanza della nostra scoperta sta nel fatto che la citochina RANKL rende la malattia potenzialmente curabile e che, a differenza di quello che si verifica in altri casi, essa può essere prodotta tramite tecniche di ingegneria genetica e inoculata nel paziente. La difficoltà di preparazione, unita al fatto che sinora questa citochina non rivestiva rilevanza medica, fa sì che attualmente non sia disponibile. La terapia quindi non è dietro l’angolo e potrà essere ottenuta solo se verranno dedicati sforzi adeguati a produrre la chitochina in quantità elevate, visto che questa dovrà essere somministrata ai pazienti per lunghi periodi”. La ricerca è stata portata avanti, nell’ambito del Progetto Genoma Umano, da Cristina Sobacchi, Annalisa Frattini e Anna Villa dell’ITB-CNR e dai loro collaboratori, in coordinamento con ricercatori di tutta Europa, grazie ai finanziamenti del ‘Progetto Nobel’ della Fondazione Cariplo, in collaborazione con l’Istituto Clinico Humanitas di Milano e con l’Università dell’Aquila. Il Reparto Genoma Umano dell’ITB CNR – nato nel 1987 - si pone all’avanguardia in Europa nel settore delle malattie genetiche umane e ha prodotto oltre un centinaio di lavori pubblicati sulle maggiori riviste internazionali nel campo delle malattie ereditarie, identificando i geni responsabili della Trombocitopenia legata al cromosoma X, dell’Immunodeficienza Combinata Grave (SCID), della sindrome di Omenn, della sindrome di Cornelia de Lange oltre ai numerosi studi sull’Osteopetrosi infantile recessiva maligna, una malattia ereditaria grave che si manifesta alla nascita e che porta a morte l’individuo manifestandosi con una deformazione delle ossa che causa due problemi: lo spazio interno dove ha sede il midollo è ridotto, così che le cellule del sangue non vengono prodotte in numero sufficiente (anemia e deficienza di piastrine), e i nervi cranici vengono compressi dalle ossa del cranio così da indurre cecità e altri disturbi. L’unica cura disponibile al momento è il trapianto di midollo, che non sempre ha successo, e che anche quando attecchisce non riesce a modificare i danni già instaurati. Roma, 17 luglio 2007
Chi: Cristina Sobacchi, Annalisa Frattini, Anna Villa, Lucia Susani, Matteo Guerrini, Paolo Vezzoni Che cosa: Sobacchi C. et al. Osteoclast-poor human osteopetrosis due to mutations in the gene encoding RANKL, Nature Genetics, pubblicato on line Informazioni: Paolo Vezzoni, Gruppo
Genoma dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del Consiglio Nazionale delle
Ricerche (ITB-CNR), tel. 02/26422614, e mail: paolo.vezzoni@itb.cnr.it visto su: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Luglio/109_LUG_2007.HTM
Nuovi dati sulle relazioni tra dieta e
ipertensione arteriosa da una ricerca dell’Istituto di Scienze
dell’Alimentazione (ISA) del CNR e del Dipartimento di Medicina Clinica e
Sperimentale dell’Università Federico II di Napoli
Meno sale (a tavola), meno sale (la pressione). La validità di questo slogan, proposto recentemente dalla Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa per sensibilizzare la popolazione ad un uso più moderato del sale da cucina, riceve in questi giorni un ulteriore sostegno scientifico dai dati di una ricerca condotta dall’Isa-Cnr e dall’Università Federico II di Napoli, pubblicati sulla prestigiosa rivista internazionale Journal of Hypertension. Lo studio ha evidenziato che lo sviluppo di ipertensione arteriosa è significativamente più frequente nei pazienti con maggiore sensibilità agli effetti pressori del sale assunto con la dieta, rispetto a coloro in cui tale sensibilità è di minor grado. In particolare, a distanza di 15 anni dalla originaria valutazione della sensibilità al sale nei soggetti partecipanti allo studio, l’ipertensione arteriosa si è sviluppata nell’88% dei casi più sensibili e nel 50% di quelli restanti. La ricerca è stata realizzata nell’ambito dell’Olivetti Heart Study, uno studio longitudinale sui fattori di rischio per le malattie cardiovascolari coordinato dal professor Francesco Strazzullo del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università Federico II di Napoli, che ha interessato i dipendenti degli stabilimenti dell’Olivetti di Pozzuoli e Marcianise in Campania. “Nel 1987, durante uno dei periodici controlli previsti per l’Olivetti Study”, spiega Gianvincenzo Barba, ricercatore dell’Isa-Cnr e primo autore dello studio, “abbiamo identificato un gruppo di partecipanti che, pur con valori ancora nella norma, mostravano una differente risposta pressoria al sale alimentare, nel senso che il passaggio dalla dieta ‘abituale’ (in Italia molto ricca in sodio, anche rispetto alla media europea) a quella iposodica era associato ad una riduzione della pressione arteriosa molto maggiore di quella osservata negli altri partecipanti. In quell’occasione rilevammo che in quegli stessi soggetti l’eliminazione urinaria del sodio alimentare in eccesso avveniva al prezzo di valori pressori più elevati e di un surplus di lavoro da parte del rene”. Recentemente, continua il ricercatore, “abbiamo avuto l’opportunità di rivisitare a distanza di circa 15 anni questi stessi individui e abbiamo evidenziato che, in assenza di variazioni dell’apporto di sodio con la dieta, la maggiore sensibilità al sodio si è tradotta nel tempo in un rischio più elevato di sviluppare ipertensione arteriosa, ovvero in una più precoce insorgenza rispetto a coloro in cui questa sensibilità è di grado minore”. “Bisogna però fare attenzione”, sottolinea Pasquale Strazzullo, “a non credere che l’eccesso di sale nella dieta sia pericoloso per alcuni ma non per altri. In realtà, il diverso grado di sodio-sensibilità influisce più che altro sui tempi di sviluppo dell’ipertensione, ma esiste una robusta documentazione scientifica sul fatto che una dieta ricca in sodio è un fattore di rischio per tutti o per la grande maggioranza di noi. L’ipertensione arteriosa è una tra le maggiori cause di morte nel nostro Paese e il contenuto di sodio nella dieta degli italiani è molte volte superiore al fabbisogno reale. Per ridurlo, è necessario contenere il più possibile l’aggiunta di sale a tavola e in cucina, ma è anche indispensabile che ne venga ridotto il contenuto nei prodotti alimentari preconfezionati”. Roma, 13 luglio 2007 La scheda Chi: Istituto di scienze dell’alimentazione del Cnr di Avellino Che cosa: ricerca su sale e ipertensione arteriosa pubblicata sul Journal of Hypertension. Per informazioni: Gianvincenzo Barba, Istituto di scienze dell’alimentazione del Cnr di Avellino – Tel. 0825.299353-111, e-mail: gbarba@isa.cnr.it
CONSIGLIO
NAZIONALE DELLE RICERCHE E
PROVINCIA DI LECCO: FIRMATO PROTOCOLLO D’INTESA PER Il
CNR investirà parte del ricavato nelle strutture scientifiche del territorio. La
Provincia continuerà ad ospitare convegni e incontri a carattere scientifico
Un’iniziativa di
valenza territoriale, finalizzata alla valorizzazione di strutture e di
competenze scientifiche presenti nella provincia di Lecco, tesa ad offrire anche
un’opportunità di inserimento ai giovani nelle strutture di ricerca, nonché una
prospettiva lavorativa per il futuro. E’ questo
l’obiettivo di maggior rilievo del protocollo d’intesa sottoscritto fra il
Presidente della Provincia di Lecco, dott. Virginio Brivio e il Presidente del Consiglio Nazionale delle
Ricerche, prof. Fabio Pistella, che sancisce la
vendita del compendio immobiliare di Villa Monastero di Varenna, di proprietà del CNR, alla Provincia di Lecco, che
già da tempo utilizzava la struttura in comodato d’uso. L’accordo prevede che il
CNR si impegni “ad investire parte del ricavato della vendita ( pari a 9 milioni
315 mila euro) nelle strutture scientifiche che insistono sul territorio della
Provincia di Lecco e per le finalità già contenute in un Accordo quadro firmato
con Da parte sua,
Il protocollo
d’intesa è stato sottoscritto in un momento particolarmente favorevole, sia per
quanto riguarda l’attività del polo tecnologico di Lecco, sia per quanto attiene
alle potenziali ricadute per la Provincia. La struttura di
Lecco del CNR rappresenta infatti una concreta presenza sul territorio,
sviluppatasi particolarmente nel corso degli ultimi anni, grazie ad una intensa
collaborazione con primarie strutture di ricerca che operano nella Provincia,
nel settore della ricerca e dello sviluppo su materiali, tecnologie, dispostivi
e strumentazione con numerose potenzialità di applicazione in aree
diversificate, da quella energetica a quella biomedicale, con riferimento specifico alle disabilità. In particolare,
la collaborazione programmata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche con il
Politecnico di Milano, sui temi riguardanti i dispositivi e le tecnologie per la
protezione pubblica, i dispositivi e le tecnologie per la disabilità, nonché le attività di ricerca nel settore dei
materiali a memoria di forma, prefigura ricadute di notevole interesse per il
polo tecnologico dell’Ente. Non meno
importanti si rivelano, per la Provincia di Lecco, le potenziali ricadute attese
dalle attività previste nel già citato accordo del CNR con A titolo di
esempio, fra le attività progettuali in fase di avviamento da parte del CNR,
nell’ambito dell’Accordo quadro con Secondo il
Presidente del CNR, Fabio Pistella, “il Protocollo
d’intesa con la provincia di Lecco si inserisce nel quadro delle numerose
iniziative avviate con successo dall’Ente, volte alla costruzione di reti
integrate con partner pubblici e privati, focalizzate su obiettivi concreti e
finalizzate alla valorizzazione di strutture e competenze scientifiche, con
l’attenzione anche alla ricaduta occupazionale. La disponibilità a creare
partnership progettuali è inoltre propedeutica – ha aggiunto Pistella - ad importanti sviluppi quali: 1) la costruzione
di “maglie” integrate nazionali di soggetti pubblici e privati per la
partecipazione ai bandi previsti nel VII Programma Quadro; 2) una partecipazione
più organizzata e mirata alle iniziative di ricerca e sviluppo che saranno
oggetto degli interventi finanziati dal Programma Operativo Nazionale e dai
Programmi Operativi Regionali a livello territoriale; 3) la possibilità di
facilitare il concreto decollo, con il coinvolgimento delle Imprese nazionali,
di programmi dimostrativi nelle aree dell’uso nazionale dell’energia e della
protezione dell’ambiente gestiti dalle Regioni o da altri Ministeri, anche con
risorse apposite allocate nella Legge Finanziaria 2007”. “L’acquisizione
di Villa Monastero da parte della Provincia di Lecco – commenta il Presidente
Virginio Brivio – rappresenta un’occasione unica per
incrementare il patrimonio del nostro Ente, con un prestigioso compendio dalle
grandi potenzialità scientifiche, culturali e turistiche. L’acquisto della
Villa, che il nostro Ente gestisce dal 1995 e su cui ha investito notevoli
risorse nel recupero, nella ristrutturazione e nella manutenzione, consentirà di
rafforzare ulteriormente il sentimento di identità istituzionale. Ringrazio in
modo particolare il CNR, che si è impegnato a destinare il ricavato
dell’operazione alle strutture scientifiche che insistono sul territorio
provinciale e per l’attuazione dei programmi di innovazione, ricerca e sviluppo
economico e sociale previsti dall’Accordo stipulato nel 2006 con la Regione
Lombardia, dando così un ulteriore valore aggiunto all’operazione
complessiva”. Il protocollo
d'intesa consentirà infine di cogliere le nuove opportunità progettuali legate
al programma “Industria 2015” del Ministero dello Sviluppo Economico, rispetto
al quale sono già state avanzate idee progettuali coerenti con le iniziative
avviate con la Regione Lombardia e finalizzate alla realizzazione di sistemi per
un più razionale uso dell'energia negli ambiti civili. Roma, 13 luglio
2007 Informazioni: Portavoce del Presidente del CNR,
Fabrizia Flavia Sernia, tel. 320/43 28 819; Portavoce
del Presidente della Provincia di Lecco, Samuele Biffi, tel. 329/21 07
831 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Luglio/107_LUG_2007.HTM
Una
proteina derivata dalla medusa rivela i difetti delle
cellule
La GFP presente nella Aequorea victoria, modificata
dal Cnr-Infm Nest, diventa un segnalatore per diversi bersagli. Lo studio –
presentato al convegno “Functional Materials and Molecular Devices
for Nanoelectronics and Nanosensing”, in corso oggi e domani presso il
CNR – apre ad applicazioni terapeutiche per rilevare tumori in
stadio precoce La medusa, croce di tutti i
bagnanti e nota per le fastidiose lesioni provocate dal suo liquido urticante,
contiene una particolare proteina che emette luce e che può essere usata come
“marcatore visivo” per trovare difetti all’interno delle cellule. E’ il
risultato di uno studio che viene presentato da Fabio Beltram del Cnr-Infm
(Istituto Nazionale per
La proteina in questione è
Questa ed altre proteine fluorescenti, alcune delle quali sono divenute brevetti del Cnr, possono essere modificate fornendo loro proprietà aggiuntive. E’ appunto quello che ha fatto il gruppo di ricerca guidato da Fabio Beltram, che ha attribuito ad alcune di queste proteine la capacità di cambiare conformazione e acquisire nuove proprietà, come il cambiamento di colore, in risposta a stimoli esterni quali la presenza di una specifica proteina mutata o la concentrazione di una specie chimica. “Queste proteine mutate – spiega Beltram - da semplici lampadine fluorescenti diventano così dei veri e propri sensori, che reagiscono all’ambiente inviando segnali all’esterno”. Il laboratorio del ricercatore del Nest Cnr-Infm sta già sperimentando alcune applicazioni di queste proteine-sensori in campo diagnostico, effettuando test su cellule umane e costruendo segnalatori per diversi bersagli. “Al Dna di queste proteine-sensori infatti – continua Beltram - è possibile aggiungere anche un altro pezzo di Dna con la funzione di vettore educato alla ricerca di una determinata proteina bersaglio. Quindi, oltre ad insegnare alla cellula a formare da sé la proteina-sensore, si fornisce a questa un ‘motorino’ che le permette di entrare nelle cellule e vagare alla ricerca del bersaglio per cui è stata educata. Una volta trovato il bersaglio, la proteina-sensore si lega ad esso e questo legame provoca il cambiamento di conformazione e di colore”. Il grandissimo potenziale in campo biomedico aperto da queste ricerche riguarda, oltre alla diagnostica, anche il campo terapeutico. Sono in sperimentazione delle proteine-sensori che nascondono in sé un potenziale farmacologico, chiamate “pro-farmaci”, cioè non farmacologicamente attive ma che possono attivarsi in caso di segnali particolari (come la presenza di una proteina mutata). Questa nuova scienza, chiamata “nanomedicina”, sta muovendo ancora i suoi primi passi, ma lo scenario che apre è quello di portare queste proteine dentro un organismo apparentemente sano per rilevare la presenza di cellule mutate, altrimenti invisibili, come quelle tumorali in stadio precoce, e poterle quindi distruggere. Il convegno “Functional Materials and Molecular Devices for Nanoelectronics and Nanosensing” - sito web: http://www.idac.rm.cnr.it/nanosens2007 - è presentato dal centro studi e documentazione sulla sensoristica dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e riunisce ricercatori italiani ed internazionali nel campo della nanoelettronica e nanosensoristica per offrire una panoramica sui recenti risultati di ricerca nella progettazione, l'assemblaggio e lo studio di dispositivi elettronici molecolari che permettano il controllo di funzioni elettroniche. Roma, 12 luglio 2007 Cosa: convegno “Functional Materials and Molecular Devices
for Nanoelectronics and Nanosensing” Dove: aula Convegni del Cnr, piazzale Aldo Moro, 7 - Roma (aula Convegni) Quando: 12 -13 luglio, dalle ore 8.30 Info: per la ricerca
Fabio Beltram - Nest Cnr-Infm (National Enterprise for nanoScience and
nanoTechnology, Consiglio Nazionale
delle Ricerche-Istituto Nazionale per
Droghe: per molte sostanze bassi consumi nel Sud Relazione al Parlamento sullo stato
delle tossicodipendenze in Italia’, basata su indagini dell’Ifc-Cnr, presentata
oggi dal ministro della Solidarietà sociale. A Calabria e Basilicata il primato
della minor diffusione di molte sostanze, specie a livello
giovanile La mappa dei consumi che emerge dalla ‘Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia 2006’, presentata questa mattina a Palazzo Chigi dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero e basata su indagini campionarie realizzate dall’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa, è inevitabilmente composita e non si presta a facili generalizzazioni. Colpiscono però alcuni elementi di dettaglio. In particolare, la presenza delle regioni meridionali tra quelle meno afflitte dal problema delle dipendenze da molti tipi sostanze, sia a livello generale che nella popolazione studentesca. In particolare, la Calabria e la Basilicata appaiono spesso tra le regioni più immuni. Popolazione
generale Vediamo alcuni casi. La
prevalenza dell’uso di eroina (almeno una volta negli ultimi 12 mesi) nella
popolazione generale oscilla tra lo 0,7% della Liguria e lo 0,2 del Lazio. Tra
le regioni maggiormente esposte risultano anche Umbria e Basilicata con lo 0,5,
mentre consumi intorno allo 0,2% si rilevano anche in Sicilia, Trentino Alto
Adige e Valle d’Aosta. Ad alte
prevalenze nei consumi in Liguria e Umbria si associano anche alti numeri delle
operazioni di sequestro, denunce e segnalazioni, minori in Sicilia, Basilicata e
Trentino. La regione che fa registrare la
più alta prevalenza di consumatori di cocaina è la Lombardia (4,7%); in
Basilicata i valori più bassi (1,1%) e valori inferiori anche in Calabria
(1,3%), Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta (intorno
all’1,4%). La Regione con le più alte
percentuali di consumatori di cannabis è il Lazio con il 10,6% mentre la Regione
dove si rileva una minor proporzione è la Basilicata (7,7%). Percentuali elevate
in Sicilia (circa il 10,2%), Valle d’Aosta, Liguria, Veneto e Abruzzo (poco più
del 9%). Valori più bassi per
l’Emilia-Romagna ed il Friuli-Venezia Giulia (inferiori all’8%); la
Sardegna, il Molise e la Puglia (poco più dell’8%). La Regione maggiormente interessata
dall’utilizzo di allucinogeni risulta la Lombardia (circa lo 0,85%); seguono la
Campania con lo 0,6%; Emilia Romagna, Lazio, Umbria e Veneto con prevalenze
intorno allo 0,5%. Le Regioni dove si osserva un uso minore sono la Valle
d’Aosta (0,2%), la Basilicata e la Calabria (0,3%). La prevalenza di soggetti che ha
fatto uso di alcolici almeno una volta negli ultimi dodici mesi varia tra l’82%
del Friuli-Venezia Giulia ed il 76% della Sicilia. Tra le Regioni con meno
consumatori anche il Lazio con il 78% e Sardegna, Marche, Calabria e Campania
intorno al 79%. La distribuzione dei consumatori di tabacco oscilla tra il 34%
del Piemonte e il 30% della Calabria. Percentuali minori intorno al 31% in
Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Veneto e Basilicata. Nel 2005 le Regioni più interessate dal policonsumo sono state le Marche (33%), la Basilicata (26%), la Toscana (26%) e l’Umbria (25%). All’opposto, Calabria (7%), Sardegna (8%) e Trentino-Alto Adige (9%). Popolazione scolarizzata
Per quanto concerne la popolazione scolarizzata le prevalenze più elevate di consumatori di eroina negli ultimi dodici mesi si registrano nel Molise 2%, mentre in Friuli e Calabria si rilevano i tassi più bassi (circa 1,5%). Prevalenze elevate rispetto alla media nazionale anche in Sicilia (circa l’1,8%), Abruzzo, Sardegna, Lazio, Lombardia, Puglia e Umbria (1,7%). Oltre all’Umbria con il 4,7% la
prevalenza di studenti consumatori di cocaina risulta alta in Abruzzo e Lazio
(4,4%), in Liguria (4,3%), nelle Marche (circa il 4,1%) e nelle regioni del
centro, mentre anche qui la diffusione è minore in Calabria (2,8%), nel sud
(Puglia e Campania 3,2%) e nelle isole (Sicilia: 3,3%; Sardegna: 3,5%) oltre che
nel Friuli-Venezia Giulia (3,2%). La prevalenza degli utilizzatori
di cannabis oscilla tra il 28% circa del Piemonte ed il 18% della Calabria.
Risultano maggiormente esposte anche la Liguria ed il Trentino-Alto Adige
(intorno al 28%), Valle d’Aosta, Umbria, Lombardia e Lazio (intorno al
26%). Anche la più alta concentrazione di studenti che riferisce di fare uso di sostanze anabolizzanti si trova in Piemonte con lo 0,45%. La percentuale minore è lo 0,32% in Sicilia ed è sempre il sud a far registrare prevalenze minori. La diffusione degli stimolanti di sintesi interessa tutte le Regioni dell’Italia Nord-Occidentale (prima la Liguria col 2,6%), ma la prevalenza più elevata si registra in Umbria (2,8%). Sono sempre gli studenti del sud e delle Isole a riferire consumi minori, dall’1,3% della Calabria all’1,8% della Sicilia. Le percentuali più elevate di
giovani consumatori di alcolici varia tra l’88% del Friuli e del Veneto ed il
78% della Campania; utilizzo intorno all’87% in Trentino-Alto Adige, Lombardia,
Emilia-Romagna e Piemonte. Sono le Regioni del sud quelle dove si registrano
dati meno elevati (circa 81% in Sicilia, 82% in Basilicata). La prevalenza del
numero dei consumatori di tabacco nelle varie Regioni d’Italia, oscilla tra poco
più del 29% del Lazio ed il 23% della Calabria e percentuali minori si
registrano per il restante sud e per il Friuli (intorno al 24%), con Basilicata e Sicilia al 25%. Con il 32%, la Regione
maggiormente interessata dal policonsumo nel 2006 è stata il Molise; seguono
l’Umbria con quasi il 27% ed il Trentino-Alto Adige con il 26%. All’opposto, con
circa il 14% di poliassuntori, Basilicata e Valle d’Aosta. Percezione della disponibilità di droghe
Per quanto concerne la percezione della
disponibilità di droghe da parte della popolazione generale (soggetti ai
quali sia stata offerta una
sostanza almeno una volta durante l’anno) per l’eroina la regione più esposta
è il Trentino Alto Adige col 4%,
all’opposto versante l’Italia insulare e il Molise dove l’offerta risulta invece
inferiore all’1%. Le regioni con la maggiore disponibilità percepita di cocaina sono Umbria (8%), Emilia-Romagna (7,1%), Marche (7%), Lazio (6,8%), Toscana (6,5%) e Puglia (6,5%). Le Regioni dove l’offerta è riferita come minore sono il Molise (1%), la Basilicata (2,3%), il Friuli-Venezia Giulia (3,2%) e la Sardegna (3,2%). E’
il Lazio al primo posto per l’offerta riferita di cannabis (21,7%), seguono poi
la Toscana (20,3%) ed il Trentino-Alto Adige (20,1%). Sono invece i residenti
della Emilia-Romagna, del Friuli-Venezia Giulia, della Basilicata e del Piemonte ad avere avuto
minor offerta di hashish e/o marijuana. Sia
per l’offerta di allucinogeni che per quella di stimolanti di sintesi, le
Regioni che risultano maggiormente esposte sono il Trentino-Alto Adige
(allucinogeni: 2,8%; stimolanti: 6,6%), l’Umbria (allucinogeni: 2,7%;
stimolanti: 4,1%) e la Toscana (allucinogeni: 2,3%; stimolanti: 3,7%). La
Calabria risulta la Regione italiana con minor offerta in entrambi i casi e la
diffusione percepita degli stimolanti di sintesi riguarda prevalentemente il
nord-est e il centro Italia. Riferendosi in termini
generali alle sostanze psicoattive illegali sopra indicate, la Regione dove
complessivamente l’offerta sembra essere maggiore è la Toscana, seguita
dall’Umbria; quelle dove si constatano dati globalmente inferiori sono Sardegna
e Molise (con l’aggiunta di Regioni popolose come Lombardia e Lazio se ci si
limita al dato delle droghe “maggiori”, eroina, cocaina e
cannabis). Per
quanto riguarda gli studenti, le Regioni dove viene percepita maggiore
semplicità d’accesso all’ eroina sono il Trentino-Alto
Adige (42%), la Lombardia (40%) e l’Emilia-Romagna (39%); a seguire Lazio ed
Umbria (37%). Nelle regioni del sud la sostanza sembra essere meno reperibile;
la Basilicata (30%) il Molise (31,7%) e la Sicilia (32%) le Regioni dove la
prevalenza è più bassa. Anche per la cocaina sono le Regioni del
centro-nord ad evidenziare prevalenze maggiori: il 34% degli studenti umbri, il
33% di quelli lombardi, il 32% dei trentino-alto atesini. Nel sud, come in Valle
d’Aosta e in Friuli-Venezia Giulia gli studenti riferiscono una minore
disponibilità. Se
si esclude la Sardegna (67%) le prevalenze di studenti che percepiscono facilità
d’accesso alla cannabis sono maggiori nelle regioni del nord (Trentino-Alto
Adige 67%; Lombardia 64%; Liguria ed Emilia-Romagna 63%). Gli studenti di
Calabria (48%), Basilicata (49%) e Campania (50%) registrano prevalenze minori
nella percezione come nei consumi della stessa. Particolarmente alta la
disponibilità percepita di alcol
in Valle d’Aosta (96,3%), nel Nord-Est (Veneto e Friuli-Venezia Giulia
95%, Lombardia e Trentino-Alto Adige 94%) e in Sardegna (96%). In tutto il sud
si osservano le prevalenze più basse (Sicilia 88%; Calabria 89%; Puglia 90%).
Anche per quanto riguarda il tabacco
le Regioni dove si riscontra maggiore facilità d’accesso percepita sono
(a parte la Sardegna in testa con il 96%) al nord (Valle d’Aosta, Lombardia,
Friuli-Venezia Giulia, Liguria 95%; Veneto e Trentino-Alto Adige 94%). Nel sud
le due prevalenze più basse (Sicilia,
Calabria 90%). Roma, 11 luglio
2007 La scheda Chi: Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche Che cosa: Relazione al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia nel 2006’
Genova capitale della scienza della complessità Presso i
Magazzini del Cotone, fino al 13 luglio, è in corso
Statphys 23, il più grande evento mondiale di fisica
statistica coorganizzato da Isc-Cnr e Infm-Cnr. Accanto al
programma scientifico, eventi aperti al pubblico in
collaborazione con il Festival della Scienza A partire da oggi e fino al 13
luglio, Genova diventerà la vetrina mondiale della fisica statistica e della
scienza della complessità. Il Centro Congressi dei Magazzini del Cotone ospiterà
infatti la ventitreesima edizione di Statphys, evento internazionale
co-organizzato dall’Istituto dei Sistemi Complessi del
Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISC-CNR) e
dall’Istituto Nazionale per “La scelta della sede italiana –
dichiara il chairman della conferenza, Luciano Pietronero,
direttore dell’ISC-CNR - è un'importantissima occasione di promozione della ricerca scientifica nel nostro Paese, in un
settore di grande rilevanza e attualità. La sede di Genova, in particolare,
costituisce un riconoscimento della vocazione scientifica e dell’attenzione
verso la divulgazione della città”””. Statphys 23 richiamerà a Genova oltre 1.200 studiosi, gran
parte dei quali da paesi stranieri, per discutere e
confrontare le ricerche italiane e internazionali di maggiore interesse nel
campo della fisica statistica e delle sue applicazioni: materia condensata,
fenomeni critici, dinamica turbolenta dei fluidi, nanotecnologie, nonché sviluppi interdisciplinari in campo
biologico, finanziario, tecnologico, negli studi sociali e nella teoria
dell’informazione. “Lo studio dei sistemi complessi comporta un cambio di
forma mentis da parte degli scienziati” spiega il prof. Pietronero. “La scienza tradizionale si basa infatti su un
ragionamento ‘riduzionistico’, per
cui se sono noti tutti i fattori che concorrono a creare una situazione,
è possibile prevederne il risultato e viceversa. Per una cellula o per le dinamiche socio-economiche si è però di fronte ad una nuova
situazione in cui la conoscenza delle proprietà degli elementi individuali non è
sufficiente per descrivere la struttura nel suo insieme. Questo approccio è applicabile a partire dai
sistemi fisici più tradizionali fino all’ecologia e ai sistemi immunitari
nell’economia e nell’imprenditoria”. Accanto a un programma riservato in prevalenza agli addetti ai
lavori, Statphys si aprirà alla città di Genova
attraverso una serie di eventi divulgativi organizzati in collaborazione con il
Festival della Scienza. Martedì 10 alle 21,30 conferenza su
“Fisica della città: complessità e traffico” con Sandro Rambaldi, Bruno Giorgini, Walter
Tocci e Arcangelo Morella. Mercoledi 11 alle 18, tavola rotonda su “Complessità, Organizzazione e Innovazione” (Sala Maestrale) con il
Ministro dell’Innovazione Luigi Nicolais, Franco Rebuffo (Presidente Aletheia,
Milano), Manuela Arata (CNR–PSC e Presidente del Festival della Scienza di
Genova), Doyne Farmer (Santa
Fe Institute of Complex Systems), Giorgio Parisi (Università Per tutta la durata dell’evento sarà
allestito nei Magazzini del Cotone un ampio spazio-exhibit in collaborazione con il Festival della
Scienza nel quale saranno ospitati giochi ed
esperimenti tratti dalla mostra INFM “Le Meraviglie della Scienza” e da “Matefitness – la palestra della
matematica”. Roma, 9 luglio 2007 La
scheda Chi: Istituto dei Sistemi
Complessi (ISC-CNR), Istituto Nazionale per Che cosa: ventitreesima edizione di Statphys Per informazioni: Francesca Gorini, Ufficio Stampa STATPHYS, francesca.gorini@infm.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Luglio/104_GIU_2007.HTM
In Sardegna,
sulle tracce dei Fenici Torna alla luce un sistema difensivo edificato nei secoli VI e IV-III a. C. Gli scavi sono condotti dal Consiglio nazionale delle ricerche in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano e con il Comune di Santadi. Sono ripresi in Sardegna i lavori di scavo nel sito di Pani Loriga (Santadi, CA), diretti da Massimo Botto e Ida Oggiano, ricercatori dell’Istituto di studi sulle civiltà italiche e del Mediterraneo antico (Iscima) del Consiglio nazionale delle ricerche, in accordo con la Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano e con la collaborazione del Comune di Santadi e del curatore del locale Museo archeologico. Le nuove indagini hanno dato risultati di estremo interesse mettendo in luce sotto il crollo delle strutture murarie, realizzate con uno zoccolo in pietra ed un alzato in mattoni crudi, uno strato di distruzione con la presenza di un considerevole numero di anfore puniche datate al V sec. a.C. destinate alla conservazione degli alimenti. L’omogeneità del complesso dei materiali sigillati dal crollo permette inoltre di datare il settore dell’abitato dove risulta ubicato l’edificio nei momenti iniziali della presenza cartaginese in Sardegna. “Le ricerche”, spiegano gli archeologi del Cnr “hanno interessato due differenti aree del sito. Da una parte sono stati ripresi gli scavi dell’abitato punico, dall’altra si è proceduto al rilievo del complesso sistema difensivo. Le ricerche in abitato sono state indirizzate allo scavo di un settore di un edificio non interessato dalle precedenti indagini svoltesi a Pani Loriga fra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta del secolo scorso”. Gli scavi presso le fortificazioni che interessano l’intera collina, dove è ubicato l’insediamento, hanno portato all’individuazione di un sistema difensivo articolato del quale sono state individuate due fasi edilizie databili in via preliminare al VI e al IV/III sec. a.C. Tali fortificazioni si collegano quindi alla più tarda presenza fenicia sull’isola (VI secolo) e al momento di massima espansione cartaginese nel territorio sulcitano (IV/III secolo a. C.). Roma, 5 luglio 2007 La
scheda Chi: Istituto di studi sulle
civiltà italiche e del Mediterraneo antico (Iscima) del Consiglio nazionale
delle ricerche, Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano,
Comune di Santadi. Che cosa: ritrovamenti archeologici a Santadi (Cagliari) Per informazioni: Ida Oggiano, Istituto per lo studio delle civiltà italiche e del Mediterraneo antico (Iscima) del Cnr, Montelibretti (Rm), tel. 06/90672457, e-mail: ida.oggiano@mlib.cnr.it, ioggiano@hotmail.com; Massimo Botto, Iscima-Cnr, , e mail: massimo.botto@mlib.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Luglio/103_GIU_2007.HTM
Arriva il
camper domotico: basso impatto, nessuna
barriera Verrà presentato domani a Pisa Lucy, un
mezzo a misura di anziani e disabili e a bassissimo impatto ambientale
realizzato dall’Isti-Cnr di Pisa. Aprire i rubinetti e le finestre, cambiare
canale del televisore o spegnere le luci non saranno più un problema per nessuno
Fa tutto da solo: chiude le finestre se piove o se si alza il vento; abbassa le tende quando c’è il sole; stacca il gas se ci siamo dimenticati il fornello acceso. E risponde senza esitazione a tutti i nostri comandi: siano essi vocali, oculari o innescati da movimenti muscolari volontari. Lucy, camper domotico di ultima generazione, sarà tenuto a battesimo domani, venerdì 6 luglio, nell’Area della ricerca Cnr di Pisa, in occasione del convegno “L’innovazione tecnologica come volano dello sviluppo locale”. La casa viaggiante, sintesi delle migliori tecnologie dell’automazione domestica presenti sul mercato, è stata realizzata nell’ambito del progetto ‘Equal Sodo’ (Struttura operativa per la domotica) – coordinato dall’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione ‘Alessandro Faedo’ del Cnr di Pisa (Isti-Cnr) – e si propone di portare direttamente a domicilio degli utenti i vantaggi della scienza applicata alla vita quotidiana: vantaggi misurabili in termini di sicurezza, comfort, benessere e risparmio. “Lucy, infatti, non è solo una suggestiva dimostrazione dei benefici delle installazioni domotiche applicate a tutta l’impiantistica domestica (illuminazione, riscaldamento, sicurezza, intrattenimento)” sottolinea Giuseppe Fusco, dell’Isti-Cnr. “Il camper si caratterizza anche per il bassissimo impatto ambientale (che ne garantisce l’autosufficienza energetica) e per l’essere totalmente a misura di anziani e disabili”. La casa su quattro ruote eredita poi prerogative fino a ieri riservate alle imbarcazioni di superlusso (dove la domotica è uno ‘status symbol’) e consente di adattare le sue interfacce di controllo alle condizioni di ciascun individuo: gesti quotidiani come aprire i rubinetti, cambiare canale del televisore o spegnere le luci non saranno più un ostacolo per nessuno. Il progetto ‘Sodo’, finanziato con un milione e 200mila euro da Fondo Sociale Europeo, Ministero del Lavoro e Regione Toscana, nasce dalla constatazione dello squilibrio esistente fra le aspettative degli utenti per le tecnologie domotiche e le competenze di progettisti e installatori. “Il nostro progetto”, osserva l’ing. Guglielmo Cresci dell’Isti-Cnr, “si articola su tre principali linee di attività. La prima riguarda la formazione e l’aggiornamento professionale: 80 installatori di impianti hanno già seguito i nostri corsi, prendendo confidenza con le principali tecnologie domotiche presenti sul mercato; presto sarà la volta dei progettisti. La seconda linea di attività è la creazione di un laboratorio di supporto permanente (circa 200 metri quadrati di spazio attrezzati con supporti per la didattica e dimostratori di applicazioni e tecnologie) che sarà completato entro fine estate nell’Area della ricerca Cnr di Pisa. La terza, infine, riguarda le installazioni dimostrative delle potenzialità delle tecnologie domotiche: a questo scopo sono stati identificati tre edifici pubblici a Firenze, Viareggio e Pisa che, naturalmente, saranno integrati dal camper domotico Lucy”. Nel corso del convegno qualificati rappresentanti del mondo scientifico, delle realtà produttive e delle istituzioni si confronteranno proprio sul tema dell’innovazione tecnologica come leva per lo sviluppo economico, con esempi concreti (vedi Milano Santa Giulia: uno dei più importanti interventi di riqualificazione urbana mai effettuati in Italia) dei benefici innescati da questa preziosa sinergia. Roma, 5 luglio 2007 Chi: Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione ‘Alessandro Faedo’ del Cnr di Pisa (Isti-Cnr) Che cosa: progetto Equal Sodo’-convegno ‘L’innovazione tecnologica come volano dello sviluppo locale’ Dove: Area della ricerca del Cnr di Pisa, Via Giuseppe Moruzzi, 1 Quando: 6 luglio 2007, ore 9.00 Per informazioni: ing. Guglielmo Cresci, tel. 050/3152937 -, guglielmo.cresci@isti.cnr.it; Giuseppe Fusco tel. 050/3152036, giuseppe.fusco@isti.cnr.it; Luca Trombella, tel. 050/3152713 - e mail luca.trombella@isti.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Luglio/102_GIU_2007.HTM
Tecnologia e tutela dei
boschi: un’intesa sostenibile Sviluppo sostenibile, certificazione forestale e
innovazione tecnologica. Se ne parlerà presso la sede del Cnr di Roma nel corso
di una giornata di studio organizzata dall’Ivalsa-Cnr
Fare chiarezza sulla relazione tra innovazione nella meccanizzazione forestale e la corretta gestione delle aree boschive, nel rispetto dei criteri di sostenibilità e tutela ambientale. E’ questo lo scopo del workshop ‘Meccanizzazione e certificazione forestale’ previsto il 5 luglio 2007 a Roma presso il Consiglio nazionale delle ricerche. La giornata di studio è stata organizzata dall’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree (Ivalsa) del Cnr di Firenze e dall’associazione Pefc Italia, ente normatore del Programme for endorsement of forest certification schemes, riconosciuto a livello mondiale. “Dalla nascita del concetto di sviluppo sostenibile, ratificato a Rio nel 1992, alle linee guida del protocollo di Helsinki del 1995, molta strada è stata fatta nella direzione della tutela delle foreste”, afferma Carla Nati, ricercatrice Ivalsa-Cnr. “In particolare la certificazione forestale è stato uno degli strumenti che ha permesso di migliorare l’immagine della selvicoltura e della filiera foresta-legno, fornendo di fatto la possibilità di commercializzare legno e prodotti del bosco provenienti da foreste gestite in modo sostenibile”. La certificazione forestale, infatti, attesta che le forme di gestione boschiva rispondono a determinati requisiti, riconosciuti a livello mondiale, per quanto attiene sostenibilità ambientale, economica e sociale. “Sono oltre 90 gli indicatori di buona gestione verificati per il rilascio della certificazione”, spiega Antonio Brunori, segretario generale di Pefc Italia. “Dal taglio dell’albero all’esbosco, tutto deve essere fatto in modo da impattare il meno possibile l’ecosistema assicurando, inoltre, la valorizzazione della flora autoctona e la protezione della fauna oltre che il rispetto delle realtà locali”. “Sono diverse le possibilità di soluzioni tecnologicamente avanzate ma rispettose dell’habitat forestale”, afferma Nati. “Nel caso del suolo, è da evitare il rimescolamento del terreno provocato dal passaggio dei mezzi di abbattimento ed esbosco, anche attraverso la definizione preventiva dei tracciati, spesso già stabiliti prima dell’inizio dei lavori. Da evitare accuratamente, poi, le perdite di combustibile e olio minerale sul terreno. Tra gli accorgimenti per minimizzare gli impatti al bosco si segnalano, ad esempio, l’uso di oli di origine vegetale a biodegradabilità elevata, l’utilizzo di pneumatici a sezione larga e con bassa pressione di esercizio per limitare il compattamento del suolo, la segnalazione, con nastri o segni colorati sulle piante, delle vie di abbattimento ed esbosco allo scopo di limitare i danni alle piante residue e alla rinnovazione”. Nel corso della giornata di studio i ricercatori dell’Ivalsa presenteranno i risultati di alcune loro ricerche sull’utilizzo sia degli oli di origine vegetali, con biodegradabilità superiore al 90%, sia dei carburanti alchilati, combustibili meno nocivi per la salute degli operatori perché privi di componenti volatili quali il benzene, notoriamente cancerogeno. “Negli ultimi anni”, conclude Nati, “l’interesse delle aziende boschive italiane verso la produzione di legname eco-sostenibile è aumentato considerevolmente: ad oggi sono oltre 666.000 gli ettari certificati secondo i due principali schemi di certificazione Pefc e Fsc. Tra il 2005 e il 2006 le superfici certificate (boschi e piantagioni) sono aumentate del 5-6% mentre il numero delle ditte che commercializzano anche prodotti derivanti da aree certificate è aumentato di oltre il 30%”. Roma, 4 luglio
2007 La scheda Che cosa: Giornata di studio su “Meccanizzazione e Certificazione forestale” Chi: Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree (Ivalsa) del Cnr di Sesto fiorentino (Fi) Quando: 5 luglio, ore
9.30 Dove: Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche, P.le Aldo Moro, 7 – Aula G.Marconi. Per saperne di più: Carla Nati, Ivalsa-Cnr, Firenze, tel. 055/5225642, e mail: nati@ivalsa.cnr.it, Antonio Brunori, Pefc Perugia, tel. 075/5997295, e-mail: info@pefc.it
L’Ev-K2-Cnr sbarca nel Golfo
Persico Il Comitato, in
collaborazione con alcuni istituti del Cnr e con un gruppo di aziende italiane, ha lanciato
Gemm, un progetto di monitoraggio e ricerca ambientale che mira a favorire in
quest’area del Medio Oriente uno sviluppo sostenibile, grazie alla cooperazione
tra ricercatori italiani e kwaitiani Un polo di ricerca
ambientale e tecnologica in Medio Oriente per studiare il territorio del Golfo,
il mare, l’aria, il clima. Per risolvere problemi di desertificazione,
contaminazione delle acque, smaltimento dei rifiuti, trasporti inquinanti. E per
promuovere lo sviluppo sostenibile creando preziose opportunità per l’industria
italiana. Ecco che cos’è Gemm, il nuovo progetto lanciato dal Comitato Ev-K2-Cnr
insieme a una cordata di aziende italiane. ‘Gemm’ sta per
Gulf Environmental Monitoring and Management. E’ un progetto di monitoraggio e ricerca
ambientale che coinvolge scienziati internazionali e strutture locali in
attività legate ai problemi ambientali rilevati sul territorio. Ma è anche
un’opportunità industriale e commerciale per le aziende italiane che operano nel
settore ambientale e che vogliono entrare nell’area del Golfo
Persico. Un territorio
fortemente provato dalla Prima Guerra del Golfo, ma nello stesso tempo
ricchissimo di petrolio. Un’area che ha intrapreso un rapido sviluppo e che
sbircia con interesse alla sostenibilità sia ambientale che economica. Per
seguire questa strada ha scelto di affidarsi a un partner italiano con
competenze uniche nei campi del monitoraggio climatico, della ricerca
scientifica e della cooperazione internazionale: il Comitato Ev-K2-Cnr.
“Il Comitato
ha una fortissima esperienza nel campo del monitoraggio integrato”, spiega Luca
Listo, responsabile del progetto Gemm. “Da vent’anni, infatti, svolge ricerche
scientifiche a 360 gradi su aria, acqua e territorio dell’Himalaya-Karakorum. E’
una competenza preziosa, che insieme alla capacità di organizzare la ricerca,
coordinando studiosi di diversi istituti, vale la pena di esportare in nuovi
territori come il Golfo Persico”. Il Golfo è un
mercato ricco di opportunità per il “Sistema Italia”. Ecco perché il Ministro
degli Affari Esteri Massimo D’Alema ha istituito, meno di un anno fa, il “Tavolo
del Golfo”, al quale il Consiglio Nazionale delle Ricerche e il Comitato
Ev-K2-Cnr hanno aderito, aprendo un gruppo di lavoro specifico sull’ambiente da
cui è nato Gemm. “Uno degli
obiettivi fondamentali del Cnr”, spiega Giuseppe Cavarretta, direttore del
Dipartimento Terra e Ambiente del Cnr, “è creare valore attraverso la ricerca
scientifica, e l’ambiente è una delle nostre priorità. Il progetto Gemm, oltre a
rispondere perfettamente a queste due prerogative, rappresenta un’iniziativa di
importanza fondamentale per il ruolo italiano nello scenario scientifico
internazionale”. Sotto l’egida
del Cnr, il Comitato sta coordinando una serie di progetti scientifici di
ricerca ambientale in collaborazione con istituti di ricerca e aziende italiane
e del Golfo. Ricerche che avranno ricadute in termini di trasferimento di
tecnologie e di competenze a beneficio delle aziende, degli enti scientifici e
delle popolazioni locali. “Abbiamo già
condiviso una dozzina di progetti di ricerca con i colleghi del Kuwait Institute
for Scientific Research”, spiega Riccardo De Bernardi, coordinatore scientifico
del progetto Gemm, “e stiamo ora
predisponendo in
dettaglio i programmi di lavoro, che saranno condotti congiuntamente tra
ricercatori italiani e kuwaitiani. Stiamo anche cercando di coinvolgere gli
altri paesi del Golfo, per ampliare gli aspetti progettuali sia in termini di
nuove tematiche sia in termini di partecipazione alle necessità di ricerca già
condivise tra Italia e Kuwait”. I direttori
degli istituti di ricerca del Cnr hanno risposto numerosi e con grande
puntualità alla proposta di Gemm, a cominciare da Roberto Passino dell’Istituto
di ricerca sulle acque (Irsa), Ivo Allegrini dell’Istituto sull'inquinamento
atmosferico (Iia), Franco Prodi dell’Istituto di scienze dell'atmosfera e del
Clima (Isac). Ma sono coinvolti anche l’Istituto di
scienze marine (Ismar), l’Istituto per lo studio degli ecosistemi (Ise),
l’Istituto per l'ambiente marino costiero (Iamc), l’Istituto per la dinamica dei
processi ambientali (Idpa), l’Istituto di biologia agro-ambientale e forestale
(Ibaf), l’Istituto di metodologie chimiche (Imc), l’Istituto di chimica
inorganica e delle superfici (Icis), l’Istituto di studi sui sistemi
intelligenti per l'automazione (Issia). “Le criticità
ambientali rilevate nel Golfo sono enormi in tutti i settori”, prosegue De
Bernardi, “e vanno dalla tossicità delle acque marine allo smaltimento dei
rifiuti, dalla bonifica di terreni inquinati, soprattutto da prodotti
petroliferi, all’inquinamento dell’aria causato dai trasporti e dalle
raffinerie. Oltre alla ricerca, sarà preziosissimo il supporto del mondo
industriale per le operazioni di soluzione a questi problemi e per l’avvio di
opere di bonifica e di interventi di risanamento da condurre congiuntamente da
aziende italiane e kuwaitiane”. L’iniziativa
italiana non tratta solo di scienza, ma si allarga alla formazione, alla
tecnologia e all’impresa a tuttotondo. Ecco perché Gemm ha dato vita a “Gemm
Trust”, un’associazione di aziende italiane che si occupano di energia, rifiuti,
monitoraggio, bonifiche ambientali, prodotti e servizi agroalimentari e che sono
interessate a sbarcare nel Golfo. Tra i capofila, troviamo Actelios e Falck
Renewables Italia, entrambe società del Gruppo Falck. E poi il consorzio
Environment Park di Torino, la Gallo Costruzioni, la C. Engeneering del gruppo
d’Appollonia, l’Ireos, la Scarpellini. Ma l’elenco è lungo.
“Bisogna
creare un gruppo di aziende che operano nei settori legati all’ambiente”, spiega
Listo, “e coordinare la loro entrata su
un mercato estero, complesso e ricco, come quello del Golfo Persico. Per evitare
perdite legate a piccole concorrenze individuali, massimizzando l’efficacia, il
guadagno e l’immagine del Sistema Italia”.
Per creare un
'trait d’union' tra le due anime del progetto Gemm - la scienza e l’impresa - il
Comitato Ev-K2-Cnr sta lavorando per la promozione di un Parco tecnologico
ambientale. “E’ un’iniziativa che consentirà un dialogo snello e veloce”,
prosegue Listo, “tra la ricerca scientifica e la sua applicazione nel mondo
imprenditoriale, con un notevole risparmio di tempi e di costi per le imprese.
Darà anche un importante slancio all’innovazione tecnologica e sostenibile a
livello internazionale”. Il Parco,
però, è un’iniziativa ancora in fase di progettazione. “I prossimi passi”,
conclude Listo, “saranno una missione negli altri paesi del Golfo appartenenti
al Gulf Cooperation Council (Qatar, Bharain, Emirati Arabi Uniti, Arabia
Saudita, Oman) e nello Yemen per condividere il programma scientifico del
progetto Gemm, e una campagna di reclutamento per le aziende italiane che
vogliono entrare a far parte della cordata di Gemm
Trust”. Tra le
iniziative programmate per i prossimi mesi, c’è anche una Conferenza
internazionale sulla sostenibilità ambientale, da tenersi nel 2008, alla quale
saranno invitati a partecipare tutti i grandi dell’ambiente a livello globale,
partendo dall’Unep (United nations environmental
programme). Roma, 3
luglio 2007 La scheda Che cosa: nasce
Gemm, un progetto di collaborazione tra il Comitato Ev-K2-Cnr e le aziende
italiane per il monitoraggio e la ricerca ambientale nel Golfo
Persico Chi: Comitato
Ev-K2-Cnr e alcuni Istituti del Cnr Per informazioni: Francesca Steffanoni, Comitato Ev-K2-Cnr, tel. 035/3230519, e-mail: francesca.steffanoni@evk2cnr.org Ufficio Stampa Cnr: Marco Ferrazzoli, tel. 06.4993.3383, cell. 320.4328820
A Perugia si insegna a comunicare i cambiamenti del
pianeta Nell’ambito della XXIV Assemblea di IUGG,
che si inaugura oggi a Perugia alla presenza del ministro Pecoraro Scanio e che
riunisce circa 7000 scienziati della Terra, un corso sulla corretta
comunicazione dei cambiamenti globali. Tra gli esperti che partecipano alcuni
giungono dai paesi in via di sviluppo, grazie all’iniziativa 'Adotta un
ricercatore' Come fare comunicazione sulle tematiche climatiche e ambientali in un momento in cui l’attenzione su di esse è così ampia e alta, “dando le informazioni accreditate che solo la voce della scienza può fornire e senza indurre allarmismi esagerati?” chiede Lucio Ubertini , direttore dell’Istituto per la protezione idrogeologica (Irpi) del Consiglio nazionale delle ricerche di Perugia. Per rispondere a questa esigenza, il prof. Ubertini, ha organizzato un incontro scientifico di primaria importanza che è stato inaugurato oggi a Perugia nell’ambito della XXIV Assemblea Generale dell'International union of geodesy and geophysics (Iugg), di cui il direttore dell’Irpi-Cnr è presidente. Si tratta del progetto ‘Comunicare l’evento’. “E’ un’opportunità”, spiega Ubertini, “offerta a giornalisti e operatori della comunicazione, ricercatori, tecnici, professionisti e semplici appassionati di seguire un vero e proprio corso riguardante le ricerche e le ricadute applicate nei più vari e diversi settori delle scienze della Terra, della Geofisica e della Geodesia, tenute da esperti qualificati a livello internazionale”. Tra i ‘professori’, Franco Prodi (direttore dell’Istituto di scienza dell’atmosfera e del clima(Isac) del Cnr di Bologna), Michele Colacino (Isac-Cnr di Roma), Attilio Boriani (Università di Milano), Ferdinando Sansò (Politecnico di Milano), Piergiorgio Manciola (Università di Perugia), Ettore Salusti (università di Roma ‘La Sapienza’), Angelo Peccerillo e Roberto Scandone (Università Roma Tre), Gianluca Valensise e Alessandro Amato (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia). Gli incontri si terranno oggi e domani dalle ore 9,00 presso il complesso monumentale di S. Giuliana (Via Orsini, 3). Le lezioni si terranno nell’ambito dell’Assemblea di Iugg, un 'brain storming' in corso fino al 13 luglio nel capoluogo umbro tra i più autorevoli esperti di clima e Terra esistenti al mondo “che consentirà l’essenziale scambio di conoscenze e di informazioni tra gli scienziati che studiano costantemente il nostro pianeta. Il senso di questo incontro è rispondere alle domande su come e perché esso stia cambiando, in che misura tale cambiamento sia dovuto a cause naturali e antropiche e sulle misure da adottare per governare fenomeni tanto complessi”, prosegue il direttore dell’Irpi-Cnr. Da segnalare, in particolare, l’incontro che si tiene il 5 luglio dalle ore 19.00 alle 22.00, presso l’Aula Magna del Rettorato, dove si confronteranno esperti dell’Intergovernmental panel on climate change - l’organismo delle Nazioni Unite deputato allo studio dei cambiamenti climatici - e altri esperti che su tali problematiche hanno posizioni diverse. Partecipano all’Assemblea Iugg circa 7000 scienziati provenienti da 80 nazioni, non solo quelle più industrializzate del mondo: “Molti giungono infatti dai paesi in via di sviluppo, grazie alle borse di studio legate a 'Adotta un ricercatore' promossa dall'Umbria scientific meeting association-Usma. Una iniziativa, grazie alla quale comuni, enti pubblici, associazioni e privati, versando un contributo di mille euro, hanno consentito a uno studioso di partecipare ai lavori dell'assemblea”. Roma, 2 luglio 2007 Scheda Chi: Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr Che cosa: Inaugurazione della XXIV Assemblea Generale dell'International union of geodesy and geophysics (Iugg) e progetto ‘Comunicare l’evento’ (3-4 luglio) Dove: Perugia, 2 luglio, piazza IV novembre Per informazioni: prof. Lucio Ubertini, presidente del Comitato organizzatore di Iugg e direttore dell'Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr, tel. 075/5014.411-402, cell. 348/0826200
Ufficio Stampa Cnr: Maria Teresa
Dimitri
Italia e Usa insieme nella ricerca umanistica E’ il principale obiettivo dell’accordo tra
il Consiglio nazionale delle ricerche e il National
endowment for the humanities (Neh), agenzia con poteri esecutivi del Governo
degli Stati Uniti, firmato a Washington presso l’Ambasciata italiana. Il 29 giugno scorso, presso l’Ambasciata italiana a Washington DC, è stato firmato dal prof. Roberto de Mattei, vice presidente del Consiglio nazionale delle ricerche, un accordo tra il National endowment for the humanities (Neh), agenzia con poteri esecutivi del Governo degli Stati Uniti, e il Cnr, per promuovere lo scambio di informazioni e la ricerca accademica nel campo delle scienze umane. Entrambi gli istituti intendono impegnarsi per la realizzazione di condizioni favorevoli all’implementazione della cooperazione, attraverso alcune iniziative, come ad esempio la co-sponsorizzazione di un convegno che riunisca studiosi americani e italiani, che avrà luogo a Washington DC e a Roma. L’intesa
contempla, inoltre, l’esame di altre possibili attività
per promuovere la collaborazione, nell’ambito della ricerca accademica di stampo
umanistico e di alta qualità, tra gli studiosi dei due Paesi. L’accordo, di
durata triennale, prevede anche il coinvolgimento di
altre agenzie dei due Paesi, che potranno essere invitate a partecipare a
questo programma, con approvazione delle Parti, attraverso i previsti canali
diplomatici. Roma, 2 luglio 2007 La
scheda Che cosa: Firma dell’accordo tra Consiglio
nazionale delle ricerche e il National endowment for the humanities (Neh) Dove: Washington, DC, Ambasciata
italiana Quando: 29 giugno Per informazioni: dr.ssa Virginia Coda Nunziante, Direzione Generale, Ufficio Relazioni Internazionali Cnr, tel.06/49932057, e mail: virginia.codanunziante@cnr.it
L'Antartide on line è tutto un programma Presentato all’Antarctic Meteorological
Observation, Modeling and Forecasting Workshop
un nuovo pacchetto interattivo per promuovere l’interesse per le regioni
polari. Durante i lavori, conclusi oggi presso la sede del CNR,
annunciato anche uno studio della stratosfera con
l’invio di palloni aerostatici. Gli studiosi sottolineano la tendenza al
riscaldamento: nella penisola antartica ma non nella parte continentale
Un nuovo ed originale pacchetto interattivo per la conoscenza dell’Antartide e palloni aerostatici per investigare il comportamento della stratosfera: questi due dei nuovi programmi di ricerca che sono stati presentati nel corso del “2nd Antarctic Meteorological Observation, Modeling, and Forecasting Workshop", che si è concluso oggi presso la sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche con la partecipazione di numerosi scienziati internazionali attivi nel campo della meteorologia antartica. Jordan Powers del National Center
for Atmospheric Research (NCAR) di Boulder, Colorado (USA), nel corso del suo
intervento ha presentato un nuovo pacchetto
interattivo, realizzato nell'ambito dell'Anno Polare Internazionale e finanziato
dal U.S. National Science Fundation, che sarà distribuito gratuitamente online a
partire dall’agosto 2007 dal COMET (Cooperative Program for Operational
Meteorology, Education and Training), http://www.comet.ucar.edu. L’obiettivo del programma è quello di favorire
l’educazione, la conoscenza e la formazione nel campo della meteorologia
antartica e promuovere l’interesse per le regioni polari. Il webcast si rivolge
a metereologi, scienziati, studenti, insegnanti, ma anche a un pubblico
generalista di appassionati ed è composto da un audio narrante con le
spiegazioni degli esperti, interviste, animazioni, immagini e figure sul clima,
il tempo e le previsioni in Antartide. Durante il workshop - organizzato da NCAR, Antarctic Meteorological Research Center (AMRC) dell'University of Wisconsin, Byrd Polar Research Center dell'Ohio State University, Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare Italiana, Consorzio per l'attuazione del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide e Commissione Scientifica Nazionale per l'Antartide – è stato poi presentato un altro programma di ricerca che prevede l’impiego di “palloni a quota costante” per lo studio del comportamento della stratosfera. “Questi palloni vengono lanciati in quota, rimangono ad un livello costante in stratosfera e possono a comando lasciar cadere una sonda per misurare il profilo verticale di alcune variabili atmosferiche come pressione e temperatura”, spiega David Bromwich, direttore del Polar Meteorology Group al Byrd Polar Research Center e Professore dell’Atmospheric Science Program of the Ohio State University in Columbus, Ohio (USA). “L’esperimento, che dovrebbe iniziare tra settembre e ottobre 2008, vede la partecipazione dell’Italia”. Il nostro Paese, infatti, contribuisce al progetto tramite una diretta partecipazione all’attività sperimentale e rendendo disponibili le infrastrutture della stazione Concordia, gestita dal Programma Nazionale Ricerche in Antartide (PNRA), cui partecipano ENEA, CNR, OGS E INGV. A margine dei lavori, Bromwich
sottolinea la presenza nell’area della penisola antartica di “un marcato e
deciso aumento di temperatura, che il British Antarctic Survey quantifica
nell’ordine di 4-5 °C nel corso degli ultimi 50 anni, mentre sembra che la
temperatura si mantenga costante nel resto del continente antartico. Sono
incrementi di temperature medie apparentemente minimi, ma che interessano aree
molto grandi, quindi l’impatto complessivo in termini climatici è notevole. Bisogna poi sottolineare che si tratta di un aumento
molto veloce se comparato con quello che si sta verificando nel resto del
mondo. Le proiezioni del IPCC
(Intergovernamental Panel of Climatic Change) prevedono poi un aumento di altri
2-3 °C entro la fine del 2100. Non è ancora possibile stabilire quale sarà
l’effetto di questo aumento di temperatura sull’innalzamento del livello dei
mari, essendo le proiezioni ancora piuttosto incerte, ma è certo che questo
fenomeno costituisce un problema rilevante”. Ma come mai il surriscaldamento interessa solo la parte peninsulare dell’Antartide e non quella continentale? “Che questo aumento di temperatura riguardi solo una parte del territorio - continua Bromwich – è spiegato in parte dal fatto che la penisola antartica si estende verso nord, cioè verso il Sud America, e raggiunge quindi latitudini molto più settentrionali rispetto al resto del continente, pertanto è soggetta a correnti atmosferiche più fredde. Il resto del continente invece è molto isolato dal punto di vista atmosferico dal resto del globo terrestre e per questo si comporta diversamente. La domanda fondamentale è cosa accadrà in futuro: il riscaldamento si estenderà a tutto l’Antartide?”. Roma,
28 giugno 2007 Per informazioni: Dr. Andrea PELLEGRINI, PNRA S.C.r.l. - Unità Meteorologia e Telerilevamento. Tel: 06/3048.4165 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/97_GIU_2007.HTM
Risparmiare energia? Lo insegna DOCET Uno strumento per calcolare il fabbisogno energetico di
edifici o appartamenti esistenti, elaborato da un gruppo di ricercatori del Cnr
e dell’Enea, semplificherà le certificazioni energetiche di tali immobili,
obbligatorie dal 2009. E permetterà di calcolare come inquinare e consumare meno
Bastano poche e semplici informazioni - dall’anno di costruzione, al numero dei piani fino al tipo di esposizione - per sapere a quale “classe energetica” appartiene la nostra abitazione e cosa fare per migliorarne le prestazioni dal punto di vista energetico e ambientale, ottenendo così un notevole risparmio. Grazie al modello di calcolo “Docet”, sviluppato dall’Istituto per le tecnologie della costruzione (Itc) del Cnr di San Giuliano Milanese e dall’Enea, sarà possibile produrre anche per gli edifici residenziali esistenti l’attestato di certificazione energetica. “Un documento, questo, previsto dalla direttiva comunitaria 2002/91/CE”, spiega Italo Meroni, ricercatore dell’Itc-Cnr, “che vuole promuovere la definizione di metodi semplificati per la certificazione in modo da minimizzare gli oneri per gli utenti e diffondere la cultura dell’efficienza energetica ed ambientale attraverso il coinvolgimento di costruttori, progettisti, ricercatori e utenti”. Attualmente, in Italia, l’attestato – da cui devono risultare la classe energetica dell’edificio e il fabbisogno annuo di energia primaria - è richiesto solo per le nuove costruzioni, che costituiscono circa l’1%-2% del parco edilizio. “Ma dal 2009 diverrà obbligatorio per tutti gli immobili, pena l’annullamento degli atti di compravendita”, prosegue Meroni. “Il calcolo dettagliato della prestazione termica richiede, quindi, la conoscenza di numerosi parametri (trasmittanza termica dell’involucro, ricambi orari, ecc.), di difficile reperibilità nel caso di edifici esistenti”. Il software Docet, che sarà presentato il 27 giugno 2007 a Roma presso l’Enea, si differenzia dagli strumenti attualmente disponibili. “Abbiamo innanzitutto raggruppato il parco edilizio in sei classi di età da prima degli anni ‘30 fino al 2006, individuate per omogeneità costruttiva e soluzioni impiantistiche”, spiega Ludovico Danza dell’Itc-Cnr. “Ogni classe di età è caratterizzata da un numero di pacchetti tecnologici a partire da un ampio database di soluzioni”. Nella struttura, suddivisa in moduli di calcolo, sono stati poi definiti altri parametri: l’orientamento, la gradazione cromatica ed il contesto in cui l’edificio è inserito al fine di calcolare gli apporti solari e le infiltrazioni, edifici contigui, numero di ambienti non riscaldati, numero e tipologia di serramenti e loro stato di conservazione, tipo e quantità di combustibile impiegato. “L’utente che utilizzerà Docet avrà comunque la possibilità di ridurre al minimo l’inserimento dati, specificando solo dimensione in pianta dell’edificio e altezza interpiano”, spiega Meroni, “il resto verrà definito in modo automatico consentendo di calcolare i fabbisogni di energia netta sia per l’intero edificio che per un solo appartamento”. Docet definisce
inoltre la quantità di CO2 prodotta e il risparmio economico
ottenibile migliorando le prestazioni dell’involucro e dell’impianto,
“permettendo” conclude Meroni “di verificare
le potenzialità dell’edificio, il risparmio conseguibile in ‘bolletta’ e la
nuova classe di merito raggiungibile adottando sistemi e tecnologie più
avanzate”. In allegato il programma di presentazione
modello calcolo Docet ( per il programma collegarsi a: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/96_GIU_2007.HTM Roma, 26 giugno 2007 La scheda Chi: Istituto per le tecnologie della costruzione (Itc) del Cnr di San Giuliano Milanese (Mi) Che cosa: presentazione modello calcolo “Docet” per la certificazione energetica degli edifici residenziali esistenti. Dove: Enea, Via Giulio Romano 41 -
Roma Quando: 27 giugno 2007 ore 9,00 Informazioni: Italo Meroni, Itc-Cnr, San Giuliano Milanese (Mi), tel. 02/9806211, e-mail: italo.meroni@itc.cnr.it; Ludovico Danza, Itc-Cnr, tel 02/9806212, e-mail: ludovico.danza@itc.cnr.it. Per saperne di più: www.docet.itc.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/96_GIU_2007.HTM
Celiachia: il glutine non è più un problema Una procedura messa a punto dall’Isa-Cnr arresta,
attraverso una lavorazione enzimatica delle farine, la reazione immunologica
scatenata nell’intestino dei celiaci da
questa proteina. Così pane, pasta e pizza possono essere consumati anche da chi
soffre di questa forma di intolleranza alimentare, senza rischi per la
salute Presto le persone affette da celiachia potranno di nuovo apprezzare il gusto della pasta, della pizza e dei biscotti tradizionali senza più andare incontro ai disturbi tipici provocati da questa malattia. A renderlo possibile un’innovativa procedura enzimatica, da applicare all’industria alimentare, in grado di bloccare la risposta tossica del glutine nei celiaci. L’innovativa metodologia è stata messa a punto e brevettata da un gruppo di chimici e immunologi dell’Istituto di scienze dell’alimentazione (Isa) del Consiglio nazionale delle ricerche di Avellino, coordinato da Mauro Rossi. “Se si osserva al microscopio la struttura dell’intestino dei celiaci si scopre che la mucosa è atrofica, ossia priva dei villi, le estroflessioni mucosali fondamentali per la digestione e l’assorbimento dei nutrienti”, spiega Mauro Rossi dell’Isa-Cnr. “Numerose evidenze sperimentali indicano che il danno intestinale è prodotto da un’alterata risposta immunitaria nei confronti del glutine. In particolare, la presenza nella mucosa intestinale di linfociti T, una popolazione di cellule del sistema immune, che risponde alla presenza del glutine secernendo molecole pro-infiammatorie, avvalora l’ipotesi di un meccanismo immunologico alla base della patologia. Solo determinate regioni della molecola di glutine acquistano però, nell’intestino del celiaco, la capacità di essere riconosciute dai linfociti T e di scatenare la loro risposta. Partendo da questa considerazione”, prosegue Rossi, “abbiamo ipotizzato la possibilità di bloccare preventivamente questo riconoscimento attraverso un processo enzimatico - da effettuare direttamente sulla farina - che andasse a modificare proprio quelle regioni, mascherandole attraverso la formazione di nuovi legami con amminoacidi (elementi costitutivi della proteina) modificati. La nostra ipotesi è stata poi confermata sperimentalmente attraverso accurati studi biochimici e immunologici realizzati nel nostro Istituto”. Dal punto di vista tecnologico il nuovo procedimento non presenta difficoltà di realizzazione in quanto fa uso di sostanze già utilizzate nell’industria alimentare. Nessuna conseguenza neppure sui celiaci. “I nuovi legami introdotti nella molecola di glutine”, precisa il ricercatore dell’Isa-Cnr, “rimangono intatti nell’intestino, ma poi sono scissi a livello renale per cui non si accumulano nell’organismo”. Un risultato di indubbio interesse, se si considera che la celiachia è una delle forme più diffuse di intolleranze alimentari: si stima che una persona su duecento ne sia affetta. La malattia si manifesta negli individui che hanno una predisposizione genetica in seguito all’ingestione di alimenti contenenti il glutine del grano e proteine analoghe presenti in altri cereali di uso comune, quali orzo e segale. L’intolleranza viene diagnosticata in genere nei primi tre anni di vita, ma sono in aumento i casi in cui si manifesta tardivamente o quelli in cui è del tutto asintomatica: i celiaci che non sanno di esserlo e continuano a mangiare gli alimenti proibiti possono soffrire di gravi sindromi da malassorbimento, caratterizzate principalmente da diarrea, perdita di peso e ritardo della crescita. Attualmente l’unica terapia valida è la dieta completamente priva di glutine, da seguire per tutta la vita: solo così, infatti, vengono ripristinate le normali funzioni intestinali. Ma mantenere questo regime alimentare, che presenta comunque forti restrizioni, non è sempre facile, poiché piccole quantità di glutine possono trovarsi in cibi non sospetti. La ricerca è stata pubblicata sulla versione on line della rivista internazionale Gastroenterology (http://www.gastrojournal.org/inpress) Roma, 25 giugno 2007 La scheda Che cosa: brevettata una nuova procedura enzimatica che blocca la risposta tossica del glutine nei celiaci Chi: Istituto di scienze dell’alimentazione del Cnr di Avellino Per informazioni: Mauro Rossi, tel. 0825/299391, e-mail: mrossi@isa.cnr.it Ufficio Stampa Cnr: Rita Bugliosi, tel. 06/49932021, - 3383, e-mail: rita.bugliosi@cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/95_GIU_2007.HTM
Secondo
impianto in Italia del ‘cuore artificiale’
italiano L’intervento eseguito a Massa Carrara,
nell’Ospedale del Cuore del CNR. BestBeat, questo il nome del dispositivo, è
stato impiantato su un paziente a rischio di vita, ora in ripresa: ha già
chiesto una birra… Dopo i primi
due impianti eseguiti in Germania e in Francia, è potuta iniziare anche in
Italia, a seguito dell’approvazione del Ministero della Salute, la
sperimentazione del ‘cuore artificiale ausiliario’ BestBeat. Dopo l’impianto di
Pavia del 1 giugno, il 18 giugno scorso all’Ospedale del Cuore del Consiglio
Nazionale delle Ricerche a Massa Carrara, dall’équipe del dr. Mattia Glauber è
stato eseguito in un paziente di 63 anni il secondo impianto italiano del nuovo
dispositivo, progettato, sviluppato e prodotto dalla italiana NewCorTec su
brevetto della società di ricerca Tecnobiomedica, partecipata dal Ministero
dell’Università e della Ricerca. BestBeat, un
cuore artificiale fortemente innovativo rispetto a quelli sinora disponibili, è
frutto di una ricerca di oltre 25 anni che ha coinvolto in modo preminente nella
sperimentazione l’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR diretto dal prof. Luigi
Donato, in particolare tramite l’équipe di Cardiochirurgia dell’adulto
dell’Ospedale di Massa, diretta prima dal dr. Paolo Ferrazzi e quindi dal dr.
Glauber. Il paziente su
cui è stato eseguito l’ultimo impianto, residente a Camaiore, era arrivato
d'urgenza all’Ospedale Pasquinucci del CNR (oggi Ospedale del Cuore della
Fondazione G. Monasterio) dal Pronto Soccorso di Viareggio, con un quadro di
grave shock cardiogeno postinfartuale. Il suo cuore aveva già subito, otto anni
fa, un infarto esteso che ne condizionava severamente la funzione cardiaca. Il
nuovo infarto era stato talmente compromettente da richiedere, all'arrivo a Massa, una rianimazione cardio-polmonare
intensiva con intubazione e contropulsazione aortica. In sala di emodinamica è stata eseguita una diagnosi di
malattia coronarica trivasale con grave compromissione del circolo coronario e,
per la gravità della situazione clinica, il paziente non è stato sottoposto né
ad angioplastica né a bypass aorto-coronarico. Dopo un’iniziale ma apparente
discreta ripresa, si assisteva ad un nuovo peggioramento e farmaci e
contropulsazione non erano sufficienti a garantire una adeguata perfusione degli
organi, che per lo scarso apporto di ossigeno mostravano una progressiva
disfunzione. Lunedì 18 le condizioni cardiache e generali lasciavano
presagire che senza un supporto circolatorio meccanico il paziente non sarebbe
potuto sopravvivere e si è pertanto deciso di impiantare il ventricolo
artificiale LVAD BestBeat. L'intervento, iniziato alle 14 - nonostante il cuore
nuovo iniziasse a battere alle 18 - è terminato solo alle 4 del mattino del
giorno dopo. Dopo due giorni gli organi hanno mostrato una lenta ma buona
ripresa, al punto che nel pomeriggio del 21 il paziente è stato estubato. Al
risveglio, ha chiesto una birra ghiacciata e che gli venissero tolti un po' di
tubi perché desiderava alzarsi. “Gli impianti del ventricolo artificiale (VAD) ‘BestBeat’ prodotto dalla NewCorTec, il primo ‘cuore artificiale’ italiano” sottolinea il prof. Donato, presidente di NewCorTec srl e direttore dell’IFC-CNR di Pisa, “costituiscono il punto di arrivo di un’avventura iniziata quasi trent’anni fa al CNR insieme con FIAT e Società di Ricerca Tecnobiomedica, poi sviluppata con le risorse del MIUR, fino alla realizzazione e alla sperimentazione dei dispositivi presso i laboratori del CNR di Pisa e alla brevettazione e produzione pilota, culminata nella nascita della NewCorTec, start-up partecipata da Tecnobiomedica e Umbra Cuscinetti di Foligno”. “L’aspetto più importante è che BestBeat, rispetto ai VAD già presenti sul mercato, rappresenta l’espressione di una concezione e di una progettazione assolutamente innovativa”, conclude il prof. Donato. Per molti pazienti non candidabili al trapianto, infatti, l’impiego di BestBeat può fornire una risposta efficace a un bisogno finora largamente insoddisfatto come ‘terapia di assistenza permanente’. Il dispositivo italiano contiene inoltre elementi innovativi tali da renderlo prezioso come ‘ponte al recupero’ del cuore malato per iniziare terapie di recupero della funzionalità cardiaca, laddove le condizioni del paziente lo permettano. Il dispositivo di assistenza cardiaca resta oggi l’opzione più concreta come “ponte al trapianto”, considerando che a fronte di 100 mila malati l’anno con scompensi così gravi da risultare in breve tempo fatali, i donatori disponibili sono appena 3-4.000. Roma, 24 giugno 2007 La scheda Che cosa: impianto del ‘cuore artificiale
ausiliario’ BestBeat Chi: équipe del dr. Mattia Glauber, Ospedale
del Cuore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Massa
Carrara Per informazioni: prof. Luigi Donato,
Direttore Istituto di Fisiologia
Clinica – IFC-CNR, tel. 050/3152000-1, 050/502075 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/93_GIU_2007.HTM
La Terra, dal
Rinascimento a oggi Viaggio intorno al nostro pianeta attraverso
mappe antiche e satellitari esposte nella mostra “Dalla cartografia storica
ai sistemi digitali”, organizzata a Perugia dal Consiglio nazionale delle ricerche, in
collaborazione con l’Istituto geografico militare, la Scuola di lingue estere
dell’Esercito, con il patrocinio del Touring Club
italiano.
L’evoluzione delle carte geografiche, dalle mappe rinascimentali a quelle satellitari, nella mostra “Dalla cartografia storica ai sistemi digitali”, allestita presso il Complesso cistercense di Santa Giuliana a Perugia e organizzata dal Consiglio nazionale delle ricerche, in collaborazione con l’Istituto geografico militare e la Scuola di lingue estere dell’Esercito, con il patrocinio del Touring Club italiano. Inaugurata ad aprile e visitabile fino al 23 luglio, la rassegna si inquadra nell’ambito della XXIV Assemblea Generale di IUGG (International Union of Geodesy and Geophysics), che si svolgerà a Perugia dal 2 al 13 luglio sul tema “La Terra: il nostro pianeta che cambia” e che vedrà protagonisti oltre 5 mila scienziati provenienti da tutto il mondo, impegnati in circa 220 convegni e incontri, su temi quali i cambiamenti globali in corso, i sistemi di osservazione del pianeta, la valutazione dei rischi attraverso la tecnologia spaziale. Domani 23 giugno è prevista una visita guidata dell’esposizione e del Complesso monumentale a cura del Comandante Generale B. Augusto Staccioli della Scuola di lingue estere dell’Esercito. La prima sezione della mostra illustra, attraverso una selezione di riproduzioni, la nascita di un nuovo approccio nella realizzazione delle carte, passando per la prima cartografia geodetica fino alle trasformazioni scientifiche e tecniche del nostro tempo e all’introduzione delle tecnologie satellitari. Di grande interesse i disegni di Leonardo provenienti dalla Royal Library di Windsor e appartenenti alla collezione privata di S.M. Elisabetta II, così come altri capolavori del Quattrocento e Cinquecento, unitamente agli apparati tecnologici e alle opere scientifiche. Non manca una panoramica sull’evoluzione del territorio umbro a partire dal XVI secolo, restituita grazie agli antichi documenti messi a disposizione da istituzioni, quali l’Archivio di Stato di Perugia, la Biblioteca Storica Augusta del Comune, il Consorzio Bonificazione Umbra, fino alle produzioni cartografiche e aerofotografiche più recenti. Parallelamente, l’opera “Italia. Atlante dei tipi geografici” testimonia il ruolo che l’Istituto Geografico Militare svolge per la diffusione della cultura geografica e dell’impiego della cartografia, mediante il confronto tra una selezione di tavole del nuovo e più ampio atlante del 2004 con alcune delle tavole originarie dell’opera di Olinto Marinelli risalente al 1922, per consentire la comprensione delle trasformazioni subite dal territorio nazionale negli ultimi ottant’anni. La rassegna si chiude con la
sezione “Geofilatelia”: le innumerevoli emissioni
internazionali dedicate alle scienze della Terra
evidenziano il progresso delle ricerche per la conoscenza, la misurazione e la
rappresentazione del pianeta. Gli esemplari riprodotti sono tratti dalla rivista
L’Universo, edita dall’Istituto
Geografico Militare dal 1920. Roma, 22 giugno 2006 La
scheda Chi: Consiglio nazionale delle
ricerche, Istituto geografico militare, Scuola di lingue estere dell’Esercito,
Touring Club italiano
Che cosa: Visita guidata alla mostra “Dalla cartografia storica ai sistemi digitali” Dove: Perugia,
Complesso Monumentale di Santa Giuliana, via Orsini, 3 Quando: 23 giugno, ore 16.00, davanti al Complesso Monumentale Per informazioni sulla mostra:
Consoli accompagnatori Touring Club: Rita Rossetti, Maria
Elisa Ferrante, Per informazioni
sull’International Union of Geodesy
and Geophysics (IUGG): prof. Lucio Ubertini, Direttore dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr, Perugia, tel. 075/5014411-5014402, e mail: lucio.ubertini@irpi.cnr.it Mostra “Dalla cartografia storica ai
sistemi digitali” Complesso Monumentale di Santa
Giuliana, via
Orsini, 3 - Perugia
aperta
fino al 23 luglio,t utti i giorni dalle 10.00 alle
12:00 con prenotazione Sabato e domenica entrata libera, dalle 10.00 alle 12; dalle 16.00 alle 18.00. sito web: http://www.mapiugg2007.com notizia tratta da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/92_GIU_2007.HTM
Nasce lo
skipper eco-sostenibile Un corso
rivolto ai giovani per approfondire le tecniche nautiche, ma anche per studiare
astronomia e biologia marina. E’ solo una delle attività proposte dal programma europeo Interreg III B
Archimed, coordinato dall’Istituto di ricerche sulle attività terziarie (Irat)
del Cnr Uno ‘skipper-animatore’ che avrà
il ruolo di insegnare ai giovani turisti/navigatori, oltre alle tecniche della
vela, il rispetto del mare e la salvaguardia della biodiversità. A questa nuova
figura professionale ha pensato il progetto MedMySea, finanziato dall’Unione
Europea con il programma Interreg III B Archimed, coordinato dall’Irat del Cnr
di Napoli, che promuove una selezione rivolta a 40 giovani cittadini europei,
dai 18 ai 30 anni, in possesso di diploma di maturità e con discreta conoscenza
della lingua inglese, da formare come esperti di astronomia, storia antica,
biologia marina. Il bando del corso di formazione, che scade il 30 giugno 2007,
è stato indetto dal dipartimento di studi giuridici, politici e sociali “Persona
Mercato e Istituzioni PE.ME.IS.” dell’università del Sannio, in collaborazione
con Assonautica Sicilia e la stazione zoologica Anton Dohrn, tutti partner del
progetto MedMySea. Attraverso una crociera-studio
nel sud del Mediterraneo, con una flotta di quattro barche a vela, i quaranta
giovani skipper trascorreranno quindici giorni di formazione intensiva. A loro
sarà insegnata la storia del Mediterraneo e delle sue civiltà, la biologia
marina, la meteorologia e l’astronomia. Una preparazione culturale che si unirà
a quella specifica sulla sicurezza e le tecniche della navigazione a vela, dalla
preparazione delle rotte, alla navigazione notturna, all’immersione
subacquea. “Grazie alle capacità acquisite durante il corso”, dice Alfonso Morvillo, direttore dell’Irat-Cnr, “lo skipper-animatore sarà capace non solo di governare una barca a vela e mantenere il controllo a bordo, ma anche di coinvolgere e sensibilizzare l’equipaggio alla valorizzazione dell’identità culturale e delle risorse del Mediterraneo”. Il corso di formazione, gratuito,
si svolgerà a Palermo presso la sede di Assonautica, dal 7 al 20 luglio 2007. Il
bando è disponibile sul sito www.irat.cnr.it Roma, 21 giugno 2007 La
scheda Che
cosa: bando di selezione corso di formazione per skipper animatore
nell’ambito del progetto europeo MedMySea Per informazioni: Alfonso Morvillo, Irat-Cnr, tel 081/2470911, e-mail a.morvillo@irat.cnr.it; Antonio Coviello, referente stampa Irat-Cnr, tel 081/2470964, e-mail a.coviello@irat.cnr Per saperne di più: www.irat.cnr.it, www.medmysea.eu tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/91_GIU_2007.HTM
Una sonda per vincere la resistenza
batterica Ricercatori del Cnr e delle Università di
Padova e Ferrara hanno modificato un antibiotico
naturale per studiarne il meccanismo di azione. Lo studio apre la strada allo
sviluppo di nuovi antimicrobici dotati di maggiore efficacia e
selettività. La resistenza ai farmaci
antimicrobici rappresenta una delle maggiori minacce alla salute pubblica,
dovuta al diffondersi di diversi ceppi
batterici che hanno imparato a difendersi dalla quasi totalità degli antibiotici
di uso corrente. Se non si scoprono nuovi prodotti che agiscano attraverso
meccanismi completamente diversi c’è il rischio, nel giro di pochi anni, di
trovarsi disarmati di fronte a batteri particolarmente pericolosi. Non a caso,
nell’ambito del 7° Programma Quadro dell’Unione Europea, la resistenza ai
farmaci antimicrobici è stata individuata come una delle maggiori minacce alla
salute pubblica. In questa direzione va lo studio pubblicato sulla rivista Angewandte Chemie International Edition, frutto del lavoro di un team di ricercatori dell’Istituto di chimica biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Padova (Icb-Cnr), del Dipartimento di scienze chimiche dell’Università di Padova e del Dipartimento di biologia dell’Università di Ferrara. “Abbiamo modificato un
antibiotico naturale”, spiega Marco Crisma, dell’ Icb-Cnr e coordinatore della
ricerca, “introducendo all’interno della molecola, mediante sintesi chimica, una
sonda utile per studiare in dettaglio il meccanismo con cui il peptide perfora
le membrane cellulari dei batteri”. La sonda introdotta nella molecola è un
amminoacido non naturale, chiamato Toac. Mediante tecniche biofisiche è stato
possibile verificare che questa molecola modificata mantiene la capacità,
propria dell’antibiotico naturale, di formare canali nelle membrane di cellule
intere, attraverso i quali possono passare acqua e ioni. La struttura
tridimensionale della molecola e la precisione di posizione e orientamento della
sonda al suo interno, determinate in questo studio, sono un requisito necessario
per sfruttare la sonda in indagini mirate a stabilire come si dispone la
molecola nelle membrane cellulari, se forma aggregati, ed eventualmente di
quante molecole sono costituiti tali aggregati. Questo studio potrebbe aprire la strada allo sviluppo di nuovi
antibiotici dotati di maggiore efficacia. “Infatti”, sottolinea il ricercatore “se si riesce a
perforare la membrana di una cellula
quest’ultima muore. L’esperienza ci ha insegnato che i batteri sono
piuttosto bravi a modificare, attraverso mutazioni genetiche, gli enzimi che
sono i bersagli degli antibiotici di uso corrente. Se il bersaglio si è
modificato l’arma può diventare inefficace e insorge la farmacoresistenza.
D’altra parte, è estremamente più difficile per i batteri elaborare strategie
utili a modificare le loro membrane cellulari”. Quindi, eventuali antibiotici
che agissero direttamente a livello delle membrane delle cellule batteriche
sarebbero meno esposti al rischio di indurre farmacoresistenza.
“Come al solito”, commenta Marco Crisma, “la natura è arrivata prima di
noi a queste conclusioni. In effetti sono state isolate da molteplici fonti
naturali (insetti, funghi, organismi marini, pelle di anfibi, etc.) svariate
molecole che funzionano da antibiotici attaccando le membrane delle cellule
batteriche. Purtroppo queste molecole in genere non guardano tanto per il
sottile, e attaccano anche le membrane delle nostre cellule. Sarebbero un buon
punto di partenza per sviluppare nuovi antibiotici, a condizione che si riesca
ad abbassarne la tossicità. Per progredire in questa direzione è necessario
capire meglio, possibilmente a livello molecolare, come questi antibiotici
interagiscono con le membrane delle cellule batteriche e con quelle dei
mammiferi”. Roma, 19 giugno 2007
La
scheda
Chi:
Istituto di chimica biomolecolare del Cnr,
Unità di Padova; Dipartimento di Scienze Chimiche, Università di Padova;
Dipartimento di Biologia, Università di Ferrara Che
cosa: struttura di un antibiotico
modificato attivo sulle membrane delle
cellule Informazioni: Marco
Crisma, Istituto di chimica biomolecolare del Cnr, tel. 049-8275294,
cell.340.2468767, e-mail:
marco.crisma@unipd.it Referenze: M. Crisma, C. Peggion, C. Baldini, E.J. MacLean, N. Vedovato, G. Rispoli, and C. Toniolo: Crystal structure of a spin-labeled, channel-forming, alamethicin analogue. Angew. Chem. Int. Ed., 46, 2047-2050 (2007). UfficioStampa Cnr: Maria Teresa Dimitri, tel. 06.4993.3443, e-mail: mariateresa.dimitri@cnr.it; Marco Ferrazzoli, tel. 4993.3383, cell. 320.4328820, e-mail: marco.ferrazzoli@cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/90_GIU_2007.HTM
Topi
mutanti insensibili alla cocaina
Da uno studio sul recettore GPR37 dell’Ibc-Cnr un modello animale meno sensibile agli effetti stimolanti prodotti dalle droghe d’abuso. Una strada per la possibile produzione di loro antagonisti farmacologiciUn recettore presente nel cervello dei mammiferi, chiamato GPR37, può provocare una maggiore sensibilità, sia a sostanze tossiche legate al morbo di Parkinson, sia agli effetti stimolanti della cocaina e di altre droghe. Lo sostiene un gruppo di ricercatori dell’Istituto di biologia cellulare (Ibc) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Monterotondo, guidato dal direttore, prof. Glauco Tocchini-Valentini, in uno studio pubblicato sull’ultimo numero di PNAS, Proceedings of the National Academy of Sciences of the USA. La ricerca ha dimostrato come il recettore di membrana GPR37, presente nei neuroni dei mammiferi, riesca a modulare l’attività del trasportatore della dopamina (DAT), che è il principale regolatore del livello di dopamina nelle sinapsi neuronali. La dopamina è un neurotrasmettitore della famiglia delle catecolamine, che viene rilasciato nel cervello dei mammiferi a livello della substatia nigra, ed agisce come regolatore fondamentale di tutte le principali risposte motorie ed emotive dell’organismo ai più svariati stimoli ambientali. Il gruppo di Monterotondo ha inoltre prodotto topi geneticamente modificati in cui è stato rimosso il gene che produce il recettore GPR37. “In questi topi, l’assenza di GPR37 provoca un aumento dell’attività della proteina DAT e quindi una diminuzione generale delle risposte motorie dell’animale”, spiegano i ricercatori. “In particolare, i topi mancanti di GPR37 sono nettamente meno sensibili agli effetti stimolanti della cocaina e costituiscono perciò un nuovo modello per lo studio in vivo degli effetti della somministrazione e dipendenza da droghe d’abuso di grandissimo impatto sociale e per la possibile produzione di loro antagonisti farmacologici”. Questa ricerca è stata svolta presso il Campus “A. Buzzati-Traverso” di Monterotondo, creato nel 1996 dal Cnr, con l’obiettivo essenziale di sviluppare ed internazionalizzare la ricerca biologica e biomedica italiana. A Monterotondo è stata infatti costituita l’infrastruttura in rete dell'Archivio Europeo dei Mutanti (EMMA), unica in Europa, realizzata dal Cnr con il sostegno finanziario dei Programmi Quadro dell'Unione Europea. “Presso EMMA sono già disponibili oltre 1000 ceppi mutanti, modelli ad hoc di malattie umane, in particolare per quanto riguarda malattie complesse multifattoriali, e si prevede l’archiviazione e la distribuzione di 300-500 nuovi ceppi all’anno”, dice Tocchini-Valentini. EMMA, in collaborazione con le altre Istituzioni presenti a Monterotondo, si pone come paradigma per le nuove infrastrutture di ricerca Europee, la cui importanza essenziale è stata recentemente ribadita anche in una lettera alla rivista Nature (pubblicata il 24 maggio u.s.) da parte di Iain Mattaj (Direttore Generale di EMBL) e Tocchini-Valentini. Il Campus di Monterotondo – che ospita oltre 150 ricercatori e tecnici specializzati, di cui circa 70 di provenienza internazionale - è federato con il “Jackson Laboratory”, la principale Istituzione a livello mondiale operante nel campo della biologia e della genetica dei mammiferi, e con l'Università di California a Davis, con la Harvard Medical School di Boston e con l’Università del Manitoba a Winnipeg, tramite accordi con l’Istituto di biologia cellulare che permettono un fattivo coordinamento e sviluppi complementari delle attività di ricerca e formazione. Roma, 15 giugno 2007 La scheda Che cosa: produzione di topi geneticamente modificati in cui è stato rimosso il gene che produce il recettore GPR37 Chi: Istituto di biologia cellulare del Cnr di Monterotondo Per informazioni: prof. Glauco Tocchini-Valentini, tel. 06.906.0317, e-mail: gtocchini@ibc.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/89_GIU_2007.HTM
Poet: la scienza scende in mare nel Golfo
della Spezia Centri di ricerca nazionali ed internazionali insieme nel
mar Ligure per la messa a punto di sistemi di previsione
marina Nelle
acque del Golfo della Spezia, nel mese di giugno 2007, si svolgerà una fitta
attività di ricerca e sperimentazione finalizzata a studiare la circolazione
marina nelle aree costiere della zona per mettere a punto sistemi di previsione
della circolazione. Una corretta gestione dell’ambiente marino e la capacità di
far fronte a possibili emergenze ambientali passa, infatti, per la messa a punto
di sistemi previsionali. Le attività si concentreranno tra il 18 giugno ed il 4
luglio e verranno condotte congiuntamente misure sperimentali innovative e
analisi da modelli numerici previsionali di vario tipo, a cui parteciperanno
complessivamente 13 istituti di ricerca oceanografici nazionali ed
internazionali: CNR-ISMAR
Istituto di Scienze Marine, ENEA-CRAM
Centro Ricerche Ambiente Marino, Istituto Idrografico
della Marina Militare, INGV Istituto
Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, NATO-NURC
Nato Underwater Research Center, OGS Istituto
Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale.
La circolazione marina nell’area costiera fra il Golfo ed il Mar Ligure, con il
progetto POET (Pilot Oceanographic Experimental Trial), sarà studiato in
collaborazione con un esperimento concomitante sulle interazioni mare-atmosfera,
coordinato dal NURC (esperimento LASIE Ligurian Air Sea Interaction
Experiment). Il
Golfo della Spezia è stato scelto per questo tipo di ricerca e
sperimentazione perché è una zona di grande interesse sia dal punto di vista
fisico che biologico: è caratterizzato da una dinamica complessa influenzata da
diversi fattori (come il vento, la corrente a grande scala, i fiumi) ed è sede
di numerose comunità biologiche di pregio, quali il coralligeno presente sui
fondali rocciosi delle isole che delimitano il lato occidentale del Golfo.
Inoltre, la zona del Golfo può essere presa come esempio di molte aree costiere
europee adiacenti ad un porto commerciale e
caratterizzate da un uso spesso conflittuale del territorio e del mare, dove
attività di turismo, pesca e acquacoltura vengono condotte nelle vicinanze di
parchi marini protetti (quello regionale di Porto Venere e quello nazionale
delle 5 Terre). Comprendere il funzionamento dell’ecosistema marino e la sua
risposta ai cambiamenti naturali e indotti dalle attività umane è di importanza
centrale per una corretta gestione di questo complesso territorio.
Il
programma di sperimentazione coinvolgerà complessivamente istituti di ricerca,
mezzi navali oceanografici e sofisticati strumenti hi-tech. La nave Urania del
CNR e le navi idrografiche Aretusa e Galatea della Marina Militare copriranno un
largo tratto del mar Ligure con misure sia atmosferiche che marine, la nave
Leonardo della Nato il tratto più costiero mentre l’imbarcazione Santa Teresa
dell’ENEA sarà utilizzata nell’area del Golfo della Spezia sia per misure
fisico-chimiche sia per osservazioni biologiche. Vari tipi di rilevamenti ad
alta tecnologia saranno effettuati al fine di capire i meccanismi delle correnti
marine, che trasportano sostanze inquinanti e specie biologiche, e le
caratteristiche delle masse d’acqua (come temperatura e salinità) che
influenzano l’ecosistema marino. In particolare l’Università di Tolone
installerà un sistema radar per la rilevazione delle correnti costiere
superficiali, boe superficiali alla deriva saranno rilasciate dall’OGS, che
userà anche un aliante telecomandato sottomarino (chiamato glider) in grado di
monitorare autonomamente un percorso prefissato. Misure di corrente lungo la
colonna d’acqua saranno invece a cura del NURC e dell’ENEA. Al tempo stesso,
rilevamenti dedicati e non invasivi saranno effettuati dall’ENEA sulle comunità
biologiche del coralligeno che popolano i fondali rocciosi. L’INGV condurrà anche un monitoraggio
geofisico del Golfo, utile per individuare l’ubicazione ottimale per sistemi
acustitico-magnetici per la protezione portuale. Radiosondaggi atmosferici
saranno eseguiti in contemporanea dalle navi Urania del CNR e Planet del FBWG
tedesco. La grande
massa di dati raccolti sarà utilizzata da una parte per identificare le
tecnologie più idonee per un monitoraggio sostenibile a lungo termine e
dall’altra per la messa a punto di modelli di previsione a differente
risoluzione spaziale: da quello a scala del Mar mediterraneo curato dall’INGV a
quello molto dettagliato della rada della Spezia (risoluzione 50m) messo a punto
da oceanografi del MIT di Boston, a quello dedicato alla dispersione sviluppato
da CNR e Università di Miami. I risultati dell’esperimento saranno anche
fondamentali per la messa a punto di sistemi di sicurezza del Golfo e del porto
nel caso di incidenti/emergenze ambientali. Santa Teresa, 13 giugno
2007 La
scheda Chi: CNR-ISMAR,
ENEA-CRAM, Istituto Idrografico della Marina Militare, INGV, NATO-NURC,
OGS Dove:
aree costiere del Golfo della Spezia Quando: dal 18 giugno
al 4 luglio prossimi Che
cosa: attività di ricerca e
sperimentazione finalizzata allo studio della circolazione marina per mettere a
punto sistemi previsionali
Per
informazioni: Gian Pietro Gasparini,
Istituto di scienze marine del CNR, sez. La Spezia – Forte Santa Teresa, tel.
0187.978309, e-mail: gasparini@sp.ismar.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/88_GIU_2007.HTM
Tumori:
accertato il ruolo delle cancer stem cell Uno studio dell’Itb-Cnr e del prof. Dulbecco, pubblicato su Pnas (Proceedings of the National Academy of Science), getta nuova luce sulla cancerogenesi. I ricercatori sono riusciti a isolare e differenziare, in un modello animale, cellule staminali tumorali responsabili delle riprese della malattia Nonostante i miglioramenti nella diagnosi e nella terapia che hanno reso possibile l’individuazione dei tumori negli stadi pre-invasivi, la mortalità causata da questa patologia rimane elevata, molto probabilmente a causa dell’esistenza di cellule resistenti ai trattamenti. La biologia dei tumori suggerisce, infatti, che la massa tumorale sia originata e mantenuta da una frazione di cellule che hanno caratteristiche di staminalità, cioè capacità di generare tutte le cellule differenziate presenti nell’organo di origine. Su questa promettente strada si è indirizzato il gruppo di Ileana Zucchi dell’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Milano, in collaborazione con il prof. Renato Dulbecco. “Le origini di questa ricerca risalgono al 1979” spiega la ricercatrice dell’Itb-Cnr, “quando il prof. Dulbecco isolò le cellule mammarie LA7 da un tumore indotto nel ratto mediante sostanze chimiche”. Ora, però, il gruppo della Zucchi ha “definitivamente accertato, attraverso esperimenti in vitro e in vivo, le proprietà staminali delle cellule LA7, dimostrando che esse possiedono capacità differenziative e morfogenetiche. Questo vuol dire che tali cellule si comportano come staminali adulte, in grado quindi: di mantenere l’architettura della ghiandola mammaria, generando strutture tubulo-alveolari funzionali tipiche della ghiandola, di differenziarsi nei tre stipiti cellulari presenti nell’organo adulto e di sintetizzare proteine del latte. Sono però cellule staminali ‘cattive’”. Queste cancer stem cell (cellule staminali
cancerogene), per la loro esiguità (rappresentano l’1-5/10.000 di tutte le
cellule cancerose), la bassa capacità proliferativa, la capacità di escludere
agenti tossici esterni e di essere protette dai processi di morte programmata,
tendono a eludere l’azione dei trattamenti. Le terapie attuali, infatti, hanno
come bersaglio cellule altamente proliferanti, le quali, sebbene tumorali, nel
tempo presumibilmente si esauriscono e non sono in grado di rigenerare il
tumore. Un processo che potrebbe spiegare la ripresa della malattia a distanza
di tempo, anche quando la lesione primitiva sembra essere stata eradicata e non
risulta rilevabile a livello
diagnostico. Le proprietà di queste staminali tumorali sono state provate dal gruppo dell’Itb-Cnr con esperimenti in topi immunocompromessi, dimostrando per la prima volta che anche una sola cellula può generare tumori eterogenei nell’animale. “Nella biologia dei tumori, per la comprensione del potenziale tumorigenico di presunte cancer stem cells”, sottolinea la ricercatrice, “sono essenziali analisi quantitative estensive per l’isolamento e identificazione di cellule singole, ad oggi tecnicamente ancora molto difficili dal momento che le cellule che hanno capacità di rigenerare tumore rappresentano una popolazione estremamente esigua nella massa tumorale. Dopo aver messo a punto un sistema modello per studiare le proprietà di cancer stem cells a livello di singola cellula”, conclude la Zucchi, “il prossimo passo sarà quello di identificare in queste cellule, proteine di membrane, cioè i recettori presenti sulla cellula, per disegnare degli anticorpi in grado di catturare le cancer stem umane”. Il lavoro, sostenuto dalla Fondazione Cariplo con il finanziamento Nobel-Network operativo per la biomedicina di eccellenza in Lombardia, è stato condotto all’Istituto di tecnologie biomediche del Cnr, direttore Alberto Albertini, in collaborazione con l’Istituto sui tumori di Genova ed il Max Planck institute di Muenster. Roma, 12 giugno 2007 La
scheda
Chi: Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio
nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Milano Che cosa: Isolamento e differenziamento in un
modello animale di cellule staminali cancerogene Informazioni:
Ileana Zucchi, Itb-Milano, tel
02/26422644; e-mail: ileana.zucchi@itb.cnr.it Referenze: I. Zucchi, S. Sanzone, S.
Astigiano, P. Pelucchi, M. Scotti, V. Valsecchi, O. Barbieri, G. Bertoli, A,
Albertini, R. A. Reinbold, and R. Dulbecco: The properties of a mammary gland
cancer stem cell. Proceedings of the tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/87_GIU_2007.HTM
Coralli negli abissi del Mediterraneo Missioni oceanografiche dell’Ismar-Cnr
scoprono corallo bianco e rosso e una
specie ignota di ostrica gigante nelle profondità del
Canale di Sicilia Rigogliosi coralli e ostriche giganti nelle buie acque del Mediterraneo. A 500-650 metri di profondità, in varie parti del Canale di Sicilia (Linosa, Malta e banchi sommersi), è stato visto il corallo bianco (Lophelia pertusa, Madrepora oculata, Desmophyllum dianthus ecc.), nero (antipatari), giallo (Dendrophyllia) e rosso (Corallium rubrum). La sensazionale scoperta è stata possibile grazie al ‘Rov (Remote Operating Vehicle) QUEST’, un veicolo sottomarino, teleguidato dal gruppo di ricerca ‘Marum’ dell’Università di Brema, equipaggiato di videocamere ad altissima risoluzione, di cui è dotata la nave oceanografica tedesca ‘Meteor’, in una spedizione diretta da Andrè Freiwald dell’Università di Erlangen. A questa missione hanno partecipato anche ricercatori italiani dell’Istituto di scienze marine (Ismar) del Cnr di Bologna, dell’Università di Milano e dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) di Trieste. “Finora si ignorava che il prezioso corallo rosso, sorvegliato speciale a causa del suo sfruttamento commerciale e sospettato di essere in recessione nel ‘mare nostrum’, raggiungesse profondità così elevate”, spiega Marco Taviani, ricercatore dell’Ismar-Cnr. “Questa scoperta indica che la specie è molto più diffusa di quanto si sospettasse e getta nuova luce sulla gestione sostenibile della risorsa”. Grande interesse suscita inoltre la presenza, a queste profondità, di banchi di una specie ignota di ostrica gigante che si cementa alle pareti dei rilievi sottomarini. La scoperta di questi ecosistemi corallini di profondità nel Canale di Sicilia non è avvenuta per caso. L’individuazione dei siti esplorati dal Quest si è infatti avvalsa dei risultati di campagne svolte prevalentemente dall’Ismar-Cnr di Bologna, condotte dal team di Marco Taviani a bordo della nave oceanografica ‘Urania’ e che hanno permesso l’esplorazione sistematica delle profondità del Mediterraneo, grazie all’ispezione e campionatura di luoghi praticamente inaccessibili, come canyon, banchi e montagne sottomarini. Queste ricerche, finanziate dal Cnr, Miur, Unione Europea attraverso vari progetti, hanno garantito negli anni la necessaria continuità e metodicità dell’esplorazione e aperto la strada alle sorprendenti scoperte fatte dal Rov. Gli studi stanno andando avanti, grazie alla campagna oceanografica “Marcos” (Malta StRait of Sicily CORalS) dell’Ismar-Cnr di Bologna, diretta da Marco Taviani. Nell’ambito di questa missione europea, sotto l’egida dei progetti ESF Euromargins Moundforce ed UE Hermes, sono stati campionati per la prima volta vari tipi di coralli di profondità e altri rari organismi associati, che stanno permettendo lo studio di aspetti del tutto ignoti in precedenza sulla loro distribuzione, biologia, fisiologia, genetica e significato climatico”. “L’investigazione degli alti fondali, con il Quest”, riferisce Taviani, “è stata coronata da altri grandi scoperte quali l’allargamento dell’areale già conosciuto dei fondali a corallo bianco dello Ionio Apulo, oltre al sito già noto di Santa Maria di Leuca, ma soprattutto la sbalorditiva documentazione di coralli bianchi vivi, compresa la più rara Lophelia, nell’Adriatico meridionale”. Si sospettava questa presenza sulla base di piccoli indizi raccolti una decina di anni fa proprio dal Cnr di Bologna. Il recente progresso fatto nello studio dell’Adriatico meridonale, da parte del gruppo di ricerca di Fabio Trincardi dell’Ismar-Cnr di Bologna, ha permesso di evidenziare i siti potenzialmente più propizi per l’insediamento di corallo profondo, in particolare lungo le pareti del canyon sottomarino di Bari e in blocchi derivati da frane sottomarine. “L’indagine con il Quest ha documentato, al di là di ogni più rosea aspettattiva, la eccezionale diversità nelle profondità del Mediterraneo, ed è quindi necessario e strategico continuare ed espandere questo tipo di studi”, conclude Taviani. Per i giornalisti, sono disponibili foto e
filmati Roma, 8 giugno 2007 La scheda Chi: Istituto si scienze marine (Ismar) del Cnr – sezione di Bologna Che cosa: scoperti coralli e ostriche nelle profondità del Canale di Sicilia Per informazioni:
Marco Taviani, Istituto di Scienze
Marine (Ismar) del Cnr - Sez. di Bologna. Tel. 051/6398.874, e-mail: marco.taviani@bo.ismar.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/86_GIU_2007.HTM
La Romania,
romana ed europea Firmata a
Bucarest una convenzione tra Cnr e Accademia Romena, a margine del convegno su
‘L’eredità di Traiano’ in cui è stata rimarcata l'eredità giuridica e
istituzionale che lega il Paese est-europeo a Roma da 2000
anni Il Consiglio Nazionale delle Ricerche
prosegue nella sua attività di cooperazione culturale in ambito umanistico con i
Paesi dell’Est europeo. Dopo gli accordi già siglati con Cipro, Georgia,
Slovacchia, Macedonia e Lettonia, oggi a Bucarest, presso l’Accademia di
Romania, è stata firmata ufficialmente una convenzione tra Cnr e Accademia
Romena, dai vicepresidenti delle due istituzioni, Roberto de Mattei e Dan
Berindei, alla presenza di S.E. Daniele Mancini, Ambasciatore d’Italia a
Bucarest. La sigla è avvenuta durante la seconda giornata del convegno
‘L’eredità di Traiano. La tradizione istituzionale romano-imperiale nella storia
dello spazio romeno’, svoltosi presso le sedi dell’Istituto Italiano di Cultura
‘Vito Grasso’ di Bucarest e dell’Accademia Romena e da essi organizzato con il
patrocinio del Cnr e dell’Istituto Nazionale di Studi
Romani. “L’eredità di Traiano e perciò
romana-imperiale si colloca in un preciso filone di analisi e riflessione”,
spiega Alberto Castaldini, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, “legato
all'eredità giuridica e istituzionale che proviene da Roma e che è resistita
lungo i quasi 2000 anni di storia nello spazio romeno-carpato-danubiano, dalla
proclamazione della Dacia a Provincia (107 d.C.) fino al 2007. Questa eredità
garantisce oggi una più facilitata integrazione della Romania e delle sue
regioni storiche nell'Unione Europea”. “Il tema proposto dal convegno è che,
nello spazio romeno, gli ambiti di civiltà irradiatisi da Roma hanno segnato le
singole realtà antropologiche e culturali che qui hanno convissuto” aggiunge il
prof. Roberto de Mattei. “Nello spazio romeno si ha una popolazione
linguisticamente ‘latina’ ma religiosamente ‘greca’, con la tradizione di
Costantinopoli vissuta nella sua interpretazione slava. Si aggiunga poi in
Transilvania e nel Banato la presenza dell'Impero. Cogliendo gli aspetti di
continuità giuridico-istituzionale e culturale, i popoli dello spazio romeno,
attraverso l’idea-eredità imperiale, sono rimasti loro stessi, vivendo in una
dimensione costitutiva che nasce da Roma. Questa eredità è parte intrinseca
dell'Europa”. Ai dibattiti hanno partecipato tra gli
altri Ioan Piso, Ioan Aurel Pop e Serban Turcus (Università ‘Babes-Bolyai’ di
Cluj-Napoca), Cesare Alzati (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano), Elio
Lo Cascio (Università ‘La Sapienza’ di Roma), Lorenzo Franchini (Università
Europea di Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana), Umberto Roberto (Uer),
Stefan Andreescu (Istituto Nazionale di Storia ‘Nicolae Iorga’), Cristian Luca
(Università ‘Dunarea de Jos’, Galati). Sono inoltre intervenuti Constantinos G.
Pitsakis (Università della Tracia, Komotini) dalla Grecia e Dan Ioan Muresan
dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di
Parigi. Roma, 7 giugno 2007 La scheda Che cosa: convenzione tra Cnr e Accademia Romena-
convegno: ‘L’eredità di Traiano’ Dove: Bucarest, presso l’Accademia di
Romania Quando: 7
giugno tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/85_GIU_2007.HTM
2007, la primavera più calda degli
ultimi due secoli La banca dati
dell’Isac-Cnr assegna il record alla primavera (marzo-maggio) appena trascorsa,
con +2.3 gradi rispetto alla media di confronto 1961-90. Il primato segue quello
dell’inverno 2006-2007 e dell’aprile scorso, anch’essi i più caldi dal
1800 Quella appena trascorsa è stata
la primavera più calda dal 1800 ad oggi. Un nuovo record, dunque, dopo quello
stabilito dal mese di aprile e dall’inverno 2006-07. Questa la notizia che
giunge dalla banca dati dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del
Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna (Isac-Cnr) dopo la conclusione del
rilevamento stagionale (effettuato dal primo marzo al 30 maggio). “Non sono
bastate, infatti, le temperature più fresche degli ultimi giorni di maggio”,
spiega Teresa Nanni dell’Isac-Cnr, “per abbassare la media primaverile che, con
un’anomalia positiva di “Una situazione simile a quella
in corso si era già presentata nel 2001 che, fino al 2007, era stato l’anno con
l’inverno e la primavera più caldi dei due secoli passati”, aggiunge Michele
Brunetti dell’Isac-Cnr. Anche qui, può essere utile una graduatoria più
articolata: per quanto riguarda le primavere, a quella appena trascorsa fanno
seguito quelle del 2001 con + “Il contributo maggiore alle alte
temperature primaverili di quest’anno proviene dalle temperature massime: le più
elevate degli ultimi due secoli, con un’anomalia positiva di 1,8 gradi, seguite
da quelle del 1945, del 2003 e del “Queste temperature da record, sia per
l’inverno sia per la primavera, non sono da interpretare come ‘messaggi
premonitori’ di una prossima estate bollente”, precisa però Brunetti. “Basti
pensare che l’estate del 2003, che detiene a tutt’oggi il primato della più
calda dal 1800 con un’anomalia positiva di ben Per quanto riguarda le precipitazioni, nulla di particolarmente rilevante da segnalare: le piogge registrate negli ultimi giorni di maggio hanno portato il totale stagionale a valori di poco al di sopra della media primaverile del periodo 1961-1990. Per ulteriori dettagli si rimanda al sito http://www.isac.cnr.it/~climstor/climate_news.html Roma, 6 giugno 2007 La
scheda Chi: Istituto di
Scienze dell'Atmosfera e del Clima del Cnr (Isac-Cnr) di
Bologna Che
cosa:
dati primavera 2007 Per informazioni: Teresa Nanni, Isac-Cnr, Bologna - tel. 051.6399624 ; e-mail: t.nanni@isac.cnr.it; Michele Brunetti, Isac-Cnr, Bologna – tel. 051.6399623 e-mail: m.brunetti@isac.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/84_GIU_2007.HTM
Ambiente e
salute nelle aree ad alto rischio Presentata alla Camera, in occasione della giornata
mondiale per l’ambiente, la Relazione del Cnr. L’Ente svolge attività di ricerca
in metà dei siti di interesse nazionale, nei quali vivono dai 6,4 agli 8,6
milioni di persone Oggi,
presso la sala stampa di Montecitorio, il Consiglio nazionale delle ricerche ha
presentato la sua ‘Relazione sullo
stato delle conoscenze in tema di ambiente e salute nelle aree ad alto rischio
in Italia’, come contributo ai lavori della VIII Commissione permanente Ambiente, territorio e
lavori pubblici della Camera dei Deputati, nell’ambito della ‘Indagine
conoscitiva sulla valutazione delle conseguenze ambientali provocate
dall'inquinamento urbano, dallo smaltimento dei rifiuti e dalle aree ad alto
rischio’. In Italia
sono presenti migliaia di siti inquinati: 54 Siti di interesse nazionale per le
bonifiche (SIN); circa 6.000 Siti di interesse regionale per le bonifiche (SIR);
58 siti con elevata contaminazione da amianto; 1.550 siti minerari quasi tutti
dismessi; 1.120 stabilimenti a rischio di incidente rilevante. I 54 SIN, che
vengono gestiti dal ministero dell’Ambiente con Conferenze di servizi e godono
di finanziamenti statali dedicati alla bonifica, interessano l’area di 311
Comuni, per una popolazione che va dai 6,4 agli 8,6 milioni, a seconda se si
escludono o includono Milano e Torino. La
dimensione del problema è dunque consistente, considerando oltretutto che dagli
studi epidemiologici effettuati in molte aree appare chiara la relazione tra
inquinamento e aumento della mortalità e di alcune malattie tumorali, croniche o
acute. Secondo un recente studio dell’Organizzazione mondiale della Sanità,
l’inquinamento atmosferico nelle aree urbane interessa circa 9 milioni di
italiani, circa il 16% della popolazione residente nelle 13 città di maggiori
dimensioni, dove una media di 8.220 morti l’anno, tra il 2002 e il 2004, è da
attribuirsi agli effetti a lungo termine delle concentrazioni di PM10 superiori
ai 20 μg/m3. In 27 dei
54 siti di interesse nazionale per le bonifiche, il CNR svolge - tramite 16
Istituti - attività di ricerca sulle tecniche di monitoraggio ambientale, sui
metodi e strumenti innovativi per le bonifiche dei siti inquinati, sulla
valutazione dello stato di salute delle popolazioni. Oltre a Porto Marghera, i
siti più studiati sono quelli sardi del Sulcis-Iglesiente, quelli siciliani di
Augusta-Priolo e Gela e quelli pugliesi di Taranto e Brindisi. Per la zona di
rilascio incontrollato di rifiuti in Campania, il CNR ha contribuito al lavoro
realizzato dall’OMS per la Protezione Civile, individuando in un gruppo di 32
Comuni a maggior rischio una correlazione con i dati di mortalità e di
prevalenza di malformazioni congenite nei nati. “I risultati presentati oggi dal
CNR”, commenta Ermete Realacci, presidente della VIII Commissione Ambiente,
territorio e lavori pubblici della Camera dei Deputati,“saranno uno strumento di
estrema importanza nell’indagine che la Commissione che presiedo sta realizzando
sulle conseguenze sanitarie nelle aree ad alto rischio ambientale. Non è un caso
che questi dati siano stati presentati nella giornata mondiale per l’ambiente.
Per affrontare le grandi sfide che abbiamo davanti a cominciare da quella dei
mutamenti climatici, senza tralasciare le pesanti eredità ambientali lasciate
dal passato”. “Il CNR ha focalizzato i propri programmi e
definito un assetto organizzativo che ha arricchito la tradizionale struttura
degli Istituti con i Dipartimenti e i relativi progetti”, aggiunge il presidente
del Cnr, prof. Fabio Pistella. “Ciò consente di passare da un pur meritorio
impegno sporadico su singole situazioni alle capacità di affrontare in modo
sistematico i diversi risvolti, valorizzando al massimo le competenze di cui
l’Ente dispone. Da questo punto di vista è favorevole la circostanza che questa
‘Relazione sullo stato delle conoscenze in tema di ambiente e salute nelle aree
ad alto rischio in Italia’ venga alla luce subito dopo il piano 2007/2009 del
CNR, che descrive queste competenze e formalizza, in particolare, il Progetto
Interdipartimentale Ambiente e Salute. E’ piena la disponibilità del CNR per
mobilitarsi, anche in collaborazione con altri organismi, nella direzione che
sarà indicata da Governo e Parlamento, ma anche dalle Regioni con le quali è
stato costruito un rapporto particolarmente proficuo”. Alla presentazione sono
intervenuti, oltre all’on. Realacci e al prof. Pistella, i direttori dei
Dipartimenti Terra e Ambiente e Medicina del CNR, Giuseppe Cavarretta e
Gianluigi Condorelli, il responsabile del Progetto interdipartimentale
ambiente-Salute del CNR, Fabrizio Bianchi, il direttore del Centro ambiente e
salute dell’OMS Europa, Roberto Bertollini, Pietro Comba, responsabile Reparto
epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di sanità, Roberto Caracciolo,
direttore del Dipartimento stato dell’ambiente e metrologia ambientale
dell’APAT, Salvatore Squarcione, responsabile del Dipartimento Prevenzione del
Ministero della Salute . Roma, 5 giugno
2007 La scheda Che cosa: presentazione della Relazione
sullo stato delle conoscenze in tema di ambiente e salute nelle aree ad alto
rischio in Italia Quando: 5 giugno 2007 Dove: Roma, sala stampa della Camera dei
Deputati, Per informazioni: Fabrizio Bianchi, responsabile del Progetto interdipartimentale ambiente-salute del Consiglio Nazionale delle Ricerche - Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, e-mail: fabriepi@ifc.cnr.it pagina tratta da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/83_GIU_2007.HTM
Musei:
molti visitatori ma distratti Boom di utenti, che però nel 90% dei casi si
riversano solo nelle sedi più note. Lo rivela uno studio dell’Istc-Cnr,
evidenziando anche come solo il 10% ricordi ciò che ha visto. Serve un diverso
sistema di comunicazione, che sfrutti le potenzialità oggi inespresse del
virtuale. Il volume sarà presentato
domani 5 giugno, a
Roma Il numero dei visitatori dei
musei statali italiani è cresciuto, dal 1996 al 2005, da Se si considerano i primi trenta musei in classifica, si nota che Colosseo, scavi di Pompei, Uffizi e Galleria dell’Accademia di Firenze nel 2005 hanno superato il milione di visitatori, mentre Castel Sant’Angelo, Circuito Museale di Firenze, Reggia di Caserta, Villa d’Este, Palazzo Pitti, Galleria Borghese, Accademia di Venezia e Cappelle Medicee hanno registrato tra 300 mila e un milione di persone un’affluenza oscillante. Sotto i 300 mila visitatori si collocano 18 musei e siti tra i quali Villa Adriana a Tivoli, Ostia Antica, Ercolano, Museo di Capodimonte, Paestum, Terme di Caracalla, S. Apollinare in Classe a Ravenna, Palazzo Ducale a Mantova, Museo Nazionale Romano e Bargello di Firenze. “Se cumuliamo i visitatori l’effetto è eclatante” spiega Antinucci. “I primi 9 musei statali, cioè il 2% del totale, assorbono la metà dei visitatori, cioè quasi 17 milioni di persone, lasciando i rimanenti 393 musei a dividersi il restante 50%. I primi 33 musei, l’8% del totale, assorbono i tre quarti dei visitatori (e cioè circa 25 milioni), lasciando agli altri 369 il restante quarto (circa 8 milioni)”. A confermare la sproporzione, i dati 2005 relativi alle quattro più importanti pinacoteche romane: Palazzo Barberini con 87.000 visitatori, Galleria Spada con 27.000, Palazzo Venezia con 22.000 sommano un totale di 136.000 persone, mentre la sola Galleria Borghese ne ha totalizzate 440.000. Un analogo confronto vale tra Pompei e Ercolano, che hanno registrato rispettivamente 2.344.000 e 264.000 visitatori. Viene da chiedersi: a chi serve e quanto costa, allo Stato, mantenere aperti 402 musei? “La situazione è tale”, aggiunge Antinucci, “che per coprire il 90% dei visitatori basterebbe mantenere aperti meno di 90 musei, mentre i tre quarti, cioè 310, potrebbero essere chiusi. Il maggior successo si basa sul fatto che anche i musei sono dei ‘brand name’, in grado di attrarre indipendentemente da ciò che essi mostrano o contengono” prosegue il ricercatore dell’Istc-Cnr. A confermare quanto poco rimanga al visitatore dopo una visita, un’indagine svolta presso i Musei Vaticani. “Abbiamo chiesto a coloro che avevano appena terminato la visita se avevano visto e ricordavano due tra le più importanti sale, quelle di Raffaello e Caravaggio: hanno risposto sì 131 visitatori su 190, il 69%, contro i 59 no, quasi un terzo delle persone. A coloro che hanno risposto affermativamente è stata sottoposta una lista degli otto autori esposti nelle due sale - Raffaello, Caravaggio, Guercino, Guido Reni, Domenichino, Nicolas Poussin, Andrea Sacchi, Jean Valentin - chiedendo quali ricordassero. Solo 14 persone, poco più del 10%, ne ricordavano almeno quattro, il 15% solo tre, mentre il 46%, quasi la metà del campione, ricordava soltanto Raffaello. E’ stato chiesto poi di ricordare i soggetti dei quadri visti, fornendo dei suggerimenti tra cui due errati: Crocifissione, Martirio, Battesimo, Adorazione, Annunciazione. Metà del campione non ha ricordato nulla, il 18% almeno un’opera corretta, mentre il 32% ha ricordato cose che non aveva visto”. La disomogeneità dell’afflusso e la mancanza di persistenza mnemonica dei visitatori, secondo Antinucci, sono entrambe attribuibili alla scarsa capacità dei musei di comunicare i contenuti. “Per superare tale difficoltà di veicolazione”, continua il ricercatore, “occorrerebbe affidare la spiegazione di un’opera a strumenti visivi, in ausilio allo strumento verbale-linguistico generalmente utilizzato, per garantire l’omogeneità del codice di comunicazione. Questo implica che le istituzioni si dotino di strumenti adeguati, investendo in ricerca e tecnologia”. Negli anni ‘90 l’entusiasmo per le novità delle applicazioni multimediali “aveva fatto sperare in un approccio più appropriato al settore dei beni culturali, ma a distanza di dieci anni dalle prime realizzazioni si può dire che così non è stato e che gran parte della tecnologia adottata viene intesa non come fine ma come mezzo. Computer palmari e telefonini utilizzati come ‘guide’, ad esempio, tendono sostanzialmente all’identificazione di un’immagine e non alla trasmissione di contenuti. Per i curatori di un museo il problema della fruizione non è centrale quanto l’interesse a garantire la scientificità dell’allestimento: si pensa a soddisfare più le esigenze degli studiosi che quelle dei visitatori”. Neanche i siti web se la passano bene. Ai Musei Vaticani, l’82% dei visitatori non ha mai navigato nel portale, che interessa solo il 16% degli utenti al fine di preparare la visita. Solo 7 persone su 190 ne stima la capacità didattica. Quasi la metà di coloro che si recano nel museo reale pensa che il sito non serva a nulla, spesso giudicandolo una ‘brutta copia’ del museo reale. Un altro 27%, inoltre, non è proprio interessato al sito in sé. “Da questi risultati è evidente che il museo virtuale non va inteso come una replica di quello reale, come un catalogo o un’enciclopedia on line, ma come una proiezione comunicativa a tutto campo, senza le limitazioni del museo materiale, intervenendo sulla disposizione delle opere per creare dei ‘racconti visivi’ più adatti a tradurre i messaggi dell’opera”. Roma, 4 giugno 2007 La
scheda Che cosa: presentazione del volume “Musei Virtuali”, Laterza editore Quando: 5 giugno, ore 17.30 Dove: Roma, Sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini Per informazioni:
tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/82_GIU_2007.HTM
Eden-day: si discute on line di telefonini Di grande attualità l’ argomento della
giornata conclusiva - il 5 giugno alle 11.00 - del progetto promosso dalla
Commissione Europea per favorire un uso responsabile della rete da parte dei
giovani. Grande successo dell’iniziativa: 300 mila gli accessi al sito
I telefoni cellulari e il loro uso. E’ questo l’argomento dell’ultimo - per quest’anno scolastico – ‘Eden day’, l’evento promosso dalla Commissione Europea e dedicato alla sicurezza in rete dei ragazzi e all’educazione didattica per la e-navigation. L’appuntamento è fissato per il prossimo 5 giugno dalle 11.00, quando studenti e insegnanti potranno assistere on line al filmato realizzato sul tema dai ragazzi dell’Istituto tecnico industriale statale ‘Pascal’ di Roma. Terminata la proiezione, avrà inizio il dibattito nelle classi e la discussione nelle aule virtuali. “Nel corso dell’anno scolastico 2006-’07”, commenta Luca Pitolli dell’Istituto dei sistemi complessi (Isc) del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma, coordinatore dell’iniziativa, “sono stati realizzati nove eventi, con risultati molto significativi: la rete iniziale formata da tre scuole è giunta a comprendere 30 istituti distribuiti sul territorio nazionale, alcuni con il ruolo di scuole capofila. Tanti i collegamenti in diretta durante le più di 150 sessioni, come pure gli accessi agli eventi, circa tremila tra ottobre 2006 e maggio 2007”. Molte anche le visite al sito web del progetto Eden (oltre 310.000 accessi) e al portale www.saferinternet.it (260.000 accessi). Per quanto riguarda l’attività nelle tre classi virtuali, sempre nello stesso periodo, risultano complessivamente circa 200.000 connessioni. Tra i contenuti proposti negli eventi pubblici, ‘Il mondo delle chat’, ‘Internet come risorsa per studio e ricerca’ e ‘La protezione della privacy in rete’. Sono stati inoltre costituiti team di insegnanti per l'elaborazione della documentazione pubblicata sul sito del progetto (http://eden.saferinternet.it)”. L’iniziativa ha dato vita a numerose collaborazioni, tra le quali quelle con i ministeri delle Comunicazioni e della Pubblica istruzione, Telefono Azzurro e l’Adiconsum. Con l'Istituto degli Innocenti di Firenze è stato siglato un accordo per la promozione di percorsi didattici. Di recente, è stata avviata un’intesa con la Cassa di Risparmio di Firenze per adottare le piattaforme on-line sviluppate da Eden nell'ambito del progetto "Le chiavi della città". Gli appuntamenti con i ragazzi riprenderanno dal mese di settembre. Roma, 1 giugno 2007
La
scheda Che cosa: ultimo
“Eden-day” dell’anno scolastico 2006-‘07
Chi: Istituto dei
sistemi complessi del Cnr, Roma Quando: 5 giugno,
ore 11.00 Dove: (http://eden.saferinternet.it)”. Per informazioni: Luca Pitolli, tel. 06/49934025, e-mail: luca.pitolli@isc.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Giugno/81_GIU_2007.HTM
La cocaina è anche nell’aria Tracce di varie droghe rilevate dai
ricercatori dell’Istituto sull'Inquinamento Atmosferico del CNR nel particolato a Roma: è la prima
volta che accade al mondo. A Taranto riscontrate presenze
minori Tracce di droghe nell’aria di Roma. Un gruppo di ricerca dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico (Iia) del Consiglio Nazionale delle Ricerche, guidato dal dr. Angelo Cecinato, ha messo in evidenza, per la prima volta nel mondo, la presenza di cocaina nel particolato sospeso dell'atmosfera delle città. La ricerca si inquadra nel contesto più ampio della valutazione di composti tossici presenti nel materiale particolato ed è stata essenzialmente condotta in due aree urbane italiane (Roma e Taranto) e ad Algeri. I risultati hanno evidenziato, oltre alla presenza di cocaina e di sostanze tossiche conosciute (come il benzopirene C20H12, un idrocarburo cancerogeno presente nel fumo di sigaretta, negli scarichi degli autoveicoli e nelle emissioni da combustione), quella di cannabinolo (il principale componente attivo di marijuana e hashish) e altre droghe, anche se meno dannose, come nicotina e caffeina. “Le concentrazioni più elevate di cocaina sono state riscontrate al centro di Roma e specialmente nell'area dell'Università La Sapienza, anche se”, precisa il dr. Cecinato dell’Iia-Cnr, “a causa del limitato numero di misure eseguite non si può dire con certezza che il quartiere universitario sia quello più inquinato da cocaina. Né possiamo affermare tout court che vi siano più diffusi il consumo e/o lo smercio di droghe: le cause di questa concentrazione sono tutte da indagare”. Comunque, tracce di varie sostanze stupefacenti – cocaina e cannabinolo – sono state osservate anche in aree extraurbane e nei parchi cittadini, dove sembrano più alte che nelle strade di traffico. La cocaina appare in concentrazioni molto più basse nella città di Taranto, mentre risulta assente ad Algeri. Al contrario, nicotina e caffeina risultano presenti in tutte le aree studiate, “dimostrando l’estrema diffusione del consumo di queste sostanze e la loro permanenza nell’aria ambiente”, spiega Cecinato. L'analisi dell’evoluzione stagionale della cocaina in aria indica che le concentrazioni massime (a Roma, circa 0,1 nanogrammi per metro cubo) si raggiungono nei mesi invernali, “probabilmente per la più frequente e intensa stabilità atmosferica, ossia a causa dell’inversione termica al suolo che ‘blocca’ le emissioni d’inquinanti nei più bassi strati dell’atmosfera, impedendone la dispersione”. Tali concentrazioni potrebbero apparire relativamente contenute, ma sono appena cinque volte inferiori ai limiti stabiliti per legge per una sostanza ampiamente riconosciuta come tossica quale è appunto il benzopirene. “Il particolato sospeso, meglio conosciuto con il termine PM10 o ‘polveri sottili’ (composto da particelle di dimensioni inferiori a 10 micron)”, spiega il direttore dell’Iia-Cnr, Ivo Allegrini, “è già di per sé motivo di grande preoccupazione per l'opinione pubblica, i media e i responsabili della gestione dell'ambiente, in quanto è ben documentato che anche piccole concentrazioni in aria di questo inquinante causano gravi danni alla salute. Quando il particolato è accompagnato da composti tossici per l’uomo, l’entità della sua presenza e le sue proprietà chimiche diventano importanti dal punto di vista epidemiologico e sociale, sì da travalicare il mero aspetto del controllo generico delle fonti di emissione”. Normalmente, tali fonti sono identificate nel traffico veicolare, nel riscaldamento domestico, oppure in particolari insediamenti industriali: “Accanto a inquinanti sopravvalutati, convivono in aria composti complessivamente più pericolosi, completamente trascurati”, prosegue Allegrini. “La ricerca testimonia dal punto di vista scientifico l’elevato livello di sensibilità strumentale raggiunto dai ricercatori del Cnr, e dal punto di vista più generale della qualità dell’aria dimostra solo che tali presenze nell’atmosfera dei centri urbani meritano ulteriori studi e indagini, non solo a livello nazionale ma anche su scala internazionale visto che è presumibile che risultati simili a quelli riscontrati a Roma si trovino anche in qualunque altra metropoli. Quanto all’atmosfera di Roma si conferma che la città negli ultimi anni ha visto un sostanziale miglioramento della qualità dell’aria, come dimostrato anche dagli studi e dai rilevamenti del CNR. Si precisa che le quantità rilevate non costituiscono motivo di ‘allarme’ o comunque ragione di apprensione, ma solo motivo di riflessione sulla necessità di accrescere ulteriormente le nostre conoscenze sulla natura dei materiali e del particolato sospeso nell’atmosfera e sui meccanismi di trasporto e diffusione nell’atmosfera stessa”. “In particolare”, conclude Cecinato, “nuove e più estese ricerche sulla presenza, natura e origine delle droghe e delle sostanze stupefacenti contribuiranno alla lotta contro la diffusione del loro consumo”. Roma, 31 maggio 2007 La scheda Chi: Istituto sull’inquinamento atmosferico (Iia) del Cnr, Montelibretti (Roma) Che cosa: nuovi dati su inquinamento – scoperta di composti tossici mai rilevati prima Per informazioni: prof. Ivo Allegrini, Direttore dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Cnr, tel. 06/906.253.49 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/80_MAG_2007.HTM
Un’Arca di Noè per i Beni culturali Noah’s Ark è il titolo del progetto
europeo coordinato dall’Isac-Cnr di Bologna, che si occupa dell’impatto che i
cambiamenti climatici avranno sul patrimonio culturale nei prossimi 100 anni. I
risultati finali saranno presentati a Roma il 30
maggio Qual è l’effetto dei cambiamenti climatici sul patrimonio culturale? Per valutare un rischio finora ignorato e che è invece fondamentale, la Commissione Europea ha finanziato il progetto Noah’s Ark, coordinato dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima-Isac del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna per le sue specifiche competenze sul degrado fisico, chimico e biologico dei materiali da costruzione, con la collaborazione di numerosi enti di ricerca specializzati. Il progetto che viene presentato, il 30 maggio, a Roma, presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (ex Chiesa di Santa Marta), piazza del Collegio Romano, 5, alle ore 9.00, ha affrontato questa problematica elaborando i dati e i parametri ambientali che possono influenzare lo scenario futuro del patrimonio monumentale europeo e stimare il danno che questo subirà nei prossimi 100 anni. Il risultato degli studi è un
‘Atlante di Vulnerabilità’ con le mappe delle variazioni climatiche che potranno
causare danni a materiali lapidei, metalli, legno, nelle aree di probabile
rischio evidenziate. Sono state realizzate mappe dell’area europea relative al
presente (1961-1990), al vicino futuro (2010-2039) e al lontano futuro
(2070-2099) e mappe delle differenze tra le medie per quantificare l’entità
delle variazioni. Fra i risultati si evidenziano
numerose previsioni di rischio.
L’erosione dovuta all’azione della pioggia sui marmi aumenta nel Nord Europa
(Inghilterra settentrionale e penisola scandinava), arrivando a produrre una
perdita di materiale all’anno dello spessore di 35 micron. In tutta Europa si assisterà ad un
incremento generale del fenomeno di cristallizzazione di sali, particolarmente dannoso per i materiali
porosi, quali ad esempio arenarie e mattoni, che saranno soggetti a maggiori
stress meccanici interni con formazione di fratture fino a completa
disgregazione. Cresce nel nord Europa la corrosione di ferro e
bronzo correlata agli inquinanti e alla
temperatura media annuale, con massimi in corrispondenza di temperature medie
annuali di 10°C. La corrosione dello
zinco, utilizzato per le coperture dei
tetti nei monumenti soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale, è
prevista in prevalenza nelle aree costiere con elevata deposizione di cloruri.
L’effetto della radiazione solare sui materiali lapidei continuerà ad avere
conseguenze rilevanti nel bacino del Mediteraneo, in particolare Sicilia e sud
della Spagna e inizierà a produrre effetti anche nell’Europa centrale,
coinvolgendo interamente Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e area balcanica.
Monumenti marmorei classici, quali i Templi di Agrigento, e le facciate di
chiese rinascimentali e barocche subiranno decoesione e alveolizzazione.
I parametri presi in esame da Noah’s Ark sono: temperatura (variazioni stagionali e annuali, cicli di gelo e disgelo, shock termici); precipitazioni (valore stagionale e annuale, umidità relativa, giorni consecutivi ed eventi estremi di pioggia); vento (valore annuale e stagionale, trasporto e deposizione di spray marino e rosa delle precipitazioni); inquinamento atmosferico (acidità delle precipitazioni e concentrazione di agenti inquinanti SO2 e HNO3). “Il lavoro ha sottolineato il ruolo predominante dell’acqua come fattore di danno”, osserva Cristina Sabbioni dell’Isac-Cnr, coordinatrice del progetto. “Nonostante la temperatura sia spesso imputata come la variabile principale dei cambiamenti climatici, se si considerano i beni culturali sembra prevalere il ruolo non solo di eventi estremi come precipitazioni intense, alluvioni e tempeste, ma anche di quelli meno evidenti e più diffusi che provocano danni strutturali nei tetti e negli elementi ornamentali degli edifici (guglie, pinnacoli), penetrando nei materiali fino ad una loro completa decoesione. L’acqua, inoltre, è coinvolta nelle variazioni di umidità responsabili della crescita di microrganismi, in particolare su materiali lapidei e legno, e della formazione di sali che degradano le superfici ed accelerano i fenomeni di corrosione. Infine, precipitazioni più intense possono sia aumentare il rischio di alluvioni sia favorire la penetrazione dell’acqua nei materiali e nelle strutture”. Estati sempre più secche
potrebbero invece, prosegue la ricercatrice, “portare ad un maggiore
essiccamento dei suoli che svolgono un ruolo protettivo nei confronti dei
reperti archeologici ancora non oggetto di scavo. Inoltre, un aumento dei
fenomeni di cristallizzazione dei sali si può verificare nelle strutture murarie
producendo decoesione dei materiali e danno estetico superficiale”. Oltre all’‘Atlante di Vulnerabilità’ il progetto Noah’s Ark ha prodotto delle ‘Linee guida’, con lo scopo di informare chi gestisce il patrimonio culturale sugli effetti prodotti dai cambiamenti climatici e indirizzare le autorità competenti verso opportuni interventi di adattamento, quali sistemi di monitoraggio dei parametri climatici critici. Negli ultimi anni la comunità scientifica ha rivolto una attenzione sempre maggiore alle questioni climatiche e meteorologiche, ma non sono stati ancora eseguiti studi approfonditi riguardo l’effetto delle future variazioni del clima sul patrimonio culturale. “L’Intergovernmental Panel on Climate Change-IPCC (Comitato intergovernativo sul mutamento climatico) costituito dalle Nazioni Unite”, spiega Sabbioni, “dopo aver richiesto due interventi che sintetizzassero i risultati del nostro progetto non li ha inseriti nei propri report, i quali considerano l’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute dell’uomo, sull’agricoltura e sul suolo, ma non sul patrimonio culturale”. Sono disponibili immagini Roma, 28 maggio 2007 La
scheda Che
cosa: International
meeting: “Noah’s Ark EC Project. Global climate change impact on built, heritage
and cultural landscapes” Chi: Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr, Bologna Quando: 30 maggio, ore 9.00 Dove: Roma, ex Chiesa di Santa Marta, Ministero per
i Beni e le Attività Culturali, piazza del Collegio Romano,
5 Per informazioni: Cristina Sabbioni,
Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr, Bologna,
051/6399572, e mail: c.sabbioni@isac.cnr.it, sito web del Progetto Europeo Noah’s Ark: noahsark.isac.cnr.it/ tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/79_MAG_2007.HTM Latino: un
appello contro il rischio ‘estinzione’ Al convegno su “la lingua latina per la
costruzione e l’identità dell’Europa”, organizzato da Cnr e Pontificio Comitato
di Scienze Storiche, presentazione del manifesto per il “Futuro latino” e la
salvezza di una “continuità culturale” che dura da tre millenni. Domani
l’intervento del commissario Ue Jàn Figel’ Quale sarà il futuro del latino
nella società globalizzata, dominata dalla cultura tecnico-scientifica? Per
tentare di rispondere a questa domanda, Consiglio nazionale delle ricerche e
Pontificio Comitato di Scienze Storiche hanno promosso un convegno
internazionale intitolato “Futuro latino: la lingua latina per la costruzione e
l’identità dell’Europa”, in corso oggi presso il Cnr e domani nella Città del
Vaticano (Domus Sanctae Marthae, ore 10). Tra gli interventi, quelli di Ján
Figel’, Commissario Europeo responsabile per l’Educazione, Roberto de Mattei,
vice presidente del Cnr, mons. Walter Brandmüller, presidente del Pontificio
Comitato di Scienze Storiche. Wang
Huansheng, dell’Accademia Cinese
delle Scienze Sociali, è intervenuto sull’attualità della lingua latina in Cina;
il prof. Wilfried Stroh con una relazione sulla importanza del latino per lo
sviluppo scientifico resa in lingua ciceroniana. Il ministro della Pubblica
istruzione, Giuseppe Fioroni, ha inviato un messaggio di
saluti. Durante l’evento verrà presentato
un Manifesto in favore della “necessità di attingere alla fonte dalla quale
scaturì il grandioso patrimonio spirituale e culturale per il quale l’Europa
ancora si distingue, cioè la tradizione antica classica e cristiana”, di fronte
al “progressivo declino della conoscenza delle lingue greca e latina” che,
“venuta meno l'attuale generazione di ricercatori ed insegnanti, si farà
irreversibile” interrompendo “una continuità culturale durata poco meno di tre
millenni” e “la base intellettuale e morale indispensabile per abilitare le
generazioni future a gestire in modo responsabile i risultati delle scienze
moderne”. I promotori chiedono “accoratamente alle autorità educative e
politiche europee” di impegnarsi per “garantire la sopravvivenza della nostra
identità culturale così come finora la abbiamo concepita”. “Potremmo ripetere anche oggi la domanda di Renzo a Don Abbondio: ‘Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?’”, osserva Roberto de Mattei, vice presidente del Cnr, “nella società globalizzata, con la sua cultura tecnico-scientifica, dominata dal ‘globish’, c’è posto ancora per il latino? Il Convegno ‘Futuro Latino’ non esprime, sin dal titolo, una preoccupazione meramente conservativa, una nostalgia da laudatores temporis acti, ma la convinzione che la lingua latina abbia oggi più che mai, una sua rilevanza nella cultura contemporanea e in particolare nell’Europa comunitaria”. Servono però, conclude de Mattei, “politiche da sviluppare al fine di favorire lo studio e la diffusione della lingua latina”. Numerosi segnali confermano l’
importanza di queste tematiche: dalla versione latina di Wikipedia, all’uso
delle formule e dei nomi latini nei romanzi e nei film di Harry Potter, fino
all’annunciato e ormai imminente motu proprio di Papa Benedetto XVI per la
reintroduzione della Messa in latino.
Non meno significativo che in Cina, “negli ultimi anni, con lo sviluppo delle
ricerche scientifiche, molti si rendono sempre più conto dell’importanza della
conoscenza del latino e desiderano studiarlo”, come ha affermato Wang Huansheng, dell’Istituto di ricerche sulle letterature
straniere dell’Accademia Cinese
delle Scienze Sociali. “Per soddisfare questo tipo di richiesta, alcune
Università hanno aperto alcuni corsi di latino”. Il prof. Wang Huansheng è
autore di una Storia della lingua latina che lo scorso anno è stata dichiarata
uno dei dieci libri più importanti pubblicati in Cina. Al convegno intervengono anche: don Cosimo
Semeraro, don Enrico Dal Covolo, postulatore della causa di
beatificazione di Giovanni Paolo II, sen. Giuseppe Valditara, on. Gerardo
Bianco, Marcello Veneziani, scrittore e saggista, Giuseppe Dalla Torre, rettore
della Lumsa, i professori Sandro Schipani, Claudio Leopardi, Giovanni Benedetto,
Licia Landi, mons. Valentin Miserachs-Grau, Pia Luisa Bianco, direttore
dell’Istituto italiano di cultura di Bruxelles. Roma, 25 maggio
2007 La scheda Che cosa: Convegno internazionale:
“Futuro latino: la lingua latina per la costruzione e l’identità
dell’Europa” Chi: Consiglio Nazionale delle Ricerche
e Pontificio Comitato di Scienze Storiche Dove: Roma, 25 maggio, ore 9.30, aula
Marconi del Cnr, piazzale Aldo Moro, 7 Citta del Vaticano, 26 maggio, ore
10.00, Domus Sanctae Marthae tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/78_MAG_2007.HTM
Convegno Scientifico “Carta di identità e Passaporto,
la
biometri entra nei nuovi documenti
elettronici” Consiglio Nazionale delle Ricerche - Piazzale Aldo Moro 7 (aula
Marconi) Roma, 24 maggio 2007 (dalle ore 9.00) Carta di Identità Elettronica e Passaporto
Elettronico sono frutto dell’impegno di una vasta comunità scientifica già
entrati nella regolamentazione e in parte anche nell’uso comune, sia nel nostro
paese sia a livello internazionale, ma che saranno sempre più presenti nella
nostra vita di tutti i giorni, anche in ambiti diversi da quelli dell’attuale
utilizzo. Molti aspetti tecnologici, giuridici e sociali legati a questi nuovi
strumenti rimangono ancora poco noti. Il convegno su “Carta di identità e
Passaporto, la biometria entra nei nuovi documenti elettronici”, che si terrà
domani 24 maggio, dalle ore 9.00, presso la sede del Consiglio Nazionale delle
Ricerche (Roma, piazzale Aldo Moro 7 – aula Marconi), organizzato dal
Dipartimento Tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni del Cnr, intende
approfondire alcuni aspetti tecnologici e normativi legati all’introduzione dei
due documenti elettronici. L'evento si svolge nel contesto del progetto
‘3DFace’ varato dalla Commissione Europea nel 2006 con l'obiettivo di studiare
aspetti innovativi dei documenti di prossima generazione basati su immagini del
volto tridimensionali. Il progetto europeo 3DFace, di cui il Cnr è uno dei
partner scientifici, sarà oggetto della Tavola rotonda pomeridiana, nel corso
della quale saranno illustrate le nuove frontiere dei documenti elettronici che
potranno essere dotati di sofisticate innovazioni tecnologiche come immagini del
volto in modalità tridimensionale. Spunto di discussione saranno poi i problemi
etici e sociali, come il rapporto tra tecnologie biometriche e minori o le
implicazioni per la privacy, i delicati
rapporti tra medicina, privacy e tecnologie biomediche, e gli aspetti
strettamente tecnici come le misure di sicurezza adottate nei nuovi documenti
elettronici. Per informazioni: Mario Savastano, Istituto di biostrutture e bioimmagini del Cnr, Napoli – tel. 081.7683207 – cell. 335.6670188; Sandro Massa, Dipartimento Tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni del Cnr, tel. 06.4993.2014 Ufficio Stampa Cnr: Rosanna Dassisti, tel. 06.4993.3588 - 3383, e-mail: rosanna.dassisti@cnr.it
Discariche in
Campania: in pericolo la catena alimentare La diossina, provocata dalla bruciatura dei
rifiuti, contamina acqua, terreno e piante, passando
nel grasso degli ovini e da lì in latte e carne. E’ il risultato di una ricerca
condotta dall’Ispaam-Cnr negli allevamenti di Napoli e
Caserta Carenza
di discariche. Strade invase da montagne di rifiuti maleodoranti. Cittadini
esasperati che si improvvisano netturbini e ‘fanno
pulizia’ dando fuoco alla spazzatura. L’immondizia è
diventata una vera emergenza in Campania e un problema serio per la salute dei
suoi abitanti. Ma non solo. La bruciatura dei rifiuti
provoca danni anche agli animali, come ha dimostrato uno studio condotto sulle
pecore della zona dal Laboratorio di citogenetica animale e mappaggio genetico dell’Istituto per il sistema produzione
animale in ambiente mediterraneo (Ispaam) del Cnr di
Napoli. “Le discariche abusive presenti
in Campania, soprattutto nelle province di Napoli e Caserta, e la sistematica
bruciatura dei vari residui per ridurre al minimo il volume occupato ha
comportato un notevole accumulo di inquinanti
ambientali, tra i quali le diossine, sostanze altamente tossiche e cancerogene”,
spiega Leopoldo Iannuzzi dell’Ispaam-Cnr. “La situazione è peggiorata in questi mesi con
l’incendio sistematico dei cassonetti da parte della popolazione locale, che ha
inconsapevolmente favorito l’entrata nel ciclo vitale di questo veleno, che
inizialmente si deposita su erba, terreno e acque,
fissandosi successivamente nei tessuti adiposi degli animali (incluso il grasso
del latte) che hanno ingerito cibo contaminato”. Per controllare le condizioni degli allevamenti
dell’area l’Ispaam-Cnr, finanziato dal Comune di Acerra, ha condotto due studi su
pecore esposte a bassi (5,3 pg/g di grasso) e alti (39
e 51 pg/g di grasso) livelli di diossine, utilizzando
due test citogenetici su linfociti di sangue
periferico per valutare la stabilità del
genoma degli animali esposti a queste sostanze
mutagene. Queste ultime lasciano infatti traccia a
livello cromosomico (gap, rotture cromosomiche, scambi intercromatidici) come dimostrano i dati ottenuti e
confrontati con quelli riscontrati in cellule di animali della stessa specie e
razza, ma allevati in ambienti non contaminati. “Le due ricerche”, precisa Iannuzzi, “hanno evidenziato una notevole fragilità nei
cromosomi delle pecore esposte alle diossine. In particolare, è risultata pari a 4 volte maggiore, rispetto agli animali di
controllo, nelle pecore esposte a bassi livelli di diossine, e da
Risultati
indubbiamente significativi perché le pecore, per la loro alimentazione basata
esclusivamente su pascoli naturali (o su residui di vegetazione prodotta
localmente), rappresentano ottimi indicatori biologici (sentinelle)
dell’inquinamento ambientale in territori a rischio. Roma, 22 maggio 2007 La scheda Che
cosa: scoperta fragilità cromosomica nelle pecore esposte alla diossina in
Campania Chi: Istituto per il sistema produzione animale in ambiente mediterraneo del Cnr, Napoli Per informazioni: Leopoldo Iannuzzi, tel. 081/5964977, e-mail: leopoldo.iannuzzi@ispaam.cnr.it Ufficio Stampa
Cnr: Rita Bugliosi, tel. 06/49932021, 3383,
e-mail: rita.bugliosi@cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/77_MAG_2007.HTM
Costruzioni: nasce il Gruppo di
opinione Istituito al Cnr un gruppo di esperti per indicare le priorità di ricerca e
investimento in un settore strategico per il Paese, con uno sguardo all’Europa L'investimento
annuo nel settore delle costruzioni vale oggi il 9% del Pil nazionale e, direttamente e attraverso l'indotto, dà
lavoro a un addetto su quattro impiegati
nell'industria. Per questo è importante prestare attenzione all'aggiornamento e
miglioramento delle capacità innovative, e indicare priorità condivise di
ricerca e innovazione. E' questo l'obiettivo del
‘Gruppo di opinione per la ricerca nel settore delle costruzioni, appena
nato per iniziativa del Dipartimento "Sistemi di produzione" del Consiglio
Nazionale delle Ricerche e formato da personalità di spicco provenienti dal
mondo della ricerca, dell'università, dell'impresa. Lo
stimolo per questa azione arriva dall'Europa che ha
costituito una Piattaforma tecnologica delle costruzioni dove gli stakeholder europei delineano strategie e
innovazione importanti per il futuro delle costruzioni. Uno dei primi impegni
del Gruppo di Opinione italiano sarà appunto quello di
supportare l'attività della neonata Piattaforma tecnologica italiana delle
costruzioni, corrispondente a quella europea. "E' la prima volta in Italia, che
si costituisce un’équipe di alto livello per dibattere
esigenze e priorità di ricerca di un settore importante come le
costruzioni, con un'ampia apertura verso l'Europa", commenta Valter Esposti,
direttore del Dipartimento Cnr. "Non a caso è stato
possibile farlo proprio al Cnr, un operatore super
partes, che ha molto contribuito alla ricerca
attraverso l'operato dei propri Istituti". “Il Gruppo si propone di svolgere una azione bottom up verso gli attori istituzionali della
programmazione nazionale della ricerca”, prosegue Esposti, “mirata alla
presentazione di un quadro strategico delle esigenze prioritarie di ricerca nel
settore di breve, medio e lungo termine. L’obiettivo è quello di avviare una azione di sistema
pluriennale, che ottimizzi il rapporto tra le numerose competenze e idee di
ricerca che il mondo scientifico esprime e le risorse finanziarie disponibili,
attraverso il criterio dell’utilità. L’intendimento del Gruppo è inoltre quello
di generare proposte di progetti che possano essere
realizzati nell’ambito di una dinamica armonica tra stato e regioni”.
Nella prima riunione, su proposta del Direttore del Dipartimento del Cnr, il Gruppo ha nominato due presidenti, uno proveniente
dal mondo scientifico, prof. Marco Pacetti, ordinario
di Fisica tecnica e attuale Rettore dell'Università Politecnica delle Marche, l'altro dal mondo industriale,
dott. Giorgio Squinzi, Amministratore unico della
Mapei e attuale Presidente di Federchimica. Tra gli altri, fanno parte del
Gruppo Catervo Cangiotti
(ANDIL), Alfonso Panzani (Assopiastrelle), Andrea
Negri (Federlegno),
Piero Torretta (ANCE), Giuseppe Turchini (Politecnico di Milano), G.
Michele Calvi (Univ. Di
Pavia), Roberto Vinci (ITC-CNR). Roma, 21 maggio 2007
La scheda Chi: Gruppo di
opinione per la ricerca nel settore delle costruzioni Che cosa: iniziativa del Dipartimento
Cnr “Sistemi di produzione” Per informazioni: Ing. Valter Esposti, direttore del Dipartimento Cnr “Sistemi di produzione”. Tel.
06.49933663 – 02.23699546 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/76_MAG_2007.HTM
IUGG-5000 SCIENZIATI PER STUDIARE LA TERRA
Circa 7.000 scienziati provenienti da 80
Paesi discuteranno de “La Terra: il nostro pianeta che cambia” alla XXIV
assemblea di Iugg (International Union of Geodesy and Geophysics), a Perugia dal
2 al 13 luglio 2007. L’assemblea è stata presentata oggi a Roma al Consiglio
nazionale delle ricerche da Lucio
Ubertini, presidente del Comitato organizzatore di Iugg e direttore dell'Irpi-Cnr Terremoti, siccità, tempeste e vulcani, ma anche le risorse ambientali per migliorare la vita nei Paesi in via di sviluppo. Circa 7.000 scienziati provenienti da 80 Paesi ne parleranno durante la XXIV assemblea di Iugg (International Union of Geodesy and Geophysics) dedicata al tema “La Terra: il nostro pianeta che cambia”, a Perugia dal 2 al 13 luglio 2007. L’assemblea è stata presentata oggi a Roma presso la sede del Consiglio nazionale delle ricerche da Lucio Ubertini, presidente del Comitato organizzatore di Iugg e direttore dell'Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr, da Giuseppe Cavarretta, direttore del Dipartimento Terra e Ambiente del Cnr, e da Franco Prodi, direttore dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac-Cnr). Iugg è un’organizzazione non governativa e no profit che riunisce sette associazioni internazionali e interdisciplinari di scienze della Terra, e che promuove e sostiene la ricerca scientifica. A Perugia sono attese per due settimane circa 10.000 presenze e si terranno oltre 220 convegni e incontri. “Avere ottenuto che si tenga in Italia, dopo più di cinquanta anni dall’edizione inaugurata a Roma da Papa Pio XII, è un successo per l'intera comunità scientifica nazionale”, spiega il prof. Ubertini. “La partecipazione è imponente, si sono iscritti studiosi persino da Yemen, Botswana, Isole Fiji e Comore. Inoltre, dai titoli si intuisce la forza di studi quali quelli su prevedibilità degli eventi calamitosi, variazioni climatiche globali, influenza della radiazione solare sull’ecosistema, mutazioni ed inversioni del campo magnetico terrestre. Ma non mancano lavori come “ghiaccio extraterrestre” o “magnetismo extraterrestre”. Verrà inoltre sancita una nuova associazione in seno alla IUGG, l’UCCS (Union Commission Cryospheric Sciences)”. L’Assemblea Iugg si inserisce in un momento di ampia e alta attenzione per le tematiche ambientali, quali il deficit di risorse idriche. Spiega Ubertini: “Se il rischio di desertificazione per l’Italia è, in realtà, difficilmente realizzabile, è invece possibile un aggravamento del deficit idrico di alcune zone. In Europa tale deficit nel 2003 ha causato oltre 10 miliardi di euro di danni e il depauperamento idrico è stato anche causa di un peggioramento qualitativo dell’acqua dovuto al minor tempo di ritenzione e depurazione naturale. E’ necessario, pertanto, individuare modalità di prevenzione e mitigazione dei consumi: negli ultimi 100 anni, il fabbisogno giornaliero in Italia si è innalzato da 50 fino a 500 litri per persona e in media nei Paesi mediterranei la domanda è raddoppiata negli ultimi 50 anni e ha raggiunto i 290 miliardi di m3 annui. Gli incrementi più elevati sono in Turchia, Siria e Francia, e le previsioni al 2025 stimano una crescita del 25% dei consumi in Turchia, Siria ed Egitto. L’uso irriguo rappresenta circa il 65% del consumo idrico per i Paesi mediterranei, anche conseguentemente all’aumento delle aree irrigate passate negli ultimi 40 anni da 11 a 20 milioni di ettari (in particolare in Turchia e in Spagna). L’approvvigionamento idrico deve diventare, quindi, una priorità assoluta, soprattutto attraverso la manutenzione delle reti che in Italia presentano perdite con punte del 40%”. L’assemblea di Perugia sarà anche
l’occasione per focalizzare meglio aspetti già dibattuti in altre sedi
internazionali. Ad esempio, il quarto Assessment
Report dell’Intergovernmental
Panel on Climate Change (IPCC) prevede che l’innalzamento medio del livello marino
alla fine del 21° secolo varierà da 0.18 a 0.59 metri. “Studiare il passato può
però fornire una prospettiva”, spiega nel suo abstract per l’assemblea
Yury Barkin dello Sternberg Astronomical
Institute di Mosca. “Globalmente, durante
l’ultimo periodo interglaciale (LIG) che durò da 130 a 116 mila anni fa, il
livello marino era superiore dai 4 ai 6 metri a quello di adesso e i dati
indicano che l’Artico fosse più caldo di oggi, con una enorme riduzione dei
livelli marini nelle acque costali intorno all’Alaska e lo scioglimento di quasi
tutti i ghiacciai nell’Emisfero del Nord. La foresta boreale si estendeva in
aree ora occupate da tundra nell’interno dell’Alaska e della Siberia. Le calde
estati artiche durante la prima metà del LIG furono causate dai cambiamenti
nell’orbita e nell’inclinazione terrestre, che intensificarono le radiazioni
solari. I calcoli eseguiti su modelli mostrano estati artiche dai 3 ai 5 gradi
più calde di oggi, specialmente sopra e vicino la Groenlandia, e temperature di
superficie massime quotidiane durante le estati sopra il congelamento su tutta
la lastra glaciale della Groenlandia, che
aveva una dimensione più ridotta”. Le misure del cambiamento del
livello marino globale saranno anche al centro del lavoro di Simon Holgate,
oceanografo del Laboratory Joseph Proudman di Liverpool. Negli ultimi dieci anni è stato
rilevato, attraverso l’altimetria, che il livello marino ha avuto un tasso di
aumento di Roma, 17 maggio 2007 Scheda Chi: Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr Che cosa: Presentazione Convegno “La Terra: il nostro pianeta che cambia” (Perugia dal 2 al 13 luglio 2007) Per informazioni: prof. Lucio Ubertini, presidente del Comitato organizzatore di Iugg e direttore dell'Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr, tel. 075/5014.411-402. Tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/75_MAG_2007.HTM
DNA polimerasi lambda, una difesa contro il cancro
Scoperto dall'Istituto di genetica
molecolare del Cnr un meccanismo essenziale della
difesa che le nostre cellule attivano contro l’ossidazione. La pubblicazione della ricerca su
Nature.
I radicali liberi possono contribuire a provocare le malattie degenerative, nonché il cancro, modificando le informazioni trasmesse dal DNA. E’ pertanto essenziale comprendere come le cellule limitino questi errori. I ricercatori dell'Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia (Igm-Cnr) guidati da Giovanni Maga, in collaborazione con colleghi svizzeri e francesi, potrebbero ora dare una risposta a questo interrogativo: la DNA polimerasi lambda, in coordinamento con altre due proteine (PCNA e RP-A), ‘difendono’ la correttezza dell'informazione genetica contro il danno ossidativo. “La forma più comune di danno ossidativo causato dai radicali liberi, un ‘prodotto di scarto’ che si forma nelle cellule durante il metabolismo respirativo”, spiega il dr. Maga, “è la trasformazione della guanina, una delle due basi azotate naturali del DNA, nel derivato 8-ossiguanina. Questa base modificata è molto insidiosa, in quanto induce degli errori di ‘lettura’ nelle DNA polimerasi, cioè gli enzimi deputati a ricopiare l'informazione genetica per trasmetterla alla cellula figlia. L'accumulo di queste mutazioni rappresenta un primo passaggio per l'insorgere dei tumori, e inoltre il continuo stress ossidativo delle cellule è un fattore cruciale nel processo di invecchiamento”. La cellula, fortunatamente, possiede numerosi sistemi per difendersi da questi mutageni ‘naturali’, che tuttavia non era ancora chiaro come agissero per limitare gli errori commessi dalle DNA polimerasi durante la ‘ricopiatura’ del DNA contenente 8-ossiguanina. Il laboratorio di enzimologia del DNA dell'Igm-Cnr, ha svolto un lavoro che potrebbe dare una risposta. “Una tra le oltre 15 DNA polimerasi umane, la DNA polimerasi lambda”, prosegue Maga, “è particolarmente ‘fedele’ nel copiare il DNA contenente la 8-ossiguanina, grazie anche all'azione coordinata di altre due proteine (PCNA e RP-A), già note come essenziali per la duplicazione del DNA cellulare”. Questa scoperta, da un lato contribuisce ad assegnare un ruolo alla finora poco conosciuta DNA polimerasi lambda, dall'altro rivela per la prima volta come proteine altamente coinvolte nella duplicazione dell'informazione genetica di tutti i mammiferi giochino un ruolo fondamentale anche nella protezione contro il danno ossidativo. Tali risultati, recentemente pubblicati sulla rivista Nature, aprono anche nuove prospettive per lo studio dei meccanismi di trasformazione neoplastica. “Ad esempio”, conclude il ricercatore dell'Igm-Cnr, “si potranno cercare eventuali alterazioni della funzione della DNA polimerasi lambda che correlino con l'accumulo di mutazioni e l'insorgenza di tumori”. Roma, 16 maggio 2007 La
scheda Chi: Istituto di
genetica molecolare-Cnr Pavia Che
cosa: individuato il meccanismo attivato
dalle cellule contro l’ossidazione Per informazioni:Giovanni Maga, laboratorio di enzimologia del DNA dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia, tel. 0382/546354, e-mail: maga@igm.cnr.it Referenze: Giovanni Maga, Giuseppe Villani, Emmanuele Crespan, Ursula Wimmer, Elena Ferrari, Barbara Bertocci and Ulrich Hübscher. 8-oxo-guanine bypass by human DNA polymerases in the presence of auxiliary proteins. Nature Advanced Online Publication May 16th/ 2007 doi: 10.1038/nature05843 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/74_MAG_2007.HTM
Le neuroscienze si tingono di rosa Una ricercatrice dell’Istituto di neuroscienze del Cnr di Cagliari ha vinto una
borsa di studio
Un’assegnista di ricerca presso
l’Istituto di neuroscienze (In) del Consiglio
Nazionale delle Ricerche, ventotto anni, Paola Maccioni è stata premiata con una borsa di studio di 15.000
euro per la durata di un anno, dalla giuria - presieduta da Umberto Veronesi -
del programma “L’Oréal Italia per le donne e la scienza 2007”, promosso in
collaborazione con la Commissione italiana dell’Unesco, grazie a uno studio nel settore delle neuroscienze. Il premio, giunto alla quinta edizione, è
andato anche ad altre quattro giovani ricercatrici. Laureata a pieni voti in
scienze biologiche all’Università di Cagliari, Paola Maccioni attualmente frequenta il
terzo anno del dottorato di ricerca in neuroscienze
all’Università di Cagliari ed è assegnista di ricerca
presso l’In-Cnr di Cagliari dove conduce studi sulla
neurobiologia dell’alcolismo. In particolare, il
progetto per il quale è stata premiata è dedicato allo
“Studio delle proprietà anti-alcol dei
modulatori allosterici positivi del recettore
GABAB”. “Il nostro progetto di ricerca si propone di studiare in opportuni modelli
sperimentali l’effetto di diversi farmaci che attivano il recettore
GABAB sul consumo di alcol e le proprietà gratificanti dell’alcol”,
spiega la ricercatrice. “Oltre agli agonisti diretti, verrà prestata particolare
attenzione ad una nuova classe di farmaci che svolgono un’azione di modulazione
allosterica positiva sul
recettore GABAB”. “L’alcolismo costituisce un grave problema di ordine medico e sociale”, aggiunge Giancarlo Colombo,
ricercatore dell’In-Cnr, con il quale lavora la dr.ssa
Maccioni, “e le terapie farmacologiche attualmente disponibili sono di modesta
efficacia. La comprensione del meccanismo d’azione dell’alcol nel cervello è
condizione necessaria per sviluppare nuovi farmaci per il trattamento di questa
forma di dipendenza”. Per questi studi vengono
utilizzati ratti della linea Sardinian Alcohol preferring (sP), selezionati geneticamente per
l’elevato consumo ‘volontario’ di
alcol. Roma, 15 maggio 2007
La scheda: Chi: Paola Maccioni, assegnista di ricerca presso l’Istituto di neuroscienze del Cnr di Cagliari,
vincitrice di una delle cinque borse di studio di L’Oréal Italia e Unesco Che cosa: borsa di studio di 15.000
euro per la durata di un anno, assegnata da “L’Oréal Italia per le donne e la Scienza” e Commissione
italiana per l’Unesco Per
informazioni: Giancarlo Colombo, Istituto di neuroscienze del Cnr di Cagliari,
tel.: 070 302227, cell.:
3498172324 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/73_MAG_2007.HTM
Risorgono
gli agrumi del ‘500 La crioconservazione per la
salvaguardia e la tutela delle specie vegetali in Europa. Oltre un terzo delle specie vegetali presenti nel mondo è sottoposto a erosione genetica o rischia addirittura l’estinzione. Anche numerose specie europee rientrano tra quelle minacciate. Per bloccare questa “emorragia” di risorse naturali e fare il punto della situazione, ricercatori e studiosi europei si incontreranno a Firenze, dal 10 al 12 maggio 2007, in un meeting sulla crioconsevazione dal titolo “Technology, application and validation of plant cryopreservation”, organizzato dall’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree (Ivalsa) del Cnr. “La salvaguardia
della biodiversità vegetale è di prioritaria importanza per la tutela del nostro
patrimonio ambientale”, sostiene Maurizio Lambardi, ricercatore Ivalsa e
responsabile del laboratorio Cnr di conservazione in vitro e crioconservazione. “E’
fondamentale, quindi, intervenire per tempo per arrestare o contenere la perdita
di risorse genetiche dovuta a fattori naturali o indotti dall’uomo”. Già a
partire dagli anni ’70 si è intrapresa, a livello mondiale, una importante opera
di raccolta e conservazione del germoplasma vegetale in banche del seme e
collezioni in campo. “Grazie al recente contributo delle biotecnologie”, dice
Lambardi, “questo settore può ora avvalersi di metodi innovativi quali la
crioconservazione, che permette lo stoccaggio di organi vegetali (gemme,
meristemi, semi interi o embrioni) alla temperatura ultra-bassa
( “Presupposto di questa tecnologia”, spiega Carla Benelli, ricercatrice Ivalsa-Cnr “è la ‘vitrificazione’ del materiale vegetale sottoposto a drastico abbassamento termico, termine che indica quel fenomeno fisico per il quale le molecole di acqua non cristallizzano e la soluzione assume una consistenza amorfa (vetrosa). La vitrificazione del citoplasma cellulare previene la formazione dei letali cristalli di ghiaccio intra-cellulari; pertanto, gli organi e i tessuti vegetali sottoposti a questa tecnica si mantengono integri e vitali alla temperatura dell’azoto liquido e sono in grado di ricostuire una coltura di gemogli o una linea cellulare quando reintrodotti in coltura in vitro”. Al meeting di Firenze saranno presentati i risultati di uno studio dell’Ivalsa che ha permesso di individuare efficienti procedure di conservazione in azoto liquido di semi provenienti da alcune antiche varietà e specie poliembrioniche di Citrus, facenti parte di una collezione, unica nel suo genere, iniziata da Cosimo I° de’ Medici nel XVI secolo e localizzata presso la ‘Villa Reale di Castello’ in Firenze. “La prima notizia di coltivazione d’agrumi alla Villa di Castello risale al 1544, quando il duca ordina che vengano innestati ‘occhi di limoni dolci’ ”, riferisce Lambardi. “Da allora la collezione si è accresciuta sempre di più e attualmente conta circa 500 esemplari in grandi conche di terracotta che rappresentano il ‘fiore all’occhiello’ della Villa”. Il numero, ma soprattutto le varietà rare, le ‘mostruosità’ e le ‘bizzarrie’ dei suoi frutti, spesso rappresentate da solo uno o pochi esemplari, ne fanno una collezione in vaso di grande interesse internazionale. “Questo prezioso germoplasma può rappresentare”, conclude Lambardi, “una straordinaria fonte di ‘antichi’ caratteri genetici, potenzialmente utili nel miglioramento di specie del genere Citrus”. La ricerca dell’Ivalsa, quindi, è il primo promettente passo verso la possibilità di preservare in una ‘criobanca del seme’ questa preziosa biodiversità, proteggendola dai ‘rischi del tempo’. Per i giornalisti sono disponibili foto ad alta risoluzione Roma, 8 maggio 2007 La scheda Chi: Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree (Ivalsa), sede di Sesto Fiorentino (Fi), Laboratorio di “Conservazione in vitro e Crioconservazione” Che cosa: Meeting “Technology, application and
validation of plant cryopreservation”, nell’ambito della COST Action 871
“CryoPlanet - Cryopreservation of
crop species in Dove: Area di ricerca Cnr di Firenze,
Via Madonna del Piano, Sesto fiorentino (Fi) Quando: dal 10 al 12 maggio 2007 Informazioni: Maurizio Lambardi, Ivalsa, Cnr, Firenze tel. 055/5225685, e-mail: lambardi@ivalsa.cnr.it; Carla Benelli, Ivalsa, tel. 055/5225698, e-mail: benelli@ivalsa.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/72_mag_2007.htm
Giuristi cinesi a Roma per studiare
il diritto romano Si riuniranno al Cnr e seguiranno, dal 7 al 10 maggio, un corso di alta formazione sull’argomento
per acquisire la preparazione necessaria
alla redazione del Codice civile,
prevista per il 2010 Si svolgeranno da lunedì
Il
corso, che è stato inaugurato il 2 maggio presso i Musei Capitolini, prevede gli
interventi di insigni romanisti e civilisti italiani e l’approfondimento di
rilevanti aspetti di istituti del Diritto romano e del Diritto civile di
particolare interesse per il processo di codificazione civile in atto nella
Repubblica Popolare Cinese (Rpc). A
determinare l’iniziativa la sempre crescente domanda, da parte cinese, di
rafforzare la formazione sul Diritto romano dei propri docenti ed esperti in
Diritto civile, in vista della redazione del Codice civile, prevista per il
2010. La
Cina si è aperta alla ricezione del nostro sistema giuridico già dagli inizi del
secolo scorso, tuttavia dalla fondazione della Rpc, solo a partire dagli anni
’80 il Governo ha formalmente assunto l’impegno di promuovere gradualmente la
costruzione di un moderno sistema fondato sullo
Stato di diritto e di aprirsi all’economia di mercato, offrendo specifica
tutela alla proprietà e all’iniziativa private. In tale quadro è nata l’esigenza
di formare docenti, magistrati e operatori del settore in grado di affrontare le
mutate situazioni socio-economiche e di sostituire gradualmente i colleghi della
generazione precedente, formatisi in ambienti militari o di
partito. La
‘quattro giorni’ capitolina è promossa dall’Osservatorio sul sistema giuridico romanistico in Italia e in Cina
dell’università di Roma Tor Vergata, in collaborazione con la commessa
Cnr relativa all’Uso del diritto romano in Cina.
Formazione del diritto cinese nell’ambito del sistema giuridico
romanistico, ed è patrocinata dal
Comitato nazionale per le celebrazioni del 750° anniversario della
nascita di Marco Polo. Roma, 4 maggio 2007 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/71_mag_2007.htm
Siena: la sua forza nel
Medioevo Dal progetto di rialzare quaranta torri,
giudicato favorevolmente da Mussolini nel 1935, al conio della formula
‘misticismo senese’ ad opera di Misciattelli nel 1911. Cosa rimane oggi del giudizio espresso dalla
critica inaugurata dal Vasari nel ‘500 relativo al primato di Firenze su Siena?
Fu la cultura senese del XV secolo progressiva o regressiva rispetto a quella
fiorentina fertile di speculazioni filosofiche e sperimentazioni prospettiche?
Si può parlare di ‘misticismo senese’ o si tratta di un luogo
comune? Sono alcuni interrogativi intorno ai quali si
incentra il Convegno internazionale di studi “Presenza del passato. Political
ideas e modelli culturali nella storia e nell’arte senese”, organizzato nella
città dal Consiglio nazionale delle ricerche, in collaborazione con l’Università
di Siena, il Courtauld Insitute of Art e il Warburg Insitute di Londra,
l’Institut Européen de Recherches Etudes et Formation, con il contributo della
Banca e della Fondazione Monte dei Paschi. Dalle relazioni emerge che la visione
medievalistica, ‘arcaica’ e spirituale della città, affermatasi fino ai tempi
moderni, non fu solo pregiudizio ma, in molti casi, scelta politica
programmatica per ribadire l’identità, l’individualismo e l’egemonia culturale
senese rispetto a quella fiorentina. In tal senso appare significativa la
testimonianza portata da Gianni Mazzoni dell’Università di Siena relativa al
riuso della cultura medievale in diverse epoche storiche, dal XV al XIX secolo e
oltre. “Nel 1935 il Podestà Fabio Bargagli Petrucci propose a Benito Mussolini,
incontrato a Palazzo Venezia, il rialzamento delle torri medievali della città”,
spiega lo studioso. “Il Comune avrebbe provveduto alla ricostruzione di una
ventina di torri, un’altra ventina o più sarebbero state finanziate dallo Stato.
Le oltre quaranta torri ritrovate avrebbero conferito al profilo di Siena una
suggestiva fisionomia, tale da rendere la città ancor più ricercata e visitata da italiani e
stranieri per il suo aspetto senza riscontro nel mondo intero. Il progetto
di ricostruzione, già approntato dal poliedrico artista Arturo Viligiardi, fu
giudicato favorevolmente dal Duce, ma non ebbe seguito, sia a causa delle
difficoltà economiche create, in quegli stessi mesi, dall’impresa
colonial-imperiale italiana in Etiopia, sia per la precoce scomparsa di
Viligiardi (1936), sia per la repentina uscita dalla scena politica, di lì a
pochi mesi, del medesimo podestà”. Sulla stessa scia si colloca la formulazione
del cosiddetto ‘misticismo senese’ servito, secondo Mauro Mussolin della New
York University, anche in epoca recente a rafforzare l’identità e il senso della
tradizione locale. Infatti, “la definizione di ‘misticismo senese’ si deve al
titolo di una fortunata strenna della banca Monte dei Paschi di Siena del 1965
curata da Aldo Lusini, a sua volta riedizione di un precedente volume di Piero
Misciattelli intitolato ‘Mistici senesi’ pubblicato per la prima volta nel
Del Medioevo ‘rivissuto’ si sono occupati
anche Maria Monica Donato della Scuola Normale Superiore di Pisa, con un’analisi
della ‘fortuna’ e ‘sfortuna’ della storia figurata della vittoria dei senesi
nella battaglia contro i fiorentini avvenuta a Montaperti, e Machtelt Israëls,
storico dell’arte di Amsterdam. Il legame tra passione civica e sentimento
religioso è stato indagato da Andrea Giorgi e Stefano Moscadelli, attraverso uno studio delle
processioni nei secoli XII-XIV, e da Paolo Nardi dell’Università di
Siena. Ma è soprattutto l’arte a rappresentare il
forte spirito individualistico e identitario della città, soprattutto la pittura
della prima metà del Quattrocento che non aderì mai completamente alle
innovazioni del Rinascimento fiorentino, accogliendone solo quegli aspetti che
risultavano più affini alle poetiche degli illustri modelli della tradizione
locale, da Duccio di Buoninsegna a Simone Martini. La non completa adesione dei
quattrocentisti senesi alle innovazioni fiorentine è stata a lungo spiegata con
la tendenza al conservatorismo, alla chiusura intellettuale della classe
politica locale. Tale scelta secondo Luke Syson della National Gallery di
Londra, va invece spiegata con la volontà deliberata di mantenere un’alternativa
al linguaggio artistico fiorentino. “Su questa base si può ravvisare una sorta
di protezionismo stilistico, che non deve essere confuso con l’isolazionismo”,
spiega Syson. Lo stile senese diventa parte integrante di un’ideologia civica
che si esprime anche nell’arte della copiatura. “Nei contratti di committenza di
un’opera veniva espressamente richiesta agli artisti la copiatura della
produzione esistente”, continua Syson. “Tale prassi, comune in Italia, a Siena
non riguardava solo la struttura generale o la composizione, ma talvolta anche
lo stile dei pittori medievali”. “Per comprendere quest’arte”, secondo Roberto
de Mattei, vice Presidente del Cnr, “bisogna chiedersi se esiste un paradigma
senese così come esiste quello fiorentino. Il punto più interessante in questo
confronto non è la divergenza tra Duccio e Giotto che operarono all’interno
della medesima visione del mondo, ma quello che accadde nel Quattrocento, secolo
nel quale si consumò una frattura tra la cultura umanistica fiorentina e la
tendenza senese al recupero della tradizione. In conclusione, nella misura in
cui si può parlare di paradigma senese, che in quanto tale conserva la sua
validità nel tempo, è lecito parlare di Siena non come città prigioniera del
passato, ma piena di rinnovamento. Essa trae la sua forza proprio nel fatto che
pur essendo fedele al proprio passato, non rimane legata ad esso”. Del rapporto tra la città e la religione si
sono inoltre occupati la storica Petra Pertici, Monika Butezek del
Kunsthistorisches Institut di Firenze, Joanna Cannon del Courtauld Institute di
Londra, Costanza Barbieri, della Università Europea di Roma e Massimo Viglione
del Cnr. Un filone originale degli studi -
rappresentato da Gerhard Wolf del Kunsthistorisches Institut, Florence
Vuilleumier Laurens dell’Università di Brest, Jean Campbel, della Emory
University - USA, e dalla storica Marcella Marongiu - mira invece a ricostruire
la fortuna dell’allegoria del ‘Buono e Cattivo Governo’, dipinti nel Palazzo
Pubblico. Il mito della fondazione di Siena e i legami
della città con la classicità sono stati indagati da Roberto Guerrini, Marilena
Caciorgna e Fabrizio Nevola dell’Università locale. “Il mito fondativo di Senio
ed Aschio, innescato sulla vicenda di Romolo e Remo”, sottolinea Nevola, “serviva proprio a rendere visibile
un legame ideale fra Siena e Roma anche attraverso la diffusione nel tessuto
urbano di colonne decorate con la lupa capitolina”. Roma, 4 maggio 2007 La
scheda Che cosa: Convegno internazionale di studi: “Presenza del passato. Political ideas
e modelli culturali nella storia e nell’arte senese” Chi: Consiglio nazionale delle ricerche, Università di Siena, Courtauld Insitute of Art e Warburg Insitute di Londra, Institut Européen de Recherches Etudes et Formation, con il contributo della Banca e della Fondazione Monte dei Paschi di Siena. Dove: Siena, 4 maggio, ore 9.30, presso
Rettorato, Aula Magna Storica, via Banchi di Sotto, 55; ore 15.00, presso Palazzo Patrizi, sala degli
Intronati, Accademia Senese degli Intronati, via di Città, 75; 5 maggio,
mattina (9.30) e pomeriggio (15.00), Complesso Museale del Santa Maria della
Scala, Sala del Camino, Piazza Duomo, 2 Per informazioni: Miriam Einaudi, Direzione Generale, Paesi industrializzati - Organismi internazionali del Cnr, tel. 06/49933152, e mail: miriam.einaudi@cnr.it tratto
da:
Ritorna il leopardo delle nevi: successo di Ev-K2-Cnr Nel Parco
Nazionale
dell’Everest accertata
– anche mediante un’eccezionale prova fotografica – la presenza stabile di
alcuni esemplari. Un’importante inversione di tendenza dopo l’estinzione
nell’area, avvenuta negli anni ‘60 Il leopardo delle nevi, classificato come specie gravemente minacciata dall’International Union for the Conservation of Nature, ha fatto ritorno, in maniera stabile, nell’area del Parco Nazionale del Sagarmatha (il nome nepalese dell’Everest). A dare la notizia è l’équipe di ricerca in ‘Scienze ambientali’ di Ev-K²-Cnr, guidata dal prof. Sandro Lovari dell’Università degli Studi di Siena, che ha avviato un progetto su ‘Conservazione della biodiversità: la comunità di grandi mammiferi e la comunità ornitica’ e che da tempo si occupa della conservazione di questo grande carnivoro attraverso un progetto specifico del Comitato Ev-K²-Cnr ‘Vanishing tracks on the roof of the world’. “Negli anni ’60 la specie era sostanzialmente estinta nel parco, a causa dell’attività illegale di ‘protezione’ a difesa degli allevamenti e di quella dei bracconieri”, dice Sandro Lovari. “I primi segni indiretti del ritorno del leopardo datano al 2002, con il rilevamento della forte diminuzione dei piccoli di tahr, particolare specie di capra selvatica che vive sulla catena dell’Himalaya e una delle prede preferite del leopardo delle nevi ‘Uncia uncia’. Nel 2003 invece è stato rinvenuto il primo escremento e c’è stato il primo incontro con un esemplare, del quale sono state scattate alcune fotografie”. La presenza occasionale adesso si è però consolidata, con almeno tre individui di cui due residenti, mentre nel bosco intorno a Namche (3400 metri d’altezza) è presente anche il leopardo comune ‘Panthera pardus’, del quale vivono nel Parco almeno altri due esemplari. “Queste cifre”, spiega Lovari, “ci danno l’idea della lentezza con cui si ricostruisce il patrimonio faunistico, che in pochi decenni l’uomo è riuscito quasi a distruggere”. Il progetto di ricerca è stato attuato nell’ambito della collaborazione siglata tra il Comitato Ev-K²-Cnr, il Wwf Nepal – con l’avallo del Wwf International - e il Parco Nazionale del Sagarmatha, istituito a tutela di questo fragile ecosistema himalayano messo a rischio dalla crescente pressione turistica. Lo studio ha tenuto conto, prevalentemente, delle analisi dei segni di presenza (impronte ed escrementi) e di quelle genetiche prevedendo anche una serie di conteggi mensili ed annuali delle prede oltre che lo studio dell’alimentazione. “Subito dopo il periodo delle nascite dei tahr, il leopardo delle nevi si ciba per il 70% dei piccoli di questo ungulato”, prosegue Lovari. “Nei mesi autunnali questa percentuale tende a scendere fino al 30-35% e la sua dieta si sposta verso il mosco, un cervide primitivo, e verso il bestiame domestico”. L’ultima documentazione relativa al ritorno del leopardo è costituita dalle fotografie realizzate proprio nei giorni scorsi dal prof. Luca Rossi, collega di Lovari. “Si tratta di un ulteriore segno di ‘acclimatamento’ di questa specie”, conclude Lovari, “che in passato ha avuto molte ragioni di temere l’uomo (gli allevatori locali lo uccidevano avvelenandolo o lapidandolo), mentre non sono mai state registrate aggressioni del leopardo delle nevi verso l’uomo”. Le foto
realizzate dal prof. Rossi sono disponibili in allegato al
comunicato. Namche (Nepal)-Roma, 3 maggio 2007 La scheda Che cosa: progetto Ev-K²-Cnr per la salvaguardia del leopardo nepalese delle nevi Chi: Comitato Ev-K2-Cnr Per informazioni: Sandro Lovari, Università degli Studi di Siena, tel. 0577/298955, e-mail: lovari@unisi.it Agostino Da Polenza, Comitato Ev-K2-CNR, tel. 035/3230561-2, e-mail: pyramidstaff@gmail.com tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/69_apr_2007.htm
Sindrome di
Omenn: un aiuto dall’ingegneria genetica Grazie al modello animale di questa malattia, messo a punto dal Reparto Genoma Umano del Cnr, sarà possibile comprenderne la genesi e testare nuove terapie Ora per i bambini affetti dalla Sindrome di Omenn c’è una speranza di guarigione in più, grazie al modello animale della malattia realizzato, mediante tecniche di ingegneria genetica, nei laboratori del Reparto Genoma Umano dell’Istituto di tecnologie biomediche (Itb) del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano. Il risultato è l’ultimo prodotto del Progetto Genoma Umano che, dopo aver stabilito la sequenza di tutto il Dna dell’uomo, si dedica ora alla comprensione del suo funzionamento. Finanziata dal Progetto Nobel della Fondazione Cariplo e dal Comitato Telethon e condotta in collaborazione con altri enti di ricerca, tra cui l’università di Brescia, il Telethon Institute of Gene Therapy del San Raffaele di Milano e l’Istituto di Ricerca Biomedica di Bellinzona (Svizzera), la ricerca apre nuove prospettive nella comprensione di questa patologia. “La sindrome di Omenn (SO)”, spiega Anna Villa, la ricercatrice dell’Itb-Cnr che ha diretto lo studio, “è una immunodeficienza grave e appartiene al gruppo delle SCID (Severe combined immunodeficiencies), un insieme di patologie che hanno in comune un difettoso funzionamento dei linfociti B e T. Si tratta di due classi di cellule fondamentali perché sovrintendono alla risposta immunitaria che permette all’organismo di riconoscere i patogeni che hanno precedentemente infettato l’organismo, eliminandoli rapidamente e consentendo così all’individuo di far fronte a tutti gli attacchi provenienti dall’ambiente esterno. La maturazione di queste cellule è legata al buon funzionamento di numerosi geni, tra cui i geni RAG1 e RAG2, che sono alterati nella Sindrome di Omenn. Per ricreare nel topo lo stesso difetto genetico presente nei pazienti affetti da questa patologia ci siamo avvalsi di tecnologie di ricombinazione genetica. Avere a disposizione un modello animale ci consentirà di capire come nasce il difetto immunologico alla base della SO e di testare nuove terapie”. Descritta per la prima volta nel
1965 da G.S. Omenn, L’articolo relativo al modello
animale della Sindrome di Omenn è pubblicato sul numero di maggio della
prestigiosa rivista Journal of Clinical
Investigation Roma, 2 maggio 2007 Per i giornalisti sono disponibili foto La scheda Che cosa: realizzato geneticamente un modello animale della Sindrome di Omenn Chi: Reparto Genoma Umano dell’Istituto di tecnologie biomediche del Cnr, Milano Per informazioni: Anna Villa, tel. 02/ 26422636, e-mail: anna.villa@itb.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Maggio/68_apr_2007.htm
Aerosol e ozono: presenze anomale sull'Himalaya Il laboratorio ABC-Pyramid di Ev-K²-CNR e
Isac-Cnr rileva che il particolato e l'ozono vengono trasportati dalle aree
inquinate dell'Asia fino ai ghiacciai di alta quota, contribuendo alla loro
riduzione e confermando come certi fenomeni non conoscano
confini Per promuovere gli studi sulla composizione dell'atmosfera ed i mutamenti climatici nella regione asiatica, è stato avviato da alcuni anni un prestigioso progetto denominato Atmospheric Brown Clouds (ABC), promosso dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per la Protezione dell'Ambiente (UNEP) in collaborazione con il Center for Clouds, Chemistry and Climate della Scripps Institution of Oceanography (C4/SIO). L'Italia partecipa a questo progetto attraverso il Comitato Ev-K²-CNR, con la stazione remota ABC-Pyramid realizzata a quota 5079 m, nei pressi del Laboratorio - Osservatorio Piramide e non troppo distante dal Campo Base dell'Everest nella Valle del Khumbu. Dal febbraio 2006 la stazione di monitoraggio climatico più alta al mondo - progettata e realizzata dall'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr) di Bologna in collaborazione con il Cnrs di Clérmont-Ferrand - fornisce dati, misure e informazioni visibili in tempo reale sul sito http://evk2.isac.cnr.it/, grazie ad un particolare sistema di trasmissione satellitare voluto dal gruppo di lavoro guidato da Paolo Bonasoni dell'Isac-Cnr che permette anche il controllo remoto della strumentazione dall'Italia. Il laboratorio ABC-Pyramid è alimentato no stop da un sistema fotovoltaico, costituito da 96 pannelli solari e 120 batterie. I primi risultati raccolti sono di grande interesse specie per quanto riguarda aerosol e ozono. "Per quanto concerne la concentrazione del particolato atmosferico (aerosol), le condizioni di fondo dell´atmosfera himalayana possono essere considerate `normali´ per parte dell´anno" spiega Paolo Bonasoni. "Purtroppo però, nella stagione pre-monsonica che dà luogo alla cosiddetta Asian Brown Cloud, i valori risultano estremamente elevati: le concentrazioni di PM1, rilevate sul minuto, hanno raggiunto un valore massimo di 80 µ microgrammi/metrocubo rispetto a un valore medio già elevato di 5.4 µg/m3, mentre il Black Carbon ha registrato un massimo di 5 µg/m3 durante episodi acuti d´inquinamento, rispetto a un valore medio di circa 0.4 µg/m3. Durante il periodo monsonico per il PM1 il massimo è stato di circa 10 µg/m3 (la media di 0.3 µg/m3), mentre il BC ha mostrato valori inferiori a 0.05 µg/m3". "Sebbene le concentrazioni di PM10 abbiano mostrato una certa variabilità giornaliera dovuta all´influenza della circolazione locale, si sono registrati episodi di trasporto di inquinanti e sabbia di origine desertica che hanno fatto rilevare rispettivamente concentrazioni di circa 15.7 µg/m3 e 14 µg/m3", aggiunge Sandro Fuzzi, rappresentante EV-K2-CNR in seno ad ABC. "Le analisi chimiche sui campioni himalayani, eseguite presso l´Isac di Bologna hanno mostrato un contributo di materiale carbonioso (dovuto a processi di `biomass burning´, cioè legato all'uso di bruciare sterco di bovino e prodotti del sottobosco), e la presenza, più limitata, di sali inorganici "water-soluble" (solfati, nitrati) oltre, ovviamente, alla polvere minerale." "Questo avviene sia quando è il vento a trasportare da lontano aria inquinata o particolato dai deserti asiatici o del Sahara, sia quando una massa d'aria percorre la valle del Khumbu 'raccogliendo' le emissioni dei piccoli villaggi e inquinanti dal basso Nepal, dall'India e dal Pakistan: elevate concentrazioni di "black carbon', particelle fini ed ultrafini e di ozono caratterizzano infatti queste masse d'aria, facendo ipotizzare che la Valle agisca da 'camino', trasportandole fino ai ghiacciai dell'Everest", ... continua su http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/66_APR_2007.HTM La scheda Chi: Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima (Isac) del Cnr di Bologna Che cosa: studio dell’atmosfera e dei cambiamenti climatici presso la stazione ABC-Pyramid di Ev-K2-Cnr Per informazioni: Paolo Bonasoni,
Isac-Cnr, Bologna, tel. 051/6399590, e-mail: P.Bonasoni@isac.cnr.it; Sandro
Fuzzi, Isac-Cnr, Bologna, tel. 051/6399559, e-mail: S.Fuzzi@isac.cnr.it, Agostino Da Polenza,
Comitato Ev-K2-CNR, tel. 035/3230561-2, e-mail:
pyramidstaff@gmail.com
Un ambiente
ricco di stimoli fa bene al cervello, e
all’ambliopia Uno studio, condotto da ricercatori della
Scuola Normale Superiore di Pisa e dell’Istituto di neuroscienze del Cnr e pubblicato su Nature Neuroscience,
dimostra che è possibile influire sul cervello adulto in modo da ripristinare il
suo stato di plasticità giovanile, con una strategia di
arricchimento ambientale L’ambiente influisce sul nostro
cervello. Può regolare e cambiare il comportamento, riuscendo a curare anche una
patologia della visione molto diffusa, l’ambliopia. Lo ha dimostrato un gruppo
di ricercatori della Scuola Normale Superiore di Pisa e dell’Istituto di Neuroscienze (In) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di
Pisa, guidato dal Professor Lamberto Maffei, in uno
studio pubblicato sulla prestigiosa rivista
internazionale di neuroscienze, ‘Nature Neuroscience.’ Si sa che una vita ricca di
stimoli fisici, intellettuali, sociali e affettivi ha numerosi effetti benefici
sull’organismo, migliorando le capacità cognitive nei compiti di apprendimento e memoria e giungendo persino a rallentare,
in modo anche notevole, i processi di invecchiamento, compresi i sintomi del
morbo di Alzheimer. “Questi stessi effetti esercitati
dall’ambiente possono essere studiati in modelli animali, per esempio nei
roditori da laboratorio (topi e ratti) che, rispetto all’uomo, consentono di
investigare anche i meccanismi cellulari e molecolari che guidano i fenomeni di
plasticità neurale in risposta agli stimoli
ambientali”, spiega il professor Maffei, direttore del
Laboratorio di Neurobiologia della Scuola Normale e
dell’In-Cnr. “Un paradigma sperimentale in questo
campo di studi è l’arricchimento ambientale, che viene usato per mimare negli
animali in cattività una vita ricca di stimoli vari”.
Tale condizione prevede infatti di tenere gli animali in gruppi sociali
numerosi, all’interno di grandi ambienti ricchi di tane, tunnel, scale, ruote di
movimento che permettono, rispetto all’immagine classica del topo in gabbia, una
forte stimolazione dell’attività motoria spontanea, della curiosità e del gioco.
Usando questa
strategia i ricercatori hanno dimostrato che è possibile influire sul cervello
adulto in modo da ripristinare il suo stato di plasticità giovanile.
L’esperimento si è svolto a livello del sistema
visivo con l’obiettivo di restituire una visione normale a ratti adulti
ambliopi. L’ambliopia è una malattia
molto diffusa nell’uomo, causata da uno sbilanciamento in età giovanile
dell’attività dei due occhi, indotto per esempio da opacizzazioni della cornea,
strabismo, cataratta congenita. La patologia determina una forte riduzione delle
capacità visive ed è incurabile in età adulta, sia nell’animale sia nell’uomo.
Gli esperimenti condotti dagli studiosi (oltre a Maffei, Alessandro Sale, Fernando Maya Vetencourt, Paolo Medini, Maria Cristina Cenni, Laura Baroncelli e Roberto De Pasquale) hanno dimostrato che curare l’ambliopia è invece possibile.... continua su http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/65_APR_2007.HTM Roma, 30 aprile 2007 La scheda Chi: Istituto di Neuroscienze (In)del Cnr e Scuola Normale Superiore di Pisa Che cosa: ricerca pubblicata sulla rivista internazionale Nature Neuroscience sulla possibilità di influire sul cervello adulto in modo da ripristinare il suo stato di plasticità giovanile usando una strategia di arricchimento ambientale Per informazioni: prof. Lamberto Maffei, direttore dell’In-Cnr, Pisa, tel. 050/3153179-3153207; dott. Alessandro Sale, Laboratorio di Neurobiologia, Scuola Normale Superiore di Pisa, tel. 050/3153190.
Dal Tetto del Mondo un doppio allarme per il riscaldamento
globale Nepal, Parco
dell’Everest: i dati provenienti dalle stazioni di rilevamento del Comitato
Ev-K2-Cnr ed elaborati
dall’Irsa-Cnr, di prossima pubblicazione, attestano che la superficie dei
ghiacci si è ridotta, determinando un aumento dei laghi, e che la temperatura in
alta quota è aumentata tre volte di più che in bassa
“Il Parco Nazionale dell’Everest (Sagarmatha
National Park, Snp), circondato dalla catena himalayana, costituisce un
esclusivo punto di osservazione per lo studio dei cambiamenti climatici e per
conoscerne gli effetti sul nostro pianeta”, spiega il presidente del Comitato
Ev-K2-Cnr, Agostino Da Polenza. E proprio mentre la spedizione scientifica
italiana, guidata da Da Polenza, è appena arrivata alla Piramide sull’Everest
(realizzata e gestita dal Comitato a 5.050 metri di quota), giungono dal Tetto del Mondo alcuni dati di grande
interesse e preoccupazione, che evidenziano l’arretramento dei ghiacciai e
l’innalzamento delle temperature in alta quota. “I risultati sui cambiamenti
intervenuti sui laghi e sulle masse glaciali del Parco evidenziano che la diminuzione della
copertura glaciale del Snp tra la metà del ‘900 ed il 1992 è pari al 4,6%,
accompagnata da una diminuzione della loro pendenza, da 27% a 23%”, spiega
Franco Salerno, ricercatore dell’Istituto di ricerca sulle acque (Irsa) del Cnr
di Brugherio (Mi). “Confrontando la variazione della superficie e le dimensioni
dei ghiacciai, risulta che le maggiori perdite sono avvenute per quelli di
piccole dimensioni, a quote più basse e a latitudini inferiori”. Lo
studio sui laghi e sulle masse glaciali del Parco si basa sul confronto
cartografico tra la mappa ufficiale nepalese del 1992, la cartografia degli anni
‘30 e il Catasto dei laghi realizzato dall’Irsa-Cnr e da Ev-K2-Cnr nel 1994, che
ha permesso di realizzare un nuovo archivio (Lis: Limnological Information
System) in formato di Geo-database, con i principali dati morfometrici dei corpi
idrici del Parco in due periodi storici diversi: il decennio a cavallo del 1950
ed il secondo all’inizio degli anni ’90. Ma dati preoccupanti giungono anche dalla
elaborazione dell’Irsa-Cnr sulla base dei rilevamenti effettuati dalle stazioni
che Ev-K2-Cnr ha posizionato lungo la nepalese Valle del Khumbu, presso le
località di Lukla (2850 m. slm), Namche Bazar (3400), Pherice (4200) e presso la
Piramide Ev-K2-Cnr. “Non vi è
dubbio che il regresso dei ghiacciai sia connesso con l’aumento della
temperatura globale del Pianeta”, sostiene Gianni Tartari dell’Irsa-Cnr e
presidente del Consiglio scientifico di Ev-K2-Cnr. “La serie di misure effettuate dal
Comitato a partire dal 1994, in particolare nei pressi del
Laboratorio-Osservatorio Piramide, confermano un incremento medio di temperatura
intorno a un grado per decade. Un valore che diminuisce scendendo di quota,
probabilmente a causa della presenza di aerosol in atmosfera che fungono da
schermo alla radiazione solare. Si conferma perciò la tendenza rilevata già alla
fine degli anni ’90 con le registrazioni condotte in 49 stazioni climatiche
distribuite in tutto il Nepal da differenti gruppi di ricerca, e che mostravano
un incremento medio di 0.06 ºC/anno tra il 1977 e il 1994”.
L’incremento osservato ha trovato riscontri
anche nelle anomalie di temperatura registrate dai ricercatori cinesi
sull’altopiano tibetano, cioè sul versante Nord della catena himalayana, dove si
misurano variazioni fino a due gradi per decade, mentre attualmente a bassa
quota si evidenzia un aumento medio di 0,6 gradi per decade. “Il più rapido
incremento di temperatura alle quote elevate può avere un molteplice effetto
sulla dinamica dei ghiacciai”, afferma Tartari, “con la rapida fusione del
ghiaccio e l’apporto delle precipitazioni in forma liquida anziché solida”.
Il confronto tra le cartografie
evidenzia infine un aumento di oltre il 70% del numero dei laghi (da 50 a 86)
che corrisponde ad una crescita della superficie totale del 49,7%. I laghi di
nuova comparsa sono più abbondanti nella fascia tra i 5100 e 5400
m. “Questi dati confermano come il nostro impegno nel
monitoraggio climatico e ambientale di quest’area sia nodale”, conclude Da
Polenza. “L’Asia è, date anche le sue condizioni e le sue tendenze dal punto di
vista demografico, socio-economico e industriale, un continente cruciale per le
sorti del pianeta”. Piramide Everest K2- Roma, 28
aprile 2007 Sono disponibili foto ad alta risoluzione ai
seguenti link http://www.montagna.org/montagnaftp/videopyr/tartari/DSC07048.JPG La scheda Chi: Istituto di ricerca sulle acque
(Irsa) del Cnr di Brugherio (Mi),
Ev-K2-CNR Che cosa: studi ambientali nel parco
nazionale dell'Everest, Sagarmatha national park Per informazioni: Gianni Tartari,
Irsa-Cnr, Brugherio, tel 039/21694215, cell. 338/8670725, e-mail
tartari@irsa.cnr.it, Franco Salerno, Irsa-Cnr, Brugherio, tel. 039/21694221, e-mail:
salerno@irsa.cnr.it, Agostino Da Polenza, Comitato Ev-K2-CNR,
tel. 035/3230561-2, e-mail: pyramidstaff@gmail.com
Eureka, Pistella: la ricerca ponte di
collaborazione e di pace Apertura ai Paesi del Mediterraneo. Ma
soprattutto alla Palestina. E un bilancio positivo in termini di progetti: sono
164 quelli lanciati fino ad oggi
sotto la presidenza italiana “La ricerca
europea si impegna in progetti di collaborazione scientifica e tecnologica di
grande rilievo e l’Italia fa bene la sua parte”. Così il presidente del CNR,
Fabio Pistella, che dal giugno 2006 e fino a giugno 2007 assicura la presidenza
di Eureka - la più grande iniziativa paneuropea
di cooperazione su tematiche ad alta tecnologia rilevanti per lo sviluppo
sostenibile. Nel corso del terzo meeting annuale degli “alti rappresentanti” dei Governi dei circa 40 paesi membri, svoltosi a Venezia (i primi due si erano tenuti a Cernobbio e Catania con cadenza trimestrale), sono stati lanciati 35 nuovi progetti, di cui 6 con la partecipazione dell’Italia. Salgono così a 164 i nuovi progetti promossi sotto la presidenza italiana, e a 35 quelli che vedono il coinvolgimento del nostro Paese. Al bilancio positivo in termini di attività progettuali si affianca un risultato di valenza più generale raggiunto sotto la presidenza italiana: concreta apertura ai paesi dell’area mediterranea e loro crescente coinvolgimento. Va in questa direzione l’annuncio da parte del Presidente Pistella, non solo di importanti nuovi progetti che registreranno la presenza dei paesi del Medio Oriente, ma anche dell’accettazione della candidatura di Israele, che dell’iniziativa è membro, alla guida di Eureka nel 2010. Da sottolineare il rilievo dato da parte israeliana a questa scelta, che è stata illustrata a Venezia dal Chief Scientist israeliano e consigliere del primo ministro israeliano per la ricerca, Eli Hopper... continua su http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/63_apr_2007.htm Roma, 27 aprile 2007
Uno snack
contro le malattie Somiglieranno alle classiche merendine, al
gusto di fragola, limone o al cacao, ma senza essere ipercalorici o nocivi alla
salute. Al contrario, i nutra-snacks
conterranno quantità controllate di nutraceutici, utili per il nostro benessere.
E’ quanto prevede un
progetto europeo coordinato dall’Istituto di Cristallografia del
Cnr Con un budget di 5 milioni di euro ed il coordinamento scientifico dell’Istituto di Cristallografia (Ic) del Cnr di Montelibretti (Rm), ha preso il via il nuovo progetto dell’Unione Europea “Nutra-Snacks”, con l’intento di studiare ed immettere sul mercato nuovi prodotti alimentari che siano salutari, piacevoli al gusto e caloricamente bilanciati. “La merendina Nutra-Snack”, spiega Maria Teresa Giardi, dell’Ic-Cnr e coordinatrice del progetto, “conterrà livelli controllati e bilanciati di lipidi, carboidrati e proteine e composti nutraceutici di origine vegetale, noti per i loro benefici effetti sulla salute umana, quali carotenoidi, chinoni, flavonoidi, polifenoli e allicine, composti cioè con riconosciuta attività antiossidante, antibatterica, antinfiammatoria, anticancerogena e antilipidemica”. Il progetto, che coinvolge otto istituzioni europee di cui ben quattro italiane (oltre al Cnr, le università di Milano, Pisa e Rimini), prevede una parte di ricerca di base: dalla selezione degli organismi fotosintetici (piante ed alghe), all’individuazione delle condizioni colturali in vitro per la produzione dei metaboliti di interesse fino alla messa a punto di tecniche di estrazione compatibili con l’alimentazione umana. Nella parte di ricerca applicata, verranno sviluppati biosensori e bioreattori necessari per l’analisi e la produzione su larga scala del materiale vegetale da utilizzare come materia prima per realizzare i nutraceutici. Il nuovo snack, pur apportando macro- e micronutrienti utili per il benessere, non somiglierà a nessuno dei cibi funzionali o integratori alimentari attualmente disponibili in commercio. “Nell’aspetto e nell’uso per cui verranno creati, ed anche per il tipo di confezione”, spiega Giuseppina Rea, ricercatrice Ic-Cnr “i Nutra-Snacks saranno molto simili alle merendine ora in commercio, senza presentarne, tuttavia, i difetti oggi riconosciuti da tutti gli studiosi del settore, ossia eccesso di carboidrati e grassi idrogenati e quindi sbilanciamento nutrizionale e ipercaloricità. La nuova barretta alimentare ci aiuterà anche a prevenire alcune patologie e a mantenerci in salute. “Benché non sia semplice correlare nutrizione e salute”, prosegue Rea, “alcune malattie ischemiche del cuore, malattie cerebrovascolari, diabete ed arteriosclerosi sono state proprio associate ad una alimentazione non corretta. .. continua su http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/62_apr_2007.htm Roma, 27 aprile 2007 La scheda Chi: Istituto di Cristallografia (Ic) del Cnr di Montelibretti (Rm) Che cosa: avvio del progetto europeo “Nutra-Snacks” per la produzione di barrette alimentari contenenti nutraceutici Per informazioni: Maria Teresa Giardi,
Ic-Cnr, Montelibretti, tel. 06/90672704, e-mail:giardi@mlib.cnr.it; Giuseppina
Rea, Ic-Cnr, Montelibretti, tel. 06/90672631, e-mail:
giuseppina.rea@ic.cnr.it
Parte il
sequenziamento del genoma del tartufo nero Giovedì 26 verrà lanciato un progetto del
Cnr e dell’Università di Torino per valorizzare,
conservare e favorire le condizioni di produzione del Tuber
melanosporum, al centro del crescente
interesse di ambientalisti, biologi e del mercato Giovedì 26 aprile, alle
ore 11.00, presso l’Aula Magna del Dipartimento di biologia vegetale
dell’Università di Torino (Viale Mattioli 25) verrà lanciato un innovativo
progetto di sequenziamento del genoma del tartufo nero dal titolo “Genome sequencing of the black truffle Tuber
melanosporum” che vede coinvolti ricercatori
dell’Istituto per la protezione delle piante del Consiglio nazionale delle
ricerche di Torino (Ipp-Cnr) e dell'Ateneo torinese, con il supporto di
Compagnia di San Paolo Regione Piemonte. Come si forma questo fungo pregiato? Come valorizzare e proteggere i siti naturali in cui viene prodotto? Studiare i geni dei funghi avrà ricadute positive sullo studio del genoma umano? Il progetto offre un eccellente esempio di indagine innovativa che - partendo dalla ricerca di base di qualità - va incontro a richieste del territorio e al crescente interesse per i genomi dei funghi micorrizici da parte di ecologi, ambientalisti, biologi e genetisti (per l’utilizzo come biofertilizzatori) e del mercato, dove il tartufo rappresenta un vero cult-food. Il progetto di sequenziamento consentirà sicuramente di ottenere strumenti operativi al fine di valorizzare il capitale tartufo, salvaguardarlo, conservarlo e favorirne le condizioni di produzione. “Negli ultimi 15 anni la biologia molecolare ha dato nuovo impulso agli studi sui Tuber, che da un punto di visto biologico sono funghi ipogei, appartengono al gruppo degli ascomiceti e formano una simbiosi micorrizica in cui la pianta ospite fornisce al fungo gli zuccheri sintetizzati ed il fungo rilascia preziosi elementi minerali, tra cui fosforo ed azoto”, spiega la prof.ssa Paola Bonfante dell’(Ipp-Cnr)... continua su http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/61_apr_2007.htm Roma, 24 aprile 2007 La scheda Chi: Istituto per la protezione delle piante, sezione di Torino e Università di Torino, Che cosa: Convegno per presentare il progetto di sequenziamento del tartufo nero Dove: Aula Magna del Dipartimento di biologia vegetale dell’Università di Torino (Viale Mattioli 25) Quando: 26 aprile, ore 11.00 Per informazioni:
Paola Bonfante, Istituto per Eva Ferra, Capo Ufficio stampa
Univ. di Torino 011/ 6702590 E-mail-cell. 3355609115@tim.it
Italia terra di pirati…musicali Sull’ultimo numero del
giornale “Focus.it”, l’Istituto di informatica e telematica del Cnr ha raccolto
i dati su contraffazioni e download abusivo, che ci vede al primo posto in
Europa. Un quarto del mercato in mano alla criminalità per un giro di affari di
60 milioni di euro Sessanta milioni di euro, un quarto abbondante di tutto il mercato discografico italiano. Tanto vale l’industria della pirateria musicale nel nostro paese: un settore saldamente nelle mani della criminalità organizzata che - nonostante la raffica di denunce, sequestri e arresti - regala al Belpaese un poco invidiabile posto nella “top-ten” mondiale delle nazioni più vessate dal business delle copie contraffatte o “scaricate” da Internet. I dati sono stati raccolti ed elaborati dall’Istituto di Informatica e Telematica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa (Iit-Cnr) per l’ultimo numero di “Focus .it - newsletter del Registro del ccTLD .it”. Il periodico, edito dalla struttura che assegna e gestisce i domini Internet a targa .it, è distribuito a tutti gli operatori italiani e stranieri che registrano nomi a dominio con il suffisso del nostro paese. Secondo i dati diffusi dall’Fpm (la Federazione contro la pirateria musicale), nel corso del 2006 le forze dell’ordine hanno sequestrato oltre due milioni fra cd e dvd, arrestando 389 persone e denunciandone 1.104; 25 le centrali di masterizzazione (vere e proprie “fabbriche” di musica pirata) sgominate. “Le stime appaiono in leggera flessione rispetto al 2005 (1.189 denunce e 519 arresti), segno dell’efficacia delle nuove tecniche di investigazione e repressione”, spiega Paolo Gentili, dell’Iit-Cnr. Cresce invece il numero di masterizzatori (da 1.509 a 1.702) e dvd (da 930.973 a 1 milione e 4.948) posti sotto sequestro. “Ma nel bilancio complessivo pesa una rete sempre più capillare di venditori abusivi che – sotto il controllo del crimine organizzato – arriva nel Mezzogiorno a gestire fino al 40 per cento del mercato”. Secondo Fpm, la pirateria in Italia si consuma soprattutto nelle rivendite ambulanti (59%), seguite dai privati (16%), centrali di masterizzazione (14%) e negozi musicali (7%). Nel complesso, la pirateria in Italia rappresenta da sola un quarto dell’intero mercato musicale al quale sottrae risorse per 60 milioni di euro. L’Ifpi (l’organizzazione che rappresenta a livello mondiale l’industria discografica) colloca il nostro paese nella lista delle dieci nazioni più vessate dal fenomeno (al primo posto in Europa occidentale), per quanto lontano dalle punte di Indonesia (dove l’88% del mercato è nelle mani del crimine), Cina (85%), Russia (67%) o Grecia (50%)... continua su http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/60_apr_2007.htm Roma, 23 aprile 2007 La scheda Chi: Istituto di informatica e telematica (Iit) del Cnr di Pisa Che cosa: dati contraffazioni e download abusivo da Internet Per informazioni: Luca Trombella, Istituto di Informatica e Telematica (Iit) del Cnr di Pisa, tel. 050/3153437
Cnr, grido
d’allarme sui tagli Il Presidente Pistella no ad atteggiamenti non costruttivi. Le risorse si possono trovare Il CNR, il più grande Ente di ricerca in Italia, si unisce al grido di allarme lanciato dai Rettori sull’emergenza finanziaria negli atenei. Ma al tempo stesso auspica un modo per attenuare le difficoltà per gli enti di ricerca, attraverso il recupero dei fondi accantonati in base alla legge Finanziaria 2007: un’operazione che garantirebbe una disponibilità aggiuntiva per tutti pari a 220 milioni di euro. “La riduzione progressiva degli ultimi anni della quota di finanziamento proveniente dallo Stato”, ha dichiarato il Presidente del CNR Fabio Pistella, “ha raggiunto un livello non ulteriormente sostenibile. Soltanto grazie alla capacità dell’Ente di reperire consistenti risorse dall’esterno con accordi di partnership sottoscritti con soggetti esterni (Istituzioni, Regioni, operatori industriali, Consorzi Interuniversitari) è stato possibile continuare a sviluppare importanti filoni della ricerca scientifica”. “Fra l’altro, l’andamento di queste disponibilità esterne è in costante crescita. Ma questa integrazione di risorse, che è di per sé virtuosa e dimostra le capacità dell’Ente di relazionarsi con i partner e di competere con successo nell’accesso a meccanismi di finanziamento selettivi – quali i bandi contenuti nel VII Programma Quadro o quelli lanciati dal MUR o da altri Ministeri - diventa inefficace e distorcente quando il contributo ordinario dello Stato scende al di sotto del “livello di sopravvivenza”. “In particolare”, ha continuato
Pistella, “vorrei sottolineare come, riguardo ai fondo di Funzionamento del MUR
, il CNR provenga da ‘una storia di sofferenza’, caratterizzata dalla continua
diminuzione del Contributo ordinario dello Stato: dal 1998 tale contributo è, in
termini nominali, sostanzialmente fermo – si passa dai 528 milioni di euro del
1998 ai circa 548 nel 2005, che divengono 537 nel 2006. Inoltre, confrontando le
dotazioni del 1998 con quelle del continua su http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/59_APR_2007.HTM
DimagrisCO2: consumare meglio per non consumare il
futuro
“Metti a dieta i tuoi
consumi, riduci le emissioni di anidride carbonica”. E’
un concorso per le scuole e una mostra itinerante sui cambiamenti
climatici: un’iniziativa dell’Ibimet-Cnr di Firenze e della Regione Toscana, per
comprendere il cambiamento climatico. Cosa è, come funziona e come sta
trasformando il territorio e le nostre abitudini di consumo?
Se ti dicessi che pesi 8.000 chili? Se calcolassimo il nostro peso in termini di quanta anidride carbonica emettiamo ogni anno, la bilancia segnerebbe ben 8 tonnellate di CO2, quanto due elefanti di media grandezza. E’ arrivato il momento di mettersi a dieta! Questo l’invito del concorso “DimagrisCO2” pensato per le scuole superiori toscane all’interno della Mostra “Cambiamenti Climatici e sostenibilità: il problema e le soluzioni in Toscana”, organizzata dall’Istituto di Biometeorologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dalla Regione Toscana, con la partecipazione di Europe Direct Firenze e il patrocinio della Rappresentanza italiana della Commissione Europea. A partire dal 17 aprile e fino alla fine dell’anno la Mostra divulgativa sui cambiamenti climatici, che si sposterà nelle dieci province toscane per incontrare i ragazzi delle scuole superiori, è un’occasione per gli studenti di incontrare i ricercatori dell’Ibimet-Cnr i quali potranno illustrare ai ragazzi i diversi aspetti del cambiamento del clima sia nei fenomeni globali sia negli aspetti locali connessi al territorio toscano: gli impatti sul mare, sui boschi, sul suolo, sulla salute, la crescita delle emissioni e il rispetto degli obiettivi del protocollo di Kyoto. Per
un’azione di sensibilizzazione più efficace, i ragazzi saranno coinvolti nel
concorso dimagrisCO2: una dieta per ripensare le scelte di consumo e tagliare le
emissioni di anidride carbonica. Ognuno di noi, dice
l’opuscolo del concorso, pesa ben 8 tonnellate in termini di
emissioni annue di anidride carbonica. A farci ingrassare così sono stati
i consumi energetici delle piccole azioni quotidiane. Ogni
volta che andiamo in macchina, in motorino, in autobus emettiamo anidride
carbonica; ma anche in casa facendo la doccia, ascoltando lo stereo, giocando al
computer produciamo CO2 e altri gas ad effetto serra. La proposta è
mettersi in gioco con una dieta taglia
emissioni lunga un mese, cominciando con quattro buone prassi: sostituire le
lampadine a incandescenza con quelle a basso consumo;
spegnere gli stand by degli apparecchi elettronici in
casa; cambiare il modo con cui ci spostiamo per andare a scuola o a lavoro;
differenziare i rifiuti a favore del riciclo. continua su : http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/58_APR_2007.HTM
Il popolo nella storia e nel
diritto: da Roma a Costantinopoli a Mosca
Si terrà a Roma, in Campidoglio, dal 19 al 21
aprile, il XXVII Seminario Internazionale di Studi
Storici: “da Roma alla Terza Roma”
Nei giorni 19-21 aprile in
Campidoglio, in occasione del 2760° anniversario della fondazione di Roma, si
terrà il XXVII Seminario Internazionale di Studi Storici “Da Roma alla Terza
Roma”, sul tema “Il popolo nella storia e nel diritto. Da Roma a Costantinopoli
a Mosca”. I Seminari si svolgono nel quadro delle ricerche
dell’Università di Roma “La Sapienza” e con il contributo del Consiglio
Nazionale delle Ricerche. La Seduta inaugurale si svolgerà nella mattina del 19
aprile, a partire dalle ore 9 nell’Aula Giulio Cesare. Dopo il saluto introduttivo
dell’on. Jean Léonard TOUADI,
Assessore alle Politiche giovanili, ai rapporti con le università e alla
sicurezza del Comune di Roma, pronuncerà un discorso Andrej N. SACHAROV, Direttore dell’Istituto di Storia
Russa dell’Accademia delle Scienze di Russia; seguiranno gli interventi di
Andrea DI PORTO, Direttore del
Dipartimento ‘Identità culturale’ del Cnr e di Romano CIPOLLINI, Presidente della Commissione per la
ricerca scientifica di ateneo dell’Università di Roma ‘La Sapienza’; Robert
TURCAN, dell’Académie des
Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi svolgerà una relazione su: L’Empire
et le Genius populi Romani. In chiusura, in celebrazione solenne del MMD
anniversario del Giuramento della Plebe al Monte Sacro, terrà una relazione
Feliciano SERRAO, Direttore
onorario del Corso di Alta Formazione in Diritto romano dell’Università di Roma
‘La Sapienza’, alla quale seguirà l’intervento di Mario Mazza, Presidente dell’Istituto
Nazionale di Studi Romani. Nel 1983 il Consiglio Comunale di Roma deliberò,
all’unanimità, di istituzionalizzare i Seminari. Dal 1986 vi collabora
ufficialmente l’Accademia delle Scienze dell’URSS (oggi Accademia delle Scienze
di Russia); in alcuni anni successivi i Seminari si sono tenuti ripetutamente
anche a Mosca, con la partecipazione delle autorità comunali moscovite, e nel
1998 e 1999 a Costantinopoli-Istanbul con il patrocinio della Municipalità di
Istanbul. Dal 2000 a Mosca e a Roma sono ufficialmente intervenuti
rappresentanti del Patriarcato di Mosca. Hanno partecipato ai Seminari studiosi
appartenenti a istituti scientifici di Austria, Bulgaria, Croazia, Francia,
Germania, Grecia, Libano, Polonia, Romania, Russia, Serbia, Spagna, Svizzera,
Tunisia, Turchia, Ungheria, Vaticano, oltre che d’Italia. Fine essenziale dei Seminari è lo studio dei principali
momenti della storia nei quali è stato superato, attraverso l’idea di Roma, il
particolarismo etnico e statale dei popoli europei. Sono poste in evidenza le
radici degli strumenti politici, giuridici e religiosi per la lotta contro
razzismi e nazionalismi, sottolineando quanto chiaramente affermato, già nel
secolo scorso, anche da giuristi tedeschi: “La missione di Roma sta nel
superamento del principio di nazionalità attraverso l’idea dell’universalità”
(R. von Jhering)... continua su: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/57_APR_2007.HTM
Roma, 18 aprile 2007 Per
informazioni: prof. Pierangelo
Catalano, Unità di ricerca ‘Giorgio
Durante la
mostra-convegno sulla salute, il 18 aprile a Roma, il Cnr presenterà a
operatori, pubblico e media il suo idrogelo anti-obesità e una nuova diagnostica
per gli scompensi lipidici Il ‘gel antifame’ del Consiglio Nazionale delle Ricerche sarà presentato al Sanit: l’appuntamento è dalle 12.15 alle 13.30 del 18 aprile, nello stand n. 18 del Cnr (Padiglione 8, Nuova Fiera di Roma – Fiumicino, ingresso libero). I ricercatori dell’Istituto per i materiali compositi e biomedici del Cnr di Napoli (che hanno fondato una società di spin-off, la Academica Life Science) mostreranno in diretta come l’idrogelo assorba liquidi fino a mille volte il suo peso iniziale. Tra un anno, una volta conclusa la sperimentazione in corso, ci sarà il lancio sul mercato in forma di capsule da ingerire prima dei pasti con due bicchieri d’acqua per generare un senso di sazietà. Altro spin-off del Cnr, ‘Lipinutragen’, partecipante al Convegno e presente alla Mostra (pad 8, stand 33), ha messo a punto il ‘fat profile: una metodica basata sull’approccio della lipidomica, la nuova disciplina che ha l’obiettivo di effettuare una mappatura completa dei grassi presenti nell’organismo. “E’ un sistema diagnostico che permette di avere molte più informazioni sui grassi, considerando in particolare quelli che formano le membrane eritrocitarie (ovvero i globuli rossi). Con un semplice prelievo di sangue si ottengono informazioni personalizzate su come la dieta, le abitudini di vita e lo stato di salute del soggetto influenzino la membrana cellulare, con la possibilità di evidenziare eventuali scompensi lipidici prima ancora che questi si trasformino in patologie”, spiega Chryssostomos Chatgilialoglu, ricercatore dell’Istituto per la sintesi organica e la fotoreattività (Isof) del Cnr. “Questa nuova tecnica, oltre a consentire un’efficace prevenzione dei disturbi legati a dislipidemie (alterazioni del metabolismo dei grassi), malattie infiammatorie, cerebrali degenerative, cardiovascolari e dermatologiche, permette anche di individuare ‘lipidi insoliti’, detti lipidi trans, tossici per la cellula e che derivano dallo stress dei radicali liberi”, aggiunge Carla Ferreri del gruppo BioFreeRadicals dell’Isof-Cnr. “Il medico potrà così mirare alle reali necessità del suo paziente, con terapie per il ripristino del bilancio lipidico ed il controllo dello stress radicalico. Il ‘fat profile’ può senz’altro diventare l’elemento indispensabile per la personalizzazione di una terapia ‘nutraceutica’, ovvero basata su elementi nutrizionali che possono divenire curativi come farmaci. A tutt’oggi gli integratori vitaminici ed alimentari vengono consumati senza conoscerne il bisogno individuale”. Sarà presente al Sanit anche Li-tech, storico spin-off del Cnr guidato da Alessandro Soluri dell’Istituto di ingegneria biomedica (Isib) del Cnr, che presenterà una novità nel settore della ricerca radofarmaceutica: “Si tratta di ‘Satis’, Small animal tomographic imaging system, un innovativo sistema scintigrafico prodotto insieme a Sintesi Spca di Bari, altra società a partecipazione Cnr. Una mini gamma camera in grado di compiere una tomografia scintigrafica, mettendo in evidenza dettagli di patologie su piccoli animali e capace di studiare la biodistribuzione di farmaci innovativi, sia in diagnosi sia in terapia, da estendere in seguito all’uomo”, spiega Soluri, già autore della prima gamma camera completamente portatile e funzionante con batterie ricaricabili. La presentazione avverrà durante il Convegno, organizzato dal Cnr, su “Il ruolo del Cnr nell’innovazione tecnologica”, sempre il 18 aprile alle ore 9,00. Nell’ambito del Sanit, importante vetrina delle manifestazioni sulla salute che permette il confronto sugli ultimi ritrovati tra ricerca, industrie e strutture ospedaliere, gli scienziati del Cnr illustreranno il trasferimento al settore produttivo del lavoro svolto nei laboratori mediante la realizzazione di strumenti e farmaci innovativi, al fine di migliorare il modo di fare prevenzione e assicurare un maggior benessere dei cittadini. Saranno affrontate tematiche relative a trapianti d’organo, patologie del sistema nervoso, cartelle cliniche multimediali, malattie cardiologiche e oncologiche, alimentazione. Roma, 16 aprile 2007 La
scheda Che cosa: Convegno “Il ruolo del Cnr nell’innovazione tecnologica”, ore 9.00-14.30; presentazione dei risultati della ricerca Cnr in medicina: ‘gel antifame’, Satis; ‘fat profile’ nell’ambito del Sanit, IV Mostra-convegno internazionale di tecnologie, mezzi e servizi per la salute Chi: spin off del Cnr: Academica Life Science, Lipinutragen, Li-tech e Sintesi Dove: Nuova Fiera di Roma, Fiumicino (ingresso libero) – Padiglione 8 –convegno: aula 6; le strumentazioni saranno esposte negli stand del Cnr n. 18 e 33; Quando: 18-21 aprile 2007; convegno 18 aprile ore 9.00 – 14.30; dimostrazioni 18 aprile ore 14.30 Per informazioni: Alessandro Soluri, ricercatore Isib-Cnr e presidente Li-tech, tel. 06/90672923;– Chryssostomos Chatgilialoglu, ricercatore Isof-Cnr e presidente Lipinutragen, tel 051/6398309; e-mail: chrys@isof.cnr.it http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/56_APR_2007.HTM
Il Cnr per l’ambiente in Calabria Le ultime
novità e i risultati delle ricerche in un convegno a Cosenza, nell’ambito della
Fiera Verde Sud il 14 aprile alle ore 10.00
La ricerca
ambientale in Calabria nel contesto europeo e
mediterraneo è il titolo del convegno
che si tiene domani, 14 Aprile, a
Cosenza, (Cupole Geodetiche – ore 10,00)
nell’ambito della Fiera Verde Sud. Ad
organizzarlo la Sezione di Rende dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico
(Iia) del Cnr in
collaborazione con gli altri due istituti dell’Ente, Istituto per i sistemi
agricoli e forestali del Mediterraneo (Isafom) e
Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi). Lo scopo è quello di
divulgare i risultati dell'attività di ricerca degli istituti del Cnr presenti in Calabria
e rafforzare il rapporto con gli Enti pubblici e privati della Regione.
“La consapevolezza di salvaguardare l'ambiente per le
generazioni future e la necessità di affrontare i problemi ambientali, insieme
all'esigenza di pianificare un più equo sviluppo sociale ed economico sono state
le caratteristiche dei tre istituti del Cnr che in Calabria
operano su tematiche ambientali e osservazione della terra”, afferma
Nicola Pirrone, responsabile della sezione di Rende
dell’Iia-Cnr. Il convegno rappresenta anche
l’occasione per avviare una collaborazione futura con gli Enti pubblici e
privati cha a vario titolo sono impegnati nell’implementazione della normativa
ambientale nazionale ed europea. Il Cnr è anche
presente con un proprio spazio espositivo. Lo stand ospita alcune apparecchiature messe a punto dalla
sezione di Rende dell’Iia.
Si tratta di un laboratorio mobile per lo studio della
qualità dell’aria dotato di strumentazione molto avanzata per la
caratterizzazione della composizione chimica dell’atmosfera. Una strumentazione
simile è impiegata presso le due stazioni remote
dell’istituto Iia-Cnr, una situata ad alta quota, nel
Parco nazionale della Calabria, e l’altra a livello del mare sulla costa del mar
Tirreno, entrambe le stazioni fanno parte di importanti progetti e programmi
europei e internazionali. Presso lo stand sono disponibili per il pubblico altre
apparecchiature sviluppate dall’Iia-Cnr impiegate correntemente a livello europeo per il
campionamento e la speciazione chimica del mercurio in
atmosfera e apparecchiature per il monitoraggio delle concentrazioni dei
maggiori inquinanti organici e inorganici.
Una serie di poster, brochure e pubblicazioni completano la panoramica
sulle attività di ricerca dell’Iia-Cnr. Il Centro di cinematografia dell’Irpi-Cnr è presente con una serie di video realizzati negli
ultimi anni su varie tematiche ambientali e con materiale bibliografico sulle tematiche
inerenti alla protezione idrogeologica e la difesa del suolo. L’Isafom mette a
disposizione una biblioteca di consultazione on-line
delle maggiori riviste scientifiche del settore e poster illustrativi della
propria attività. Roma, 13 aprile 2007 comunicato tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/55_APR_2007.HTM
Discariche
illegali, minaccia per la salute Uno studio fatto in Campania, presentato
oggi a Napoli, conferma che lo smaltimento abusivo dei rifiuti rappresenta un
fattore di rischio rilevante per la salute: +9-12% di mortalità, +84% di
malformazioni Lo smaltimento illegale dei rifiuti rappresenta un fattore di rischio rilevante per la salute dei cittadini. È quanto conferma lo studio sanitario effettuato in Campania commissionato dal Dipartimento della Protezione Civile all’Organizzazione Mondiale della Sanità, a cui hanno partecipato Consiglio nazionale delle ricerche, Istituto Superiore di Sanità, Arpa Campania, Osservatorio Epidemiologico Regionale e Registro campano delle Malformazioni Congenite. Già nel 2005, dalla prima fase di questo studio, erano emerse per le province di Napoli e Caserta, maggiormente interessate dal fenomeno dello smaltimento abusivo dei rifiuti, criticità sanitarie significative. L’approfondimento presentato oggi a Napoli, alla Fiera di Oltremare, ha confermato la correlazione statistica tra la presenza di siti di abbandono incontrollato e effetti negativi sulla salute nei 196 comuni delle due province, per molte patologie. Un trend di rischio che cresce progressivamente nei comuni in cui il fenomeno della “gestione” illegale è particolarmente grave, sia per numero di siti sia per la pericolosità dei materiali abbandonati. In particolare, negli otto comuni a maggiore esposizione allo smaltimento abusivo (Acerra, Bacoli, Caivano, Giugliano, Aversa, Castelvolturno, Marcianise e Villa Literno – categoria V) si rileva un’impennata dei tassi di mortalità generale del 12 per cento tra le donne e del 9 per cento tra gli uomini rispetto a centri delle medesime province in cui l’incidenza del fenomeno è minore. Lo stesso gruppo di otto comuni presenta inoltre un aumento del rischio di malformazioni congenite dell’apparato uro-genitale e del sistema nervoso che supera l’80 per cento. “Per stimare l’esposizione umana a inquinamento da rifiuti è stato costruito un indice di pressione ambientale, specifico per ogni sito di smaltimento, utilizzando la cartografia computerizzata (sistema GIS) del Dipartimento della Protezione Civile, che ha permesso di integrare tutte le informazioni sull’inquinamento ambientale disponibili, di fonte nazionale (APAT) e regionale (ARPA-Campania)”, spiega Fabrizio Bianchi, ricercatore della sezione di epidemiologia dell’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Cnr. “I 196 comuni delle province di Napoli e Caserta sono stati ripartiti secondo 5 categorie di rischio e per ogni sito, legale ed illegale, è stato considerato un cerchio di 1 km di raggio come area di maggiore impatto, stimando la popolazione residente all’interno”. “Per la mortalità generale è stato osservato un eccesso del 9% negli uomini e del 12% nelle donne nei comuni a maggior rischio ambientale da rifiuti rispetto a quelli a rischio più basso (categoria !)”, aggiunge Bianchi, “e la mortalità per tumori è anch’essa risultata crescere in funzione del rischio ambientale. Tra le varie cause analizzate è emersa con particolare rilievo la mortalità per tumore del fegato e dei dotti biliari (+ 19% negli uomini e + 29% nelle donne). Anche le malformazioni congenite, di cui il gruppo di epidemiologia dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr ha curato lo studio, sono risultate in eccesso nelle aree a maggior rischio. “Per quelle del sistema nervoso
il rischio cresce mediamente dell’8% da una categoria a minor pressione
ambientale alla successiva a pressione più elevata, l’eccesso nei comuni della
categoria a più elevato rischio è risultato dell’84%. Per le malformazioni
congenite dell’apparato urogenitale si registra un trend significativo del 14%
al crescere dell’indicatore ambientale, osservando rischio elevato nei comuni
del quinto dell’83%, rispetto al gruppo di riferimento (categoria I). Va
notato però”, conclude Bianchi, “che ,
anche se la situazione è preoccupante e vanno adottate urgenti misure di
riduzione del rischio, per molte cause sia di mortalità sia di malformazioni,
non sono stati rilevati eccessi” Roma, 12 aprile 2007
Per informazioni: Fabrizio Bianchi, Sezione Epidemiologia - Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa, e-mail: fabriepi@ifc.cnr.it comunicato tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/54_APR_2007.HTM
Italia e
Giappone a confronto sulla conservazione dei Beni Culturali Dal Teatro Romano di Aosta alle antiche Torri costiere della Sardegna: sono
numerosi i casi di conservazione e valorizzazione di monumenti illustrati nel
seminario “Tecnologie dell’informazione e della comunicazione culturale”,
organizzato dal Dipartimento patrimonio culturale del Cnr a Tokyo, il 16 e il 17 aprile Il Teatro Romano di Aosta non ha più segreti per gli studiosi e i
conservatori. Ogni piccolo fregio, blocco di pietra ed elemento della sua
struttura architettonica è stato mappato da Siinda, sistema
integrato per il supporto alla diagnosi dello ‘stato di salute’ di un manufatto, nato da un
consorzio ad hoc composto, tra gli
altri, da ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche afferenti
all’Istituto per le applicazioni del calcolo (Iac),
Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali (Itabc), Istituto
di elettronica e di ingegneria dell'informazione e delle telecomunicazioni
(Ieiit), in collaborazione con
Siinda, che acquisisce e integra tutte le
informazioni possibili sul manufatto, è un valido alleato della Soprintendenza
locale per la manutenzione del monumento, risalente all’inizio del I secolo d.C. Il sistema è uno dei risultati
che saranno presentati nel seminario: “Tecnologie dell’informazione e della comunicazione
culturale”, previsto a Tokyo, il 16 e il 17 aprile, nell’ambito della grande rassegna ‘Primavera italiana in Giappone’, sostenuta dal Ministero degli affari esteri
(Mae). Il seminario - promosso dal Ministero affari esteri (Mae) e organizzato
dal Dipartimento patrimonio culturale del Cnr, in
collaborazione con il Media integration and communication center (Micc)
dell’Università di Firenze, la Fondazione Italia Giappone, l’Enea, la Rai,
l’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze e la Regione Toscana -
vedrà la partecipazione di rappresentanti di
istituzioni pubbliche e private italiane e giapponesi per un confronto e
uno scambio di conoscenze sulla conservazione e valorizzazione del patrimonio
culturale. L’applicazione delle tecnologie
e metodologie made in Italy
riguarderà non solo monumenti italiani noti in tutto il
mondo, ma anche manufatti custoditi in centri esclusi dai grandi circuiti di massa che
rappresentano elementi distintivi di identità e autenticità della cultura del
nostro Paese. Ad Aosta, gli ‘architetti informatici’, hanno riprodotto il Teatro in 3D e hanno reso interrogabile ogni piccolo tassello della
struttura virtuale. “Al modello
3D”, spiega Laura Moltedo dell’Iac-Cnr, “vengono associate le
diverse tipologie di informazioni riferite sia al manufatto stesso, come
immagini, dati colorimetrici e chimici ottenuti da
campionamenti del materiale, sia alle condizioni dell’ambiente circostante,
quali temperatura, umidità, direzione e velocità del vento. Attraverso dati
colorimetrici, ad esempio, è possibile elaborare
immagini che perimetrano le manifestazioni di degrado la cui tipologia viene definita grazie a una sorta di
vocabolario fornito dall’esperto al sistema stesso”.
“In questo modo”, continua Paolo Salonia dell’Itabc-Cnr, “si
ottengono mappature complete di tutte le patologie
presenti sul Teatro e la diretta loro associazione ai diversi fenomeni. Il
sistema semplice e affidabile, è attualmente
sperimentato anche sull’Arco di Augusto, sempre ad Aosta”. In Sardegna, invece, una ‘iniezione’ di information technology
‘rivitalizzerà’ le antiche torri costiere, grazie al progetto
“Torri multimediali”, messo a punto
dall’Istituto di storia dell’Europa mediterranea (Isem) del Cnr, in collaborazione
con il regista Francesco Casu e l’architetto Olindo
Merone di Antalya onlus. La rete di
avvistamento costiero sardo, nata in funzione delle politiche di difesa
degli Stati mediterranei dal XV al XIX secolo, si trasformerà in un moderno
sistema di presidi di informazione telematica, una sorta di network per la
conoscenza del territorio. “Allestite in
chiave multimediale e collegate alla rete Internet”, spiega Giovanni
Serreli dell’Isem- Cnr, “le torri
saranno ‘videosurround interattivi’, ossia punti d’osservazione digitale che
permetteranno di compiere un viaggio immersivo alla
scoperta dei luoghi e della storia
dell’isola. Il visitatore potrà
conoscere non solo il monumento, ma tutto il sistema difensivo composto da torri e città fortificate dell’antico regno di Sardegna
e di tutti gli stati che appartennero
alla Corona di Spagna, dall’area tirrenica alla Turchia e al Maghreb”. Il progetto ha
già raccolto l’adesione degli Enti Locali costieri, in particolare della
Provincia di Cagliari. “Il seminario”, spiega Maria Mautone, Direttore del
Dipartimento patrimonio culturale del Cnr, “vuole
proporre una molteplicità di approcci attraverso i
quali, in forma integrata, devono essere affrontati lo studio e la salvaguardia
dei Beni Culturali. I contributi sono, quindi, presentati secondo la filiera che
raccorda conoscenza, diagnosi, conservazione, valorizzazione, gestione, fruizione e formazione. L’auspicio è che da questo incontro
possano scaturire numerose occasioni di confronto e di
scambio tra le culture dei due Paesi in una prospettiva progettuale e
operativa”. Sono disponibili immagini Roma, 12 aprile 2007 La scheda Chi: Dipartimento patrimonio culturale del Cnr, in collaborazione con Ministero degli affari esteri, Media integration and communication center (Micc) dell’Università di Firenze, Fondazione Italia Giappone, Enea, Rai, Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze e Regione Toscana Che cosa: seminario “Tecnologie dell’informazione e della comunicazione culturale” Dove: Istituto Italiano di Cultura, Tokyo Quando: 16-17
aprile, ore 9.00 Per informazioni: Laura Moltedo, Istituto per le Applicazioni del Calcolo (Iac) del Cnr, Roma, tel. 06/88470210, 339/4072375, l.moltedo@iac.cnr.it ;
Paolo Salonia, Istituto per le tecnologie applicate ai
beni culturali (Itabc) del Cnr, Montelibretti (Rm), tel. 06/90672384, cell.
338/7202393, e mail: paolo.salonia@itabc.cnr.it;
Giovanni
Serreli, Istituto
di storia dell’Europa mediterranea,(Isem) del Cnr, Cagliari, tel.070/403635/403670, cell.
349/4286467 e mail: serreli@isem.cnr.it comunicato tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/53_APR_2007.HTM
La Biga da Monteleone di Spoleto messa a nuovo
Dal 20 aprile presso il
Metropolitan Museum di New York sarà possibile ammirare
la Biga da Monteleone di Spoleto completamente
restaurata. E’ il risultato del lavoro di un team di restauratori del museo con
la partecipazione di Adriana Emiliozzi dell’Iscima – Cnr. Il principesco carro da
parata proveniente da Monteleone di Spoleto, risalente
al VI secolo a C. e conservato nella sezione etrusca delle nuove Greek and Roman Galleries del Metropolitan Museum of Art di New York, torna a ‘risplendere’ nella sua originaria struttura, grazie al
lavoro dei restauratori del museo e di Adriana Emiliozzi ricercatrice dell’Istituto di studi sulle civiltà
italiche e del Mediterraneo antico (Iscima) del
Consiglio nazionale delle ricerche. La biga di Monteleone (vedi foto allegata) è rivestita da lamine sapientemente sbalzate e finemente incise, già incrostate di avorio, che narrano episodi della vita dell’eroe omerico Achille. Il suo ritrovamento, come spesso accade, si deve alla casualità: “La tomba infatti fu scoperta l’8 febbraio 1902 da un contadino, in località Colle del Capitano, dove si estende un sepolcreto che va dalla fine dell’Età del Bronzo al VI sec. a.C.” spiega la Emiliozzi. “Oltre al carro, nella grande fossa già ricoperta da un tumulo monumentale era deposto un ricco corredo di vasellame bronzeo che lascia identificare il defunto come ‘capo’ della comunità di uno dei vari siti di transito attraverso l’Appennino, nell’alta Sabina”. La ‘fuga’ del carro all’estero, in seguito al suo ritrovamento, fu favorita dal crollo del campanile di San Marco a Venezia (14 luglio 1902) che distolse l’attenzione dei funzionari ministeriali sulla compravendita del manufatto e per questa inestimabile ‘perdita’ lo stesso capo del governo, Giovanni Giolitti, per l’inadeguatezza delle strutture dello Stato nell’impedire il saccheggio delle opere d’arte italiane. Quando le parti bronzee del carro giunsero a New York furono sottoposte a restauro e a rapida ricomposizione su una compatta struttura lignea che somigliava più a un trono su ruote che a un cocchio, poiché nel 1903 non vi erano punti di riferimento certi per la tipologia del veicolo. Gli errori di riassemblaggio determinarono però una serie di equivoci nello studio del manufatto che si protrassero per circa novant’anni, in particolare, l’errata collocazione di alcuni elementi decorativi aveva indotto gli studiosi a credere che l’artista, autore del manufatto, avesse una cultura ‘provinciale’ avendo rappresentato in maniera incongruente rispetto a modelli greci una scena animalistica proprio sul parapetto del carro. La dott.ssa Emiliozzi, studiando per la prima volta il carro nel 1989 pubblicò le correzioni da apportare, auspicando un nuovo restauro. “Ci sono voluti cinque anni di lavoro per ‘rimettere a nuovo’ il carro attraverso numerosi passaggi: dallo smontaggio del vecchio restauro nel 2002, ad accurate campagne di radiografie, analisi di laboratorio, esami al microscopio, trattamenti conservativi, rifacimento corretto della struttura lignea di supporto, montaggio delle lamine bronzee e completa campagna fotografica di tutte le fasi di lavoro, oltre che del prodotto finale ottenuto nel 2006” spiega l’archeologa. “La diversa ricomposizione di alcune parti della Biga, che appare così fedele all’originale”, continua la Emiliozzi, “ci induce ad affermare che l’artista, contrariamente a quanto si pensava, aveva un notevole bagaglio culturale, conosceva la saga omerica e le opere greche sulla vita di Achille. Egli ha organizzato la decorazione del parapetto e dei pannelli del carro in modo sapiente e con effetto cromatico per l’aggiunta di avorio. Si ipotizza che il grande artista possa essere originario della Grecia dell’Est, venuto a lavorare nella nostra penisola”. Le indagini hanno fatto emergere la certezza che il carro è stato usato a lungo, forse per più di una generazione, prima di essere deposto nella tomba. Lo studio dei materiali rivela restauri contemporanei al suo utilizzo. L’occasione per riesaminare il pregevole oggetto è nata in questi ultimi anni nell’ambito dell’immenso e costosissimo progetto di ristrutturazione delle nuove Gallerie Greche e Romane, che ora costituiscono, a detta degli stessi dirigenti del Metropolitan, un “museo nel museo. “Lo splendido Cocchio da parata”, conclude la Emiliozzi in procinto di partire per New York dove sarà presente alla riapertura delle gallerie del Metropolitan, “costituisce ora il centro di attrazione della sezione etrusca, nella Leon Levy and Shelby Withe Gallery for Etruscan Art (IX-II secolo a.C.)”. In Italia si contano finora i resti di circa 300 veicoli tra cocchi e calessi a due ruote, provenienti da tombe dell’Etruria, del Lazio Antico, dell’Agro Falisco-Capenate, dell’Umbria, della Sabina e di altre popolazioni non greche della Penisola, scaglionati tra la metà dell’VIII ed il V secolo a.C. Mai usato in Italia per il combattimento, il possesso del carro assimilava il suo aristocratico proprietario ai monarchi orientali e agli eroi omerici. Roma, 6 aprile 2007 La scheda Chi: Istituto di studi sulle civiltà italiche e del Mediterraneo antico (Iscima) del Cnr, Roma Che cosa: il restauro della Biga da Monteleone di Spoleto esposta al pubblico dal 20 aprile Dove:
Per informazioni: Adriana Emiliozzi, Iscima-Cnr, Roma, tel. 06.4927261/-2-/48, e-mail: adriana.emiliozzi@iscima.cnr.it letto su: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/52_APR_2007.HTM
Identificata la causa della sindrome di Crisponi Ricercatori del Cnr di Cagliari, in collaborazione con colleghi tedeschi,
hanno identificato quattro diverse mutazioni nel gene CRLF1, responsabile di questa rara e grave
malattia. Il primo passo per giungere a un rimedio
efficace a sindrome di Crisponi è una rara e grave malattia; ce ne sono pochissimi casi in tutto il mondo, la maggior parte in Sardegna. E proprio in Sardegna i ricercatori dell’Istituto di neurogenetica e neurofarmacologia (Inn) del Consiglio nazionale delle ricerche di Cagliari, guidati da Laura Crisponi, sono riusciti in pochi mesi ad identificare il gene CRLF1 implicato nella patogenesi della malattia grazie a uno studio condotto sull’intero genoma di 5 famiglie sarde e 3 turche affette dalla patologia. La proteina codificata dal gene CRLF1 è un recettore solubile per le citochine, coinvolto in processi importanti sia per lo sviluppo sia per il mantenimento del sistema nervoso. In particolare, lo studio ha identificato quattro diverse mutazioni, di cui due specifiche sarde. L’importante scoperta, finanziata dall’Associazione Sindrome di Crisponi e Malattie Rare e dalla Regione Autonoma della Sardegna, e condotta in collaborazione con i colleghi tedeschi del Cologne Center for Genomics e dell’Università di Muenster, è stata pubblicata su una delle più prestigiose riviste internazionali di genetica umana, l’American Journal of Human Genetics. “La malattia è evidente fin dalla
nascita”, spiega Laura Crisponi, dell’Inn-Cnr. Il decorso clinico è caratterizzato da grave
difficoltà nell’alimentazione, da contrattura della muscolatura facciale e
dell’orofaringe e dalla comparsa di febbre continua
remittente sui 38°C, con puntate oltre i
La realizzazione di questo progetto è stata resa possibile grazie alla partecipazione continua e generosa di tutti i componenti delle cinque famiglie sarde colpite dalla sindrome. In particolare, nel 2005, i genitori di una bambina colpita da questa malattia hanno fondato un’attivissima associazione, che porta il nome della sindrome - riconosciuta per la prima volta nel 1996 dal medico cagliaritano Giangiorgio Crisponi, padre di Laura - e che si propone di sostenere la ricerca con raccolte di fondi e attività di sensibilizzazione e informazione (www.sindromedicrisponi.it). Roma, 5 aprile 2007 La
scheda Chi: Istituto
di neurogenetica e neurofarmacologia del Consiglio nazionale delle ricerche di
Cagliari Che cosa: individuato un nuovo gene,
denominato CRLF1, responsabile della sindrome di Crisponi Per informazioni: Laura Crisponi, Inn-Cnr; tel.
070/6754591/4595e-mail: laura.crisponi@inn.cnr.it Referenze: Laura Crisponi,* Giangiorgio Crisponi,* Alessandra
Meloni, Mohammad Reza Toliat, Gudrun
Nu¨rnberg, Gianluca Usala,
Manuela Uda, Marco Masala, Wolfgang Ho¨hne, Christian Becker, Mara Marongiu, Francesca Chiappe, Robert Kleta, Anita Rauch, Bernd Wollnik, Friedrich Strasser, Thomas Reese, Cornelis Jakobs, Gerd Kurlemann, Antonio Cao, Peter Nurnberg, and Frank Rutsch. :. Crisponi Syndrome Is Caused by Mutations in the
CRLF1 Gene and Is Allelic to Cold-Induced Sweating Syndrome Type 1.
American Journal of
Human Genetics, (http://www.ajhg.org/) l'articolo originale è alla pagina: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/51_APR_2007.HTM
Anemia
mediterranea: al via ‘Miot’, il progetto per la
diagnosi precoce e cura Coordinato dall’Ifc-Cnr di Pisa, il progetto “MIOT” consentirà di
diagnosticare precocemente eventuali coinvolgimenti cardiaci nei soggetti talassemici sottoposti in maniera sistematica a terapia
trasfusionale. Coinvolti 8 centri di cardioradiologia
della Penisola e 35 centri di talassemia Nuove speranze di migliorare le prospettive di vita per gli italiani affetti da anemia mediterranea, la malattia genetica ereditaria (chiamata anche thalassemia major o malattia di Cooley). Sono 7.000 i malati conclamati più un numero di portatori (thalassemia minor) stimato intorno ai 2 milioni: da due genitori portatori del tratto talassemico esiste una possibilità su 4 che nasca un figlio malato. Lo screening dei portatori e la diagnosi prenatale costituiscono il cardine per la prevenzione della malattia, che registra le maggiori concentrazioni, tra malati e portatori, in Sardegna, in Sicilia e nel delta del Po. Grazie a Miot - Myocardial iron overload in thalassemia, un progetto scientifico inedito e tutto italiano, organizzato dal Laboratorio di Risonanza Magnetica Cardiovascolare dell’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Pisa, sarà possibile, nell’arco dei prossimi tre anni, valutare nei dettagli l'accumulo di ferro nel cuore e la fibrosi miocardica di 2.000 talassemici, mediante un’originale tecnica di risonanza magnetica, definita T2* (Ti-Due-Star). Questa tecnica è l’unica che consente oggi di misurare in modo affidabile, rapido e non invasivo l'accumulo di ferro nel cuore. Con la T2* si può precocemente diagnosticare ciò che con un elettrocardiogramma o con un’ecografia cardiaca non si può vedere. Infatti con tali metodiche il coinvolgimento cardiaco si apprezza ma solo quando la disfunzione è già in atto ed avanzata. La talassemia impedisce al midollo osseo di produrre una quantità adeguata di emoglobina, il pigmento che dà il colore rosso al sangue ma che, soprattutto, ha il compito di trasportare l'ossigeno legato a molecole di ferro. Per sopperire a questa mancanza congenita, il talassemico ha bisogno di continue trasfusioni. La continua distruzione dei globuli rossi libera ferro, che va a depositarsi in vari organi, soprattutto nel fegato e nel cuore. È proprio la disfunzione cardiaca, legata ai depositi di questo metallo, a determinare la precoce mortalità dei pazienti. Per eliminare il ferro esiste un’apposita terapia, definita “ferrochelante”, spiega Massimo Lombardi, coordinatore dello studio e responsabile del Laboratorio di risonanza magnetica presso l’Ifc-Cnr di Pisa, “che viene tradizionalmente somministrata mediante infusione sottocutanea, molto lenta (dodici ore), di desferoxamina. La nuova disponibilità di terapie ferrochelanti per via orale (deferiprone) libera invece queste persone dalla schiavitù dell'infusione continua”. “Conoscere l'accumulo cardiaco di ferro è quindi determinante per seguire nei dettagli un problema cruciale per la sopravvivenza dei soggetti talassemici e decidere la migliore terapia su base individuale”, precisa Massimo Lombardi. “Abbiamo utilizzato una metodica tuttora sperimentale, cui abbiamo aggiunto una modalità tecnologica creata appositamente dai nostri ingegneri e destinata alla corretta interpretazione dei dati, mettendola poi a disposizione dei pazienti che vivono in regioni distanti dalla Toscana, attraverso il network di 8 centri di cardioradiologia”. In passato, non era possibile monitorare adeguatamente l'accumulo cardiaco di ferro: la formazione di fibrosi e la disfunzione del cuore comparivano, fatalmente, a compromettere la sopravvivenza del paziente. Il sistema di diagnosi e lettura dei risultati, messo a punto in esclusiva dal Cnr di Pisa, sarà utilizzato anche da altri sette centri italiani (Catania, Palermo, Cagliari, Reggio Calabria, Campobasso, Roma, Ancona), consentendo la valutazione dei talassemici distribuiti in diverse sedi della Penisola e in modo standardizzato per tutta Italia. I dati verranno centralizzati a Pisa, costituendo il più ampio database al mondo di pazienti con talassemia. Il progetto Miot rappresenta un’esemplare collaborazione fra pubblico e privato, resa possibile dalla “task force” che si è instaurata tra il Cnr di Pisa, la Soste (Società per lo studio delle talassemie ed emoglobinopatie), la Fondazione italiana Leonardo Giambrone e alcuni partner industriali, tra cui Chiesi e Schering e General electric healthcare. Partecipano all’iniziativa, oltre agli 8 centri di cardioradiologia, 35 centri ematologici di tutta Italia, già impegnati nella diagnosi e cura dei talassemici e che ora disporranno di un riferimento diagnostico importante per monitorare i loro pazienti. Tale nuovo sistema analitico ha già fruttato un brevetto nazionale ed internazionale e pone le basi per un significativo miglioramento diagnostico in questo settore dell’imaging cardiaco. Roma, 2 aprile 2007 La scheda Che cosa: progetto Miot (Myocardial iron overload in thalassemia) per la diagnosi e cura dei talassemici e il monitoraggio delle complicanze cardiache Per informazioni: Massimo Lombardi, coordinatore dello studio e responsabile del Laboratorio di risonanza magnetica presso l’Ifc-Cnr di Pisa, tel. 050 315 2820, e-mail: lomass@ifc.cnr.it L'articolo è tratto dalla pagina: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Aprile/50_APR_2007.HTM
L’asma arriva dall’“Irak-M” Questo il
nome del gene scoperto dagli studiosi dell’Inn-Cnr di Cagliari, responsabile di
una delle forme asmatiche più gravi, quella persistente a esordio precoce, che
colpisce i bambini e dura tutta la vita. La ricerca pubblicata sull’American Journal of Human Genetics Si chiama Irak-M il nuovo gene, identificato dall’équipe di Antonio Cao,
direttore dell’Istituto di neurogenetica e neurofarmacologia del Consiglio
nazionale delle ricerche di Cagliari (Inn-Cnr), direttamente implicato nella
regolazione della risposta immunitaria innata e quindi nella patofisiologia
dell’asma persistente ad esordio precoce, una delle forme più gravi, giacché insorge in età infantile e dura tutta la vita. “Il cattivo funzionamento di Irak-M potrebbe portare ad un’eccessiva
infiammazione nel polmone con una conseguente risposta asmatica e/o allergica”,
precisa il prof. Cao, “e riteniamo che questa scoperta sia di estrema
importanza per le dirette implicazioni mediche, sia nel campo della diagnosi sia
nella terapia dell’asma, una malattia la cui incidenza ed associata mortalità è
oggi in forte aumento in tutti i paesi industrializzati”. L’indagine –
pubblicata sulla rivista internazionale American
Journal of Human Genetics - che
ha portato alla scoperta di questo gene è durata oltre undici anni su un
campione di famiglie affette da asma allergico, provenienti da tutta “L’intuizione del prof. Giuseppe
Pilia di stratificare il campione sulla base dell’età d’esordio della malattia (maggiore
o minore di 13 anni). prosegue la ricercatrice. “ha permesso di trovare un
collegamento significativo in una parte della regione esaminata e di
identificare il gene Irak-M come
quello che contribuisce al linkage, dimostrando l’associazione di questo gene
con l’asma persistente ad esordio precoce. Abbiamo replicato questi risultati
in una popolazione dell’Italia peninsulare geneticamente distante da quella
sarda e lo studio ha confermato che il gene Irak-M è coinvolto nella patogenesi
dell’asma anche nella popolazione generale italiana. Questi risultati
suggeriscono un legame diretto tra l’iperattivazione del sistema immunitario
innato e l’infiammazione cronica delle vie respiratorie ed indicano Irak-M come un nuovo potenziale
bersaglio per lo sviluppo di misure di prevenzione ed interventi terapeutici
contro l’asma”. Questo lavoro convalida inoltre
l’uso della popolazione sarda come campione per lo studio di malattie e tratti
complessi. “La ricerca è stata ideata e diretta dal prof. Giuseppe Pilia dal
1996 fino alla sua prematura scomparsa, nell’aprile Roma, 30 marzo 2007 La scheda Chi:
Istituto di neurogenetica e neurofarmacologia del Consiglio nazionale delle
ricerche di Cagliari Che cosa: individuato un nuovo gene coinvolto nell’asma precoce e
persistente Per informazioni: Antonio Cao, Istituto di
neurogenetica e neurofarmacologia, tel. 070/6754591; e-mail: acao@mcweb.unica.it Referenze:. L. Balaci, M.C.
Spada, N. Olla, G. Sole, L. Loddo, F. Anedda, S. Naitza, M.A. Zuncheddu, A.
Maschio, D. Altea, M. Uda, S. Pilia, S. Sanna, M. Masala, L. Crisponi, M.
Fattori, M. Devoto, S. Doratiotto, S. Rassu, S. Mereu, E. Giua, N.G.
Cadeddu, R. Atzeni, U. Pelosi, A. Corrias, R. Perra, P.L. Torrazza, P. Pirina,
F. Ginesu, S. Marcias, M.G. Schintu, G.S. Del Giacco, P.E. Manconi, G. Malerba,
A. Bisognin, E. Trabetti, A. Boner, L. Pescollderungg,
P.F. Pignatti, D. Schlessinger, A.Cao, G. Pilia (2007). IRAK-M is involved in the
pathogenesis of early-onset persistent asthma. Am. J. Hum.
Genet., in press for publication July issue. http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Marzo/49_MAR_2007.HTM
Cuore infartuato rigenerato con le staminali Sintetizzata una nuova
molecola, capace di differenziare in elementi cardiovascolari cellule staminali
umane isolate da placenta a termine. Un successo della medicina rigenerativa
ottenuto da Cnr, Inbb e Ospedale S. Orsola di Bologna Nei laboratori
dell’Istituto nazionale di biostrutture e biosistemi (Consorzio
Interuniversitario Inbb), per la prima volta cuori di ratti sottoposti ad
infarto sperimentale sono stati rigenerati col trapianto di cellule staminali
umane di tipo mesenchimale, isolate da placenta a termine. Le ricerche sono state
coordinate dal professor Carlo Ventura, direttore del Laboratorio di Biologia
molecolare e bioingegneria delle cellule staminali dell’Inbb, presso l’Istituto
di Cardiologia dell’Ospedale S. Orsola–Malpighi di Bologna, in collaborazione
con il prof. Fabio Recchia dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio
nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr), il prof. Gian Paolo Bagnara del
Dipartimento di Istologia, embriologia e biologia applicata dell’Università di
Bologna, il prof. Gianandrea Pasquinelli del Dipartimento di Patologia
sperimentale dell’Università di Bologna. La collaborazione tra il Cnr (che ha
svolto la parte in vivo degli
esperimenti) e l’Inbb si inserisce nell’ambito di un accordo-quadro in essere
su alcune linee di ricerca. Lo studio è stato appena pubblicato sul prestigioso
“Journal of Biological Chemistry”, organo ufficiale della “American Society of
Biochemistry and Molecular Biology”. Prima del trapianto nel
tessuto cardiaco, le cellule sono state orientate ex vivo verso il differenziamento miocardico e vascolare con una
nuova molecola: un composto contenente acido ialuronico, acido butirrico e
acido retinoico (HBR). Grazie a questa molecola, le cellule staminali hanno
mostrato un’ elevata resa di differenziamento cardiovascolare in vitro e, una volta trapiantate nel
miocardio infartuato, si sono differenziate in nuovi vasi coronarici,
costituiti da cellule endoteliali umane, e in cellule cardiache, anch’esse di
derivazione staminale umana. Un aspetto di particolare rilievo è rappresentato
dal fatto che l’HBR ha anche fatto in modo che le stesse cellule staminali
secernessero fattori di crescita, in grado di indurre la formazione di nuovi
vasi coronarici (angiogenesi) da parte del tessuto cardiaco ricevente. Alcuni
di questi fattori di crescita sono inoltre risultati essere dotati di proprietà
antiapoptotiche (capaci di prevenire la morte cellulare). Non è stato necessario
fare uso di immunosoppressori, pur trattandosi di uno xenotrapianto (donatore e
ricevente sono di due specie diverse): il particolare tipo di cellule staminali
umane è stato ottimamente tollerato dal sistema immunitario del ricevente senza
alcun segno di rigetto. Questo studio ha quindi
realizzato un nuova molecola, definita dai ricercatori “a logica
differenziativa”, in grado non solo di orientare selettivamente le cellule
staminali umane, ma anche di utilizzare tali cellule come una sorta di
laboratorio per la produzione di fattori trofici in grado di promuovere una
rivascolarizzazione endogena e di salvare il tessuto cardiaco dall'estensione
dell'infarto. Inoltre, le cellule
staminali sono state isolate da un organo (placenta a termine) che viene
eliminato dopo il parto, superando quindi le problematiche etiche legate
all'uso di cellule staminali embrionali umane. La tolleranza immunitaria
osservata apre la strada al trapianto eterologo di cellule staminali, ampliando
gli scenari della cosiddetta medicina rigenerativa per ora sostanzialmente
confinata alla prospettiva di un trapianto autologo di queste cellule. Il professor Ventura e i
suoi collaboratori stanno attualmente iniziando uno studio preclinico sul
maiale in vista di una applicazione clinica nell'uomo delle strategie sopra
esposte. Roma-Bologna, 29 marzo
2007 La scheda Che cosa:
Pubblicazione articolo sul “Journal of Biological Chemistry” Per informazioni: Carlo Ventura, direttore Laboratorio di biologia molecolare e
bioingegneria delle cellule staminali, Istituto nazionale di biostrutture e
biosistemi (Inbb), Bologna, tel. 051/6363605, tel. 335-6406111, e-mail cvent@libero.it; Fabio Recchia, Scuola
superiore Sant’Anna, associato presso l’Istituto di fisiologia clinica del
Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr), tel. 050/3152603, tel.
340/3287025, e-mail f.recchia@sssup.it http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Marzo/47_MAR_2007.HTM
Dall’Imcb-Cnr
un nuovo materiale super assorbente, in grado di assorbire liquidi fino a 1000
volte il suo peso iniziale, che verrà prodotto in capsule
da ingerire prima dei pasti insieme ad acqua per generare senso di sazietà. Un
originale contributo per la lotta contro l’obesità Per combattere l’obesità ora basta una pillola. Una capsula
contenente un idrogelo superassorbente da ingerire prima dei pasti con due
bicchieri d’acqua e il senso di fame sparisce. Lo promettono i ricercatori
dell’Istituto per i materiali compositi e biomedici
del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli
che hanno messo a punto e sperimentato con successo un idrogelo in grado di
assorbire fino ad un litro di acqua per grammo di materiale secco. “Il prodotto, agendo
come bulking agent, genera un senso
di sazietà nello stomaco, riempiendone una porzione senza assorbimento da parte
dell’organismo”, spiega Luigi
Ambrosio dell’Imcb-Cnr che ha condotto la ricerca in collaborazione con il prof.
Luigi Nicolais, docente dell’Università Federico II di Napoli e attualmente
ministro della Funzione pubblica e innovazione,
e con Alessandro Sannino, giovane ricercatore dell’Università di Lecce.
“L’idrogelo, poi, segue il normale percorso alimentare fino all’espulsione
naturale”. Il risultato della scoperta è il frutto di oltre 10 anni di
studi nel campo delle tecnologie dei materiali, nella quale l’Italia ha
competenze di primo piano. Investimenti importanti con partner industriali
hanno condotto a precedenti brevetti relativi a idrogeli superassorbenti e
licenze per varie applicazioni. Grazie
al finanziamento del Miur ed all’investimento di Quantica e di State Street,
l’idrogelo superassorbente verrà prodotto in forma di polvere da alloggiare
all’interno di capsule da ingerire prima dei pasti, seguite da due bicchieri
d’acqua. La totale biocompatibilità e la non interazione con l’organismo umano
non fanno rientrare l’idrogelo nella categoria dei farmaci. “Lo sviluppo del
prodotto è in fase avanzata”, sottolinea Luigi Ambrosio. “La sperimentazione
avrà una durata di 12 mesi ed è già in corso presso il Policlinico Gemelli di
Roma. Se i risultati verranno confermati, inizierà il lancio commerciale che
sarà sempre sostenuto dagli investitori, Quantica e State Street, i quali
valuteranno anche l’ingresso di partner industriali”. L’investimento di
Quantica e State Street è mirato a realizzare test su vasta scala e ottenere le
certificazioni europea (marchio CE) e americana (marchio Fda) per la
commercializzazione. Lo studio costituisce un originale contributo al problema
del sovrappeso e dell’obesità, che sono diventati una grave minaccia alla
salute anche perché associati a un rischio molto elevato di sviluppare diabete,
ipertensione, infarto del miocardio, ictus cerebrale, osteoartrosi ed alcune
forme di cancro. In Italia il problema del sovrappeso
coinvolge 16 milioni di persone, di cui 4 milioni sono classificati come obesi.
In America ci sono 60 milioni di obesi e il 20% di tutti i bambini americani,
mentre il 25% della popolazione è costantemente a dieta e il 40%
saltuariamente. Per questo brevetto,
depositato nel 2004, Academica Life Science ha già vinto Roma, 30 marzo 2007 Sono disponibili foto per
i giornalisti La scheda Chi Istituto per i materiali compositi
e biomedici, Cnr di Napoli Che cosa: idrogelo in grado di assorbire i
liquidi e dare senso di sazietà Informazioni: Luigi Ambrosio, Imcb-Cnr, tel
081/7682513 http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Marzo/48_MAR_2007.HTM
Immigrati
in Italia: irregolari al Sud, regolari al Nord La spaccatura evidenziata al convegno su
‘Cittadinanza, identità ed immigrazione’ tenutosi al
Cnr. I clandestini sono il 16% degli stranieri,
ma ci sono segnali positivi: le aziende non li assumono
solo per risparmiare, il 14% ha una laurea. Quasi l’11%
è proprietario di casa. Gli immigrati in Italia sono 3.357.000, circa il 7% della popolazione, di cui 539mila gli irregolari (16%). Provengono soprattutto da Albania (13,7% del totale), Romania (13%), Marocco (12,2%). La maggior parte, più del 50%, lavora nel settore dei servizi, il 14% ha una laurea. Quasi l’11% è proprietario di casa. Sono alcuni dati emersi da una ricerca, condotta dalla Fondazione Ismu -Iniziative e studi sulla multietnicità - su commissione del Ministero del Lavoro, presentata dal prof. Gian Carlo Blangiardo dell’Università di Milano-Bicocca, nel corso del convegno “Cittadinanza, identità ed immigrazione nell’Unione Europea”, che si è svolto nelle giornate di ieri e oggi a Roma presso la sede del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), a cura dell’Apre-Agenzia per la ricerca europea. “Cittadinanza, identità ed immigrazione”, ha commentato Pierre Vallette, capo unità Ricerca nelle scienze socio-economiche e umane dell’Unione Europea, “sono ai primi punti nell’agenda della Ue, e la loro importanza oggi è ancora maggiore rispetto al passato. Rafforzare le conoscenze è essenziale anche per lo sviluppo politico, che deve tenere conto dei risultati della ricerca”. “Attenzione però a non postulare una superiorità della comunità scientifica rispetto ai policy makers, o ad assegnare ai ricercatori una funzione di problem solving” ha osservato Enrico Pugliese, direttore dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr e presidente del Comitato scientifico dell’Apre: “Come il convegno ha mostrato sono invece importanti il confronto reciproco e l’interlocuzione, capaci di produrre stimoli sia per l’azione di intervento sia per quella di ricerca”. Dagli altri dati esposti durante l’incontro, emerge che nel Sud Italia si registra il più alto tasso di irregolarità: sui 495mila stranieri presenti sul territorio, 133mila sono irregolari, il 27%. Il maggior numero di immigrati che hanno regolarizzato la propria posizione si registra invece nel Centro Nord dove il reddito medio è anche più alto: 1.041 euro mensili per gli uomini e 763 per le donne, mentre nel Mezzogiorno è rispettivamente di 657 e 566 euro e la media nazionale è di 1.002 e 743 euro. Inoltre, al Nord si concentra circa il 65% degli immigrati assunti regolarmente, un quarto dei quali risiede al Centro e solo il 10% nel Mezzogiorno. Ai datori di lavoro che hanno regolarizzato nel 2002 uno o più stranieri è stato chiesto quali fossero i motivi che li hanno portati a dare lavoro a un immigrato. Ha riposto: “Per far fronte a un fabbisogno immediato dell’azienda” il 46,7%; “era un lavoratore con molta voglia di lavorare” il 40,6; “non erano disponibili altri lavoratori adatti a quel tipo di impiego” il 36,9%; solo il 10,5% “perché costava meno” e perché può “essere licenziato in qualsiasi momento” lo 0,5%. Mentre Raffaella Milano, assessore alle Politiche sociali del Comune di Roma, ha sottolineato la presenza “solo a Roma” di “7.000 imprenditori stranieri, oltre che di 157 diverse nazionalità nelle scuole, tra i bambini”. Quasi il 40% degli stranieri occupati ha un titolo di studio, abbastanza alto ma poco riconosciuto per l’attività lavorativa. Aumentano gli immigrati proprietari di case: il 10,9% degli extracomunitari ne ha acquistata una, anche perché banche e agenzie immobiliari hanno acquisito una certa fiducia e hanno creato, spesso, dei pacchetti-mutuo ‘ad hoc’ per le diverse nazionalità. Il tasso di irregolarità è fortemente condizionato anche dalla macroarea di provenienza: in testa con il 19% gli est-europei, seguiti da Africa subsahariana (16%), mentre sono sotto la media nazionale America Latina, Nord Africa, Asia-Oceania. Le percentuali si alzano ulteriormente tra i presenti nel Sud Italia, dove si arriva al 29% dei provenienti dall’Europa orientale, seguiti da subsahariani (28%) e latino-americani (27%). Intervenuto al convegno organizzato, presso il Cnr, dall’Apre, il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, ha sottolineato come il disegno di legge sulla cittadinanza attualmente oggetto “di discussione nella maggioranza” punti proprio al “riemergere dall’irregolarità” e come “la propensione a delinquere degli immigrati regolari” sia “inferiore alla media degli italiani”. Roma, 28 marzo 2007 La scheda Che cosa: Convegno “Cittadinanza, identità ed immigrazione nell’Unione Europea”, che si è svolto nelle giornate di ieri e oggi a Roma presso la sede del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) a cura dell’Apre - Agenzia per la ricerca europea Per informazioni: Enrico Pugliese, direttore dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Cnr di Roma, tel. 06.4993.2873 Il comunicato originale è alla pagina: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Marzo/46_MAR_2007.HTM
Un gene contro tumore cerebrale dei bambini
Ricerche condotte dall’Istituto di
neurobiologia e medicina molecolare del Cnr hanno permesso di individuare il ruolo
antitumorale del gene PC3/Tis21 nella cura e prevenzione del medulloblastoma,
uno dei tumori più frequenti nell’infanzia Una nuova scoperta fa sperare di riuscire a
combattere il medulloblastoma, uno dei tumori più frequenti nell’infanzia e più
refrattario al trattamento chirurgico e farmacologico. Grazie alle ricerche,
portate avanti in un laboratorio dell’Istituto di neurobiologia e medicina
molecolare (Inmm) del Consiglio nazionale delle ricerche, presso il
Centro di Ricerche Europeo del Cervello a Roma, in collaborazione con l’Università di
Roma La Sapienza e l’ENEA, è stato accertato il ruolo antitumorale del gene
PC3/Tis21. “La specie di neuroni più abbondante del cervelletto, i
granuli”, spiega Felice Tirone, ricercatore dell’Inmm, “deriva da precursori
neuronali, che sono le cellule da cui provengono i neuroni adulti, localizzati
nel romboencefalo, la parte posteriore del cervello dove è situato il
cervelletto. La proliferazione dei precursori dei granuli è massima nel periodo
immediatamente successivo alla nascita e determina lo sviluppo del cervelletto
nella sua morfologia adulta. Il controllo della proliferazione dei precursori
dei granuli è quindi critico – dato il loro massiccio sviluppo – e può andare
incontro a malfunzioni che si ritiene siano all’origine del medulloblastoma, un
tumore solido a maggior frequenza tra i bambini (15%), molto refrattario al trattamento chirurgico e
farmacologico, che riesce a curare solo il 60% dei pazienti a prezzo di gravi
effetti collaterali permanenti dovuti ai trattamenti
aggressivi.”. Ricerche svolte nello stesso laboratorio del Cnr avevano
già evidenziato la capacità del gene PC3/Tis21 di accelerare nei precursori dei
granuli il passaggio da una condizione proliferativa ed immatura ad una
condizione differenziata e matura. Il proseguimento di queste ricerche - finanziate da
Compagnia San Paolo di Torino e
Ministero della Università e Ricerca e pubblicate su ‘FASEB Journal’ - ha
ora permesso di accertare che l’azione antiproliferativa e differenziativa di
PC3/Tis21 sui precursori dei granuli previene l’insorgenza del medulloblastoma.
“Queste ricerche sono state condotte in un modello animale di medulloblastoma –
un topo privo del gene Patched1 – nel quale il livello di espressione del gene
PC3/Tis21 nei precursori dei granuli è stato aumentato,
grazie ad un incrocio con un topo transgenico PC3/Tis21”, riferisce Tirone, “e
si è così osservato che l’insorgenza di medulloblastomi viene dimezzata. Si è
anche accertato che l’espressione di PC3/Tis21 è frequentemente ridotta nei
medulloblastomi umani, il che suggerirebbe un coinvolgimento del gene nella
patologia umana”. L’ipotesi che si è formulata per spiegare questi
risultati è che PC3/Tis21, favorendo una ridotta proliferazione e un aumentato
differenziamento dei precursori neuronali dei granuli – attraverso il controllo
di geni sia del ciclo cellulare che neuronale - ne impedisca la trasformazione
neoplastica nelle situazioni di eccessiva proliferazione durante lo sviluppo,
dovute ad esempio ad eccesso di stimolazione da parte di fattori che inducono la
crescita dei precursori dei granuli, come Sonic Hedgehog - molecola che nei
vertebrati gioca un ruolo chiave nella proliferazione e nella determinazione
dell’identità cellulare durante lo sviluppo dell’embrione. La terapia genica locale del medulloblastoma è ad uno
stadio ancora sperimentale, ma questi risultati lasciano sperare che le
peculiari caratteristiche di PC3/Tis21 quale tumor-suppressor del medulloblastoma
possano essere sfruttate in quella direzione. Roma, 27 marzo 2007 La
scheda Chi: Istituto
di neurobiologia e medicina molecolare del Cnr, Roma Che cosa: ricerche che hanno permesso
di individuare il ruolo antitumorale del gene PC3/tis21 nella cura e prevenzione
del medulloblastoma Dove: i risultati
delle ricerche sono stati pubblicati su “FASEB Journal” (autore Felice Tirone,
Inmm-Cnr, coautori: Simona Pazzaglia, Enea CR-Casaccia – Roma; e-mail: pazzaglia@casaccia.enea.it; Alberto Gulino. Dipartimento di
Medicina Sperimentale e Patologia, Università La Sapienza, Roma; e-mail: alberto.gulino@uniroma1.it Per informazioni: prof. Felice Tirone, Istituto di neurobiologia e medicina molecolare del Cnr di Roma, tel. 06-50170.3184, e-mail: tirone@inmm.cnr.it
Il comunicato originale è alla pagina: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Marzo/45_MAR_2007.HTM
Batte in un paziente tedesco il primo cuore artificiale italiano
68 anni, affetto da grave scompenso cardiaco, operato con successo. Grazie a BestBeat, il nuovo e innovativo dispositivo made in Italy, nato nei laboratori CNR di Pisa e prodotto da NewCorTec, una speranza per oltre 100.000 pazienti l’anno
E’ iniziata con successo nel Centro Cardiochirurgico dell’Università di Bochum a Bad Oeynhausen (uno dei maggiori al mondo) la sperimentazione clinica del dispositivo di assistenza cardiaca BestBeat, il primo cuore artificiale italiano nato nei laboratori CNR di Pisa e prodotto da NewCorTec, impiantato su un paziente tedesco di 68 anni. Il dispositivo di assistenza cardiaca resta l’opzione più concreta come “ponte al trapianto”, considerando che a fronte di 100 mila malati l’anno con scompensi così gravi da risultare in breve tempo fatali, i donatori disponibili sono appena 3-4.000. Per molti pazienti non candidabili al trapianto, inoltre, l’impiego del dispositivo BestBeat come “terapia di assistenza permanente” può fornire una risposta efficace a un bisogno finora largamente insoddisfatto. Il dispositivo italiano contiene però elementi innovativi tali da renderlo anche prezioso come strumento che consenta di iniziare terapie di recupero della funzionalità cardiaca, laddove le condizioni del paziente lo permettano: in questo senso può essere considerato anche un “ponte al recupero” del cuore malato. “Il primo impianto del ventricolo artificiale (VAD) ‘BestBeat’ prodotto dalla NewCorTec costituisce finalmente il punto di partenza della sperimentazione clinica del ‘cuore artificiale’ italiano, che continuerà nei prossimi mesi con gli ulteriori impianti in Francia e nei centri italiani, in attesa dell’autorizzazione del Ministero della Salute” afferma con soddisfazione Luigi Donato, presidente di NewCorTec srl e direttore dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa. “Ma l’impianto costituisce anche il punto di arrivo di un’avventura, iniziata quasi trent’anni fa al CNR insieme con FIAT e Società di Ricerca Tecnobiomedica, poi sviluppata con le risorse del MIUR, fino alla realizzazione e alla sperimentazione dei dispositivi presso i laboratori del CNR di Pisa e alla brevettazione e produzione pilota, culminata nella nascita della NewCorTec, start-up partecipata da Tecnobiomedica e Umbra Cuscinetti di Foligno”. Il dispositivo, insomma, raccoglie l’eredità di una ricerca e di una tecnologia tutta italiana, che ha raggiunto posizioni di leadership internazionale nelle tecnologie in cardiologia. “Tuttavia l’aspetto più importante è che BestBeat, rispetto ai VAD già presenti sul mercato, rappresenta l’espressione di una concezione e di una progettazione assolutamente innovativa”, conclude il prof. Donato. “L’unione delle competenze professionali del mondo dei ricercatori del CNR e delle università italiane, con le professionalità gestionali e finanziarie del privato ha raggiunto un obiettivo molto importante per il Paese”, precisa Roberto Aguiari, presidente di Quantica SGR Spa, mentre l’a.d. Pierluigi Paracchi aggiunge: “Questo primo impianto sull’uomo di un cuore artificiale tutto made in Italy rappresenta il successo di un modello di finanziamento che sembrava inapplicabile in Italia. Dopo il cuore abbiamo finanziato cellule e proteine per curare malattie neurodegenerative e dolore neuropatico, materiali contro l’obesità, algoritmi per motori di ricerca di nuova generazione e processi green per smaltire rifiuti”. La sperimentazione clinica del dispositivo, che si protrarrà per circa un anno, coinvolge oltre al centro cardiochirurgico tedesco Herz - und Diabeteszentrum di Bad Oeynhausen, dell’università di Bochum, nella regione della Ruhr, due centri francesi e quattro centri italiani (Ospedali Riuniti di Bergamo, Centro Cardiochirurgico del CNR di Massa, Ospedale Niguarda di Milano e Policlinico San Matteo di Pavia). Dopo questa prima serie di impianti, la società conta di ottenere la certificazione europea del dispositivo (marchio CE) entro la primavera del 2008. Esprime il proprio apprezzamento Fabio Pistella, presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche: “Quest’importante risultato dimostra che il CNR ha la competenza scientifica e la capacità progettuale, radicate nel passato, ma anche una positiva dinamica verso il futuro per realizzare la sua missione di creare valore per le imprese e i cittadini attraverso le conoscenze generate dalla ricerca”. Roma, 22 marzo 2007 La scheda Chi Istituto di fisiologia clinica, Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa; NewCorTec Che cosa: BestBeat il ‘cuore artificiale’ italiano, Informazioni: prof. Luigi Donato, presidente di NewCorTec srl e direttore dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa, tel. 050/3152000-1, 050/502075 La notizia originale si trova alla pagina: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Marzo/44_mar_2007.htm
Vecchia Italia del XXI secolo L’Italia è tra i paesi al mondo dove si fanno meno figli, dove si vive più a lungo coi genitori, dove sono maggiori la longevità e l’invecchiamento. L’immigrazione è in fase di grande
effervescenza. Questa la fotografia del “Rapporto sulla popolazione” presentato
all’Irpps-Cnr dal Gruppo di coordinamento per la demografia della Società
italiana di statistica.L’Italia cresce, ma solo grazie al
contributo straniero
Tra il 2002 ed il 2005 la popolazione è cresciuta in media di circa 440 mila unità l’anno, ma le previsioni dei demografi non sono state contraddette: il saldo negativo tra nascite e morti è stato di circa 15 mila l’anno. La crescita è dovuta soprattutto all’iscrizione in anagrafe di mediamente di 305 mila stranieri l’anno, dovuta alle regolarizzazioni collegate alla Legge “Bossi-Fini” e a nuove entrate immigratorie. Il
dato sull’immigrazione è uno dei più eclatanti messi in luce dal “Rapporto sulla
popolazione italiana – L’Italia all’inizio del XXI secolo”, realizzato dal
Gruppo di coordinamento per la demografia della Società italiana di statistica
con il contributo scientifico di diversi suoi aderenti, e curato da Giuseppe
Gesano, dirigente di ricerca dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le
politiche sociali (Irpps) del Consiglio nazionale delle ricerche, da Fausta
Ongaro, ordinario di Demografia all’Università di Padova, e da Alessandro
Rosina, associato di Demografia all’Università Cattolica di Milano. Il Rapporto, edito da Il Mulino, viene
presentato domani, giovedì 22 marzo, alle 16.00, presso la sede dell’Irpps-Cnr,
Roma – Via Nizza 128. Tra il 2002 ed il 2005 sono nati in Italia circa 170 mila bambini figli di madre straniera, che costituiscono poco meno dell’8% del totale delle nascite, percentuale che è in rapida crescita, così come lo è la popolazione straniera: inferiore allo 0,6 per cento nel 1991, quadruplicata al 2,3 per cento nel 2001, è oggi quantificata tra i 2,7 (4,5% dei residenti) ed i 3,5 milioni (6%), se si comprende una stima degli irregolari, con la quota più significativa nel Nord-est: 6,6 per cento. Gli stranieri contribuiscono anche a ridurre l’invecchiamento nazionale: senza di loro, gli ultra65enni avrebbe già superato il quinto della popolazione. La loro età media è di 31 anni, contro i 43 dei cittadini italiani, e la loro fecondità è doppia di quella italiana: nel 2004, per le donne straniere il numero medio finale di figli è stimato in 2,61, mentre per le italiane è pari a 1,26. La minore incidenza di persone anziane determina che il tasso di mortalità tra gli stranieri sia circa dieci volte inferiore a quello italiano (1,2 per mille contro 10,1). “Dal punto di vista demografico, la vitalità di una popolazione si misura dalla capacità di rinnovare se stessa, cioè dal fatto che ciascuna generazione riesca a produrre, nel corso della sua vita feconda, un numero di figli pari almeno al suo ammontare”, spiega Giuseppe Gesano dell’Irpps-Cnr. “Ciò non avviene, in Italia, da circa trent’anni, e se nel frattempo la popolazione ha continuato a crescere (debolmente) lo si deve alla struttura ereditata dal passato (ancora molte le persone in età riproduttiva) e all’allungamento della vita media (+8,2 anni per gli uomini e +7,5 per le donne)” e all’immigrazione dall’estero. L’Italia è il paese con la maggiore quota di popolazione anziana: le stime dell’Onu al 2005 danno gli ultra65enni al 20% dell’intera popolazione, gli ultimi calcoli Istat 2006 al 19,8%. Agli inizi degli anni ‘90 la quota nell’Unione europea si aggirava ovunque intorno al 15%, con Italia e Spagna un po’ più ‘giovani’. Nel 2005 l’Italia ha superato la Germania ed è diventata prima per ‘grandi vecchi’ (over 80, 5,1%). Nel futuro, il divario si accentuerà. La vita media delle donne è di oltre 83 anni, quella maschile oltre i 77. Gran parte della riproduzione da noi passa ancora attraverso l’uscita dei giovani dalla famiglia solo in coincidenza o prossimità del matrimonio. Questo processo si è rallentato di molto. Il diffondersi di studio e lavoro tra le giovani donne, a differenza di altri paesi avanzati, viene vissuto come un ostacolo alla formazione delle unioni ed alla messa al mondo di figli. “Nei soli dieci anni che vanno dal 1993 al 2003”, afferma Alessandro Rosina, dell’Università Cattolica di Milano, “nella cruciale fascia d’età tra i 25 ed i 34 anni, gli uomini che avevano una famiglia con figli sono scesi da uno su tre a uno su cinque, e le donne da oltre la metà a poco più di una su tre”. Negli ultimi trent’anni l’età media al primo matrimonio è infatti aumentata di 5,5 anni per le donne e di 4,2 per gli uomini, raggiungendo rispettivamente i 29,4 ed i 32,2 anni. Nel frattempo, la maggior parte dei giovani non sposati continua a vivere coi genitori: il 38% del totale dei maschi 30-34-enni ed il 21% delle loro coetanee. In conseguenza dei ritardi accumulati in tutto il processo di formazione di una propria famiglia questi pochi figli si fanno tardi: l’età media della donna alla nascita dei figli è di 30,8 anni (31,1 per le italiane e 27,4 per le straniere). “Si è accentuata la tendenza ad avere figli in età relativamente elevata.”, scrive Fausta Ongaro dell’Università di Padova, “Nel 1995 i nati si dividevano pressoché equamente tra nati da donne con meno di trent’anni e nati da donne che avevano superato questa soglia; dieci anni dopo questo secondo gruppo diventa nettamente predominante (62 per cento).” Meno diversi fra noi, più vicini al resto
d’Europa Tra Mezzogiorno e Centro-nord è in atto un processo di convergenza. In primo luogo di fecondità: rispetto alle tradizionali differenze, 1,06 figli per donna al Nord contro 1,43 nel Mezzogiorno ancora nel 1995, nel 2005 entrambi sono a 1,32, grazie soprattutto all’apporto degli immigrati nelle regioni settentrionali. Nella mortalità, invece, il Nord ha colmato il precedente svantaggio a favore delle regioni meridionali, grazie a un guadagno nella sopravvivenza maschile (+2,6 anni nella speranza di vita a 65 anni tra il 1991 ed il 2005) maggiore di quello del Sud (+2,1 anni) e attribuibile soprattutto alla maggior contrazione della mortalità per malattie del sistema circolatorio e per tumori riscontrata nel Centro-nord. Il ritardo del Sud si manifesta anche nella speranza di vita in buona salute, più lunga al Centro-nord, sia per gli uomini (circa 4 anni a 65 anni al Centro-nord contro 2,8 nel Mezzogiorno) sia per le donne (3,6 contro 2,5 anni). La speranza di vita libera da disabilità per gli uomini già arrivati al 65° anno è di 14 anni circa nel Nord-est ed al Centro, 13,7 nel Nord-ovest e 13,1 nel Mezzogiorno, ma è molto più breve per le donne 65enni del Sud (13,5 anni) rispetto a quelle che vivono nel Nord-est (16,4 anni). La debolezza economica del Mezzogiorno emerge ancora con un saldo negativo nelle migrazioni, se pur debole (tra i -40 ed i -50 mila l’anno), e con una minore attrazione nei confronti degli immigrati dall’estero che vi si insediano regolarmente (6,2% del totale della popolazione al Centro-nord contro l’1,5% nel Mezzogiorno). Gli immigrati arrivano ora soprattutto dall’Europa orientale (un terzo delle presenze sulle prime 15 nazionalità), e le loro durate di presenza sono ancora brevi rispetto a quelle dei flussi ‘storici’ di filippini, tunisini, senegalesi e marocchini, ma una parte di loro manda segnali di insediamento definitivo richiamando o formando famiglia e facendo figli (le ‘seconde generazioni’, cioè i nati in Italia da almeno un genitore straniero, sono valutate in tutto tra le 550 e le 650 mila unità all’inizio del 2007). All’avanguardia per durata della vita e longevità, la popolazione italiana è in ritardo rispetto agli altri paesi europei nell’evoluzione delle forme famigliari e di convivenza e nei modelli riproduttivi. Scarsa diffusione di giovani che vivono da soli (6,4% delle donne 25-34-enni; ma Milano quasi un quarto degli uomini 35-44-enni) o con altri coetanei, meno del 30% (anche se in rapida crescita), le coppie che convivono a fronte del 60-95% rilevato nell’Europa settentrionale già a metà degli anni ’90. Anche matrimoni civili (più di uno su tre nel 2005), le separazioni ed i divorzi sono in aumento, ma si scioglie solo un matrimonio su sette, quando in altri paesi europei ciò avviene per un terzo/metà delle unioni. Ne consegue che sono poche le famiglie di un solo genitore con figli piccoli (662 mila), gli sposi in ‘seconde nozze’ (8%) e le famiglie ‘ricostituite’ (721 mila). I nati da genitori non coniugati, raddoppiati negli ultimi dieci anni, sono ancora meno del 15% (20% in Emilia Romagna), quando in diversi paesi europei hanno superato i figli di coppie legalmente coniugate. “Il problema dell’invecchiamento della popolazione va affrontato con idee innovative, capaci anche di sacrificare preconcetti e privilegi, e considerando gli immigrati stranieri, come in altri paesi, una componente stabile della popolazione mediante specifici interventi di integrazione e riconoscimento , specie per le ‘seconde generazioni’”, conclude Giuseppe Gesano dell’Irpps-Cnr. “Va inoltre facilitato ed accelerato il percorso di autonomia dei giovani sul piano della formazione e della crescita della famiglia, dando spazio anche alle sue nuove forme. Devono, infine, essere ridotti i divari tra Nord e Sud, specie nella cura della salute e nella opportunità di lavoro per una popolazione che nel Mezzogiorno è più giovane”. Roma, 21 marzo 2007 La scheda Chi: Istituto di ricerche sulla popolazione e le
politiche sociali del Cnr (Irpps-Cnr) Che cosa: Presentazione del Volume “Rapporto sulla popolazione italiana - L’Italia all’inizio del XXI secolo”, a cura di Giuseppe Gesano, dirigente di ricerca dell’Irpps-Cnr, Fausta Ongaro, ordinario di Demografia – Università di Padova, Alessandro Rosina, associato di Demografia – Università Cattolica di Milano, edizioni Il Mulino Quando: 22 marzo 2007, ore 16.00 Dove: Istituto di ricerche sulla popolazione e le
politiche sociali del Cnr (Irpps-Cnr), Roma –Via Nizza 128 Per informazioni: Giuseppe Gesano, Istituto di ricerche sulla
popolazione e le politiche sociali del Cnr (Irpps-Cnr), tel. 06.4993.2825, g.gesano@irpps.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Marzo/43_mar_2007.htm
Nasce la
prima aula di udienza virtuale Le tecnologie informatiche per la giustizia italiana oggetto di un convegno promosso dall’Irsig-Cnr, che illustrerà alcuni applicativi sviluppati nel progetto “Astrea”: il Court Technology Laboratory e un’analisi giurimetrica on-line su 32.000 sentenze.
Da diversi anni le tecnologie informatiche promettono di rendere la giustizia più efficace, efficiente e trasparente. Il convegno “Tecnologie dell’informazione e della comunicazione per la giustizia”, promosso dall’Istituto di ricerca sui sistemi giudiziari (Irsig) del Consiglio nazionale delle ricerche e che si svolgerà il 23 marzo prossimo a Roma, presso la sede del Cnr in p.le Aldo Moro 7 (inizio ore 10,30), vuole fare il punto della situazione e presentare i risultati del Progetto Miur “Astrea”, coordinato dall’Irsig-Cnr di Bologna. “Il nostro scopo”, spiega il prof. Giuseppe Di Federico, direttore dell'Irsig-Cnr, “è stato quello di sviluppare per la giustizia italiana strumenti tecnico-informatici all’avanguardia che garantissero ai cittadini una maggiore sicurezza e tutela dei propri diritti, come previsto dal Programma nazionale di ricerca”. Tra i risultati di eccellenza di Astrea c’è il "Court Technology Laboratory" (CTLab), il primo esempio di laboratorio per le tecnologie applicate alla giustizia in Europa, una vera e propria aula di udienza virtuale, realizzata presso l’Ufficio del giudice di pace di Bologna. “Il CTLab”, spiega Davide Carnevali, ricercatore dell’Irsig, “è un ambiente di 10 metri per 5, provvisto di una struttura tecnologica multimediale con configurazione modulare: impianti per la trasmissione dati e per la gestione di collegamenti video-audio, sistema microfonico conference, telecamere multiple con punti di ripresa verso ogni postazione, predisposizione per videoconferenze e streaming video... continua su http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Marzo/42_mar_2007.htm Roma, 21 marzo
2007 La scheda Chi: Istituto di ricerca sui sistemi giudiziari del Cnr di Bologna Che cosa: Convegno “Astrea: Tecnologie dell’informazione e della comunicazione per la giustizia” Dove: Consiglio Nazionale delle Ricerche, P.le Aldo Moro, 7 – Roma (Aula Marconi) Quando: 23 marzo 2007, ore 10,30 Per informazioni: Giuseppe Di Federico, direttore Irsig-Cnr Bologna,
051/2756211, e-mail dif@irsig.cnr.it,
Davide Carnevali, Irsig, Cnr, tel. 051/2756229, e-mail
davide.carnevali@irsig.cnr.it, Marco Fabri, Irsig, Cnr, tel.051/2756217, e-mail
marco.fabri@irsig.cnr.it
Hi - tech Cnr per i Beni Culturali Salone dell’Arte
del Restauro Padiglione 3 (posizione D8-E7, lungo la Ferrara dal 22 al
25 marzo 2007
Raggi laser, risonanza
magnetica, nuovi materiali, tecnologie
per il monitoraggio e l’analisi non distruttiva, strumentazioni per restauri
e ricostruzioni virtuali.
E’ il ricco bagaglio hi-tech
con cui il Dipartimento Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle
Ricerche approda al Salone dell’Arte
del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali, che si terrà
a Ferrara dal 22 al 25 marzo 2007. Nate nei laboratori
dall’incontro di numerosi ambiti disciplinari, le strumentazioni e metodologie
del Cnr sono tutte votate alla scarsa invasività e all’indagine in situ per ‘curare’ e riportare alla bellezza originaria i
monumenti. “Il
Dipartimento del Cnr, che ha iniziato ad essere
operativo dal 2006” spiega il direttore Maria Mautone
“si pone come l’unico in Italia che, al di là del Ministero per i Beni e le
Attività Culturali, possa vantare al suo interno un ventaglio tanto ampio di
saperi e tecnologie in tema di patrimonio storico artistico. Il Dipartimento
vuol essere un’interfaccia tra le componenti della ricerca
umanistico-scientifica-tecnologica e i soggetti pubblici e privati che operano
nel settore, per attuare una sinergia e una integrazione di competenze
finalizzata alla salvaguardia e alla valorizzazione dei beni culturali.
Con questo
evento intendiamo aprire uno spazio interattivo che veda i visitatori del Salone
come protagonisti di un confronto con i ricercatori del Cnr attraverso lavori
scientifici relativi a tre aree tematiche: diagnostica e nuove metodiche di
indagine; sperimentazioni conservative e interventi di restauro; tecnologie
dell’informazione e della comunicazione”. Nel campo della
diagnostica, una delle ultime novità è
Susi, un sensore di umidità e
salinità nato presso l’Istituto di
fisica applicata ‘Nello Carrara’ (Ifac) di Firenze, che sfruttando una tecnica
basata sulle microonde, permette di misurare il livello di umidità negli
intonaci fino a due centimetri. Dagli stessi laboratori fiorentini arriva anche
uno strumento che, utilizzando la radiazione elettromagnetica, effettua la
scansione ad alta risoluzione su opere pittoriche per identificare la
costituzione dei materiali compositivi e per scoprire disegni preparatori e
pentimenti d’autore. Con lo
spettrometro XRF portatile, progettato e assemblato presso l’Istituto per le
tecnologie applicate ai beni culturali (Itabc), grazie alla fluorescenza X, si
può conoscere direttamente la composizione elementare dei metalli, come nel caso
del Pugile del Museo Nazionale Romano, dei Bronzi di Porticello del Museo
Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria e delle monete del Tesoro di
Misurata in Libia. Prove non-distruttive sono state effettuate anche sul Teatro
romano di Aosta con il metodo GPR (Ground
Penetrating Radar) e sulla Torre dei Capocci di Roma, mentre rilievi scanner
laser eseguiti dall’Istituto per i beni archeologici e monumentali (Ibam) hanno
permesso di ricostruire le modalità di assemblaggio del rosone della romanica
cattedrale di Troia per avviarne il restauro. Se ci si
sposta a Pisa, le tecnologie laser
scanner 3D hanno riprodotto virtualmente la Cattedrale, ricostruita per
superfici, grazie a circa 390 milioni di
triangoli. Gli studi
diagnostici del Cnr non tralasciano i meccanismi che interessano l’interazione
tra l’ambiente, in particolare il clima, e il patrimonio culturale, per il
controllo dei quali è stato realizzato dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e
del clima (Isac) il ‘Dew Point Sensor’ contro i fenomeni di condensa che interessano, ad esempio, i monumenti megalitici di
Malta e le vetrate delle cattedrali gotiche. L’ambito delle
sperimentazioni conservative e degli interventi di restauro vede tra i protagonisti la
Pala del Romanino, presso i Musei civici di Padova, la vetrata di Duccio nell’
Abside del Duomo di Siena, con indagini chimico analitiche, rispettivamente sui
colori e il vetro, ad opera dell’Istituto di chimica inorganica delle superfici
(Icis), e il Bedestan, antica chiesa gotica, il cui recupero affidato all’Itabc
si lega alla valorizzazione e riqualificazione
di un’area storicamente stratificata nel centro di Nicosia a
Cipro. Lo studio di nuove malte
‘reversibili’ per il restauro dei mosaici e
della coesione dei materiali lapidei è indirizzato a una conservazione
preventiva che si ottiene anche
attraverso una buona manutenzione. Non esclusa l’analisi del rischio di
vulnerabilità dei centri storici, grazie
ad una metodologia presentata dall’Istituto per le tecnologie della costruzione
che si basa sullo sviluppo di un sistema integrato in ambiente GIS in grado di
costruire gli scenari di danno in ambiente urbano. Infine, l'incontro tra beni culturali e intelligenza artificiale per la documentazione e la fruizione si realizza, ad esempio, nella ricostruzione del Ninfeo dei Tritoni a Hierapolis, nel paesaggio archeologico dell’antica via Flaminia, per arrivare ai sistemi SIINDA (Istituto per le applicazioni del calcolo) e Arkis (Itabc) capaci di supportare l’esperto nell’analisi del degrado di un monumento e di monitorare lo stato di conservazione del bene. Continua su: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Marzo/41_mar_2007.htm
La casa di
legno supera la prova del fuoco Nuovi e
incoraggianti risultati per il progetto Sofie coordinato dall’Istituto per la
valorizzazione del legno e delle specie arboree (Ivalsa) del Cnr e finanziato
dalla Provincia di Trento. Un edificio ligneo di tre piani supera la prova
d’incendio effettuata presso i laboratori giapponesi di
Tsukuba
Dopo il test antisismico del 2006, una nuova prova di resistenza è stata eseguita sulla “casa Sofie”, un edificio a tre piani realizzato interamente con legno trentino proveniente da foreste certificate e costruito con il sistema X-Lam (‘cross laminated timber’, pannelli di tavole di legno incollate a strati incrociati), studiato dai ricercatori dell’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree (Ivalsa) del Consiglio nazionale delle ricerche di San Michele all’Adige (Tn). “La casa Sofie è stata sottoposta a una prova di incendio reale presso il Building Research Institute di Tsukuba in Giappone”, spiega Giovanna Bochicchio, responsabile del laboratorio di comportamento al fuoco dell’Ivalsa-Cnr. “Il test ha dimostrato che un edificio realizzato con il sistema X-Lam, completo dei materiali costruttivi di rivestimento tradizionali, può resistere a un incendio della durata di un’ora conservando le sue proprietà meccaniche e lasciando inalterata la struttura portante, senza causare serio pericolo agli occupanti. L’edificio è stato sottoposto a un carico di incendio doppio rispetto a quello normalmente presente in una camera d’albergo. In una stanza posta al primo piano, dotata di due finestre semiaperte e una porta tagliafuoco chiusa, è stato inserito un letto e altre riproduzioni di arredo. Una volta che l’incendio si è pienamente sviluppato, le fiamme sono fuoriuscite dalle finestre, lambendo le pareti esterne, ma le strutture dell’edificio sono state interessate solo marginalmente dall’evento, mentre fumo e fuoco non si sono propagati alle camere vicine e agli altri piani. La prova ha quindi confermato gli esiti eccellenti dei test preliminari già effettuate presso il nostro laboratorio”. L’aspetto della resistenza al fuoco degli edifici di legno viene studiato con estrema attenzione dagli addetti al settore, visto che rappresenta uno dei problemi principali che ne limitano fortemente l’apertura al mercato edilizio. Continua su: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Marzo/40_mar_2007.htm
I PROFUMI DI AFRODITE E IL SEGRETO DELL’OLIO Le ultime
scoperte archeologiche realizzate a
Cipro dal Cnr in mostra ai Musei Capitolini, dal 14
marzo al 2 settembre 2007.
Più di
100 reperti archeologici e 4 essenze preistoriche esposti per raccontare la storia della più antica fabbrica
di profumi del Mediterraneo È
tutta da vedere e da annusare la nuova mostra “I
profumi di Afrodite e il segreto dell’olio. Scoperte archeologiche a Cipro” che le sale di Palazzo Caffarelli, ai
Musei Capitolini di Roma, ospiteranno da domani 14 marzo fino al 2 settembre 2007.
Promossa dall’Assessorato alle Politiche Quasi 60
reperti provengono dal sito archeologico di Pyrgos nell’isola di Cipro, dove la Missione
Archeologica dell’Istituto per le Tecnologie
Applicate ai Beni Culturali (Itabc) del CNR
ha portato alla luce la più antica fabbrica di profumi - ad
oggi nota - del Mediterraneo. Ben 4 profumi preistorici sono stati ricreati
appositamente per la mostra, sulla base di prove di
archeologia sperimentale e potranno essere annusati dal pubblico lungo il
percorso. Tutti gli elementi che costituiscono la mostra guidano
il visitatore attraverso l’affascinante
scoperta, emersa a Pyrgos (sito sul versante meridionale della collina di
Mavroraki nell’isola di Cipro), dei resti di
un impianto industriale
costituito da un vasto edificio di
almeno È
stato così dimostrato per la prima
volta che nell’estremo bacino orientale del Mediterraneo l’olio d’oliva non veniva prodotto a
soli scopi alimentari ma anche come base
per la produzione di antichi profumi.
Le
otto campagne di scavo - iniziate nel 1998 dalla Missione Archeologica Italiana
del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dirette dalla ricercatrice Maria Rosaria Belgiorno - hanno messo in luce fino ad oggi il 30% circa del complesso
architettonico. “I profumi di
Afrodite e il segreto dell’olio. Scoperte archeologiche a Cipro”
racconta
una storia, quella di Pyrgos, che nei suoi sviluppi
ricorda le vicende di Pompei. Intorno al 1850 a.C. un violento terremoto sorprese gli abitanti
del villaggio. Le mura del “polo industriale”
crollarono e ricoprirono officine e laboratori. Non è escluso che la
totale distruzione dell’edificio e la decisione di abbandonare il sito da parte
degli abitanti sia stata causata non solo dall’evento
sismico, ma anche da un violento
incendio divampato dopo il terremoto, alimentato dall’enorme quantità di
olio fuoriuscito dalle giare travolte dal crollo delle strutture murarie.
Come avvenne per Pompei, anche a Pyrgos è
bastato scavare sotto un sottile strato di terra per trovare un vero e proprio
mondo sigillato. Quando la
fabbrica dei profumi fu scoperta, la disposizione dei vasi e delle suppellettili mostrava che al
momento del terremoto si stavano producendo diverse essenze profumate. Nel cortile adiacente sono stati
trovati preziosi askoi e decine di vasi, bacili,
tazze, porta profumi e attingitoi accanto ad una giara
e ad altri tre grandi contenitori anforoidi che fanno
ipotizzare la presenza di una sorta di luogo di scambio assimilabile
ad una vera e propria profumeria. Anfore, imbuti, brocche, pissidi, incensieri, bracieri,
miscelatori e mortai – di cui 12
vetri, 5 alabastra e altri manufatti in ceramica e pietra – sono
gli oggetti, provenienti dallo scavo archeologico di Pyrgos e dal Museo distrettuale di Limassol, che costituiranno il cuore di “I
profumi di Afrodite e il segreto dell’olio. Scoperte
archeologiche a Cipro”. Alcuni oggetti del corredo vascolare della fabbrica dei
profumi sono particolarmente interessanti e curiosi. Primo fra tutti l’apparato distillatorio, composto da 4
grandi vasi in terracotta, che costituisce il primo esempio di alambicco della storia,
trovato in situ, di cui sia stata provata la funzionalità
attraverso una replica. L’insieme, di enorme importanza
storica, retrocede di oltre 2600 anni la conoscenza delle pratiche distillatorie ritenute un’invenzione araba del VII sec.
A.C. Tra gli
oggetti di impiego tecnologico ci sono gli imbuti in
terracotta, i più antichi finora mai
rinvenuti, pressoché identici a quelli usati oggi. Ma
vi sono anche vasi di particolare
bellezza come l’anfora con due idoli
al posto delle anse, la brocca cosiddetta dei “serpenti”, un
pregevole supporto per vaso a ferro di
cavallo che era forse adoperato per sostenere sul fuoco vasi nei quali si
produceva un profumo speciale, un
rarissimo mortaio composto da più di 18 coppelle multiple, trovato vicino ad
un bacile incrostato con resina mista ad oppio e una tavoletta di pietra per cosmetici, forse
“Kohl”, la cui superficie piana mostra un cerchio
ellissoidale di abrasione, lasciato dallo scorrimento dell’assicella che
mescolava l’Hennè. La continuità storica attraverso i secoli della
produzione dei profumi nel distretto di Limassol è
documentata, inoltre, da una serie di
bottigliette portaprofumi
appartenenti ai periodi storici successivi al terremoto di Pyrgos, fino al periodo bizantino. Tra questi vi sono
pregevoli incensieri rinvenuti nel
tempio di Afrodite di Amathunte (Limassol) e due statuette di oranti che recano un
fiore tra le mani. Tra
i 12 oggetti di vetro si distingue per la sua bellezza una bottiglietta a stampo, con un grappolo
d’uva e rose in rilievo, dalle affascinanti iridescenze.
Concludono
la mostra alcuni oggetti moderni,
utilizzati ancora oggi a Cipro per la produzione di essenze destinate ad uso
domestico o liturgico: alambicchi per
l’estrazione dei profumi di limone, arancio amaro e rosa. Lungo il percorso espositivo si potranno poi
annusare le fragranze di 4 dei profumi preistorici rinvenuti nelle bottiglie
portaprofumi di Pyrgos,
ricreati dal Centro di Archeologia Sperimentale “Antiquitates” di Blera. Attivo già da vent’anni, il Centro di
Archeologia Sperimentale Antiquitates,
fondato da Angelo Bartoli, è stato il primo ed unico
centro di sperimentazione abbinata ai risultati dell’archeologia in tutta
Italia. Si occupa non solo della divulgazione della conoscenza archeologica,
mediante una serie numerosa di laboratori archeo-didattici, ma soprattutto ripropone la ricostruzione di forme di vita
del passato utilizzando materiali e utensili il più
vicino possibile a quelli antichi. Nel caso dei “profumi di
Afrodite” il Centro Antiquitates ha riprodotto i materiali ceramici e le macine
in pietra nelle forme e nelle dimensioni di quelli ritrovati nella fabbrica di
Pyrgos. Un’attenta
analisi per la realizzazione pratica
dei profumi è stata rivolta alle
piante utilizzate per ottenere le essenze
necessarie per tale produzione. Oltre all’olio d’oliva, le analisi di
laboratorio del contenuto delle fosse, delle brocche e dei portaprofumi hanno evidenziato la
presenza di essenze come il coriandolo, il bergamotto, la trementina, le
mandorle amare, l’alloro, il mirto e il prezzemolo. Per la sperimentazione
presso il Centro Antiquitates sono stati usati oltre
all’olio d’oliva, foglie, fiori e frutti di alloro,
cannella, finocchio, terebinto, lavanda, rosa, prezzemolo, mirto, coriandolo,
bergamotto, menta, menta bergamotto, origano, anice, mandorla amara e pino
d’Aleppo. Attraverso le due tecniche “a caldo” e “della
distillazione” sono stati riprodotti i
procedimenti di estrazione degli oli profumati,
così come era in uso nella “fabbrica dei profumi” di Pyrgos. Considerato che il profumo si compone di una base, un cuore e le fragranze, grazie
all’archeologia sperimentale si crede che la distillazione fosse funzionale alla
produzione delle basi, mentre l’estrazione a caldo alla creazione delle
fragranze utilizzabili nel tempo...
La Lis
protagonista per tre giorni a Verona La città veneta ospita il III Convegno nazionale sulla Lingua dei
segni in cui studiosi ed esperti illustrano le più importanti ricerche in corso e i più
significativi risultati raggiunti E’ un evento atteso da tempo, perché permette, a distanza di 9 anni dall’ultima iniziativa analoga, di fare il punto su una realtà importante e ancora poco conosciuta: la Lingua dei Segni Italiana (Lis) dei sordi. Il terzo Convegno nazionale sull’argomento si intitola Dall’invisibile al visibile e si svolge dal 9 all’11 marzo presso la Fiera di Verona. Organizzata dall’Ente nazionale sordi (Ens) in collaborazione con varie associazioni e strutture scientifiche, tra cui l’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione (Istc) del Consiglio nazionale delle ricerche, la manifestazione richiamerà nella città scaligera un folto numero di relatori, che, grazie ai loro interventi, forniranno un quadro esaustivo e dettagliato delle ricerche in atto sulla materia. “Nella tre giorni veronese”, spiega Virginia Volterra dell’Istc-Cnr, animatrice delle prime ricerche in questo campo, “le tematiche affrontate sono numerose: si discute su come raccogliere e archiviare le testimonianze storiche, si fa il punto sulla ricerca linguistica e psicolinguistica, si valutano i tempi e i modi di acquisizione, si parla della didattica, del rapporto con le nuove tecnologie e con il mondo artistico (cinema, poesia, teatro, narrativa), si esamina il ruolo della Lis in contesti riabilitativi e terapeutici e le più recenti scoperte in campo neuropsicologico”. Tutti interessanti gli interventi dei ricercatori dell’Istc-Cnr presenti. “Di un settore decisamente ancora poco esplorato”, prosegue Volterra, “parlerà Barbara Pennacchi, una collega sorda che presenta una serie di osservazioni e riflessioni sulla mancanza di una scrittura della Lis che aiuti a preservarne il patrimonio culturale e a documentarne i cambiamenti e che propone l’uso del sistema di ‘Sign Writing’ (SW) sperimentato nel ‘Laboratorio SW’ di Roma, illustrandone le principali regole visivo-mnemoniche”. continua su http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Marzo/37_MAR_2007.HTM Roma, 8 marzo 2007
Sottovalutato il rischio insufficienza renale Uno studio del Cnr di Reggio Calabria per ottimizzare l’impiego delle
terapie disponibili nella cura dei nefropatici: oltre 4.000.000 di italiani a
rischio di tale patologia. Domani, 8 marzo è la giornata mondiale del rene In Italia sono circa quattro milioni le persone che presentano segni di laboratorio indicativi di danno renale o di insufficienza renale più o meno grave. Un problema in crescita esponenziale che colpisce circa l’8 per cento della popolazione mondiale e che ha spinto alcuni ricercatori di Reggio Calabria a disegnare uno studio multicentrico, denominato MAURO (Multipli interventi e AUdit nelle malattie Renali per Ottimizzarne il controllo), con il coinvolgimento della maggior parte dei centri di nefrologia calabresi e di alcuni centri della Sicilia orientale e della Puglia. Circa 600 i pazienti ‘arruolati’, che resteranno per 3 anni sotto il controllo dei ricercatori impegnati in prima linea a livello internazionale nella prevenzione e nella cura di questa diffusa malattia. Ricercatori che hanno contribuito a portare il nostro Paese al primo posto in Europa nella ricerca sull’insufficienza renale. E l’eccellenza, una volta tanto, ha premiato il Sud: “Una recente ricognizione su scala europea, valutata attraverso la quantificazione degli impact factor”, spiega Carmine Zoccali dell’Istituto di biomedicina e immunologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Reggio Calabria (Ibim-Cnr), “ha collocato il gruppo di Reggio Calabria ai vertici fra i centri specialistici di eccellenza in nefrologia: secondo in Italia dopo l’istituto Mario Negri di Bergamo e terzo in Europa”. L’interesse scientifico per il problema è in progressivo aumento ma le risorse investite rispetto alla sua rilevanza sono ancora scarse. “Nonostante le cifre allarmati circa l’epidemia di gradi lievi e moderati di insufficienza renale”, prosegue Zoccali, “questa malattia è ancora considerata come una patologia rara il cui unico rischio è la remota possibilità di evoluzione verso la fase terminale di malattia, quella che richiede la dialisi o il trapianto. Le gravi conseguenze dell’insufficienza renale sul sistema cardiovascolare e l’alto rischio della disfunzione renale nei pazienti con malattie coronariche e nell’insufficienza cardiaca, invece, sono poco considerate e ancora scarsamente studiate”. Il Gruppo di ricerca Ibim-Cnr, che è associato all’unità operativa di nefrologia, dialisi e trapianto di rene degli Ospedali riuniti di Reggio Calabria, negli ultimi dieci anni è stato tra i gruppi leader a livello internazionale nello studio di questi fattori. Uno dei maggiori contributi è stato quello di aver mostrato la rilevanza clinica per il danno cardiovascolare di una sostanza (dimetilargina asimmetrica o Adma) che si accumula nel sangue in proporzione alla perdita di funzione renale. I ricercatori di Reggio Calabria sono stati i primi a dimostrare che la mortalità dei pazienti con malattie renali di grado moderato o severo e dei pazienti in dialisi è proporzionale alla concentrazione di questa sostanza. “Questa scoperta”, sottolinea il ricercatore del Cnr “ha attratto l’attenzione di molti gruppi di ricerca Europei e Nord Americani e attualmente in Gran Bretagna e negli USA si stanno sviluppando farmaci che possano abbassare la quantità di questa sostanza nel sangue”.
continua su: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Marzo/36_MAR_2007.HTM
Epidemia spam in
Italia Due terzi di posta elettronica occupati da immondizia e
messaggi indesiderati. Lo attesta una indagine statistica dell’Iit-Cnr. Molto
ridotti i virus, mentre impazza il phishing, il tentativo di dirottare gli
utenti su pagine web fasulle. Le email immondizia sono sempre più pesanti,
causano danni costosi ma rendono molto alle
spam-gang Sessantuno miliardi di messaggi spam al giorno circolanti in Europa, quasi il 90 per cento del totale delle email scambiate, con costi annui che, secondo la Commissione Europea, sfiorano i 39 miliardi di euro. Ma anche in Italia la diffusione dello spam ha ormai raggiunto e superato il livello di guardia. Le statistiche raccolte dall’Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Iit-Cnr) documentano una situazione che, sia pur decisamente migliore rispetto agli indici americani, peggiora progressivamente. “Da un’analisi statistica sui server di posta elettronica dell’Iit emerge che, nel 2006, il tasso di spam medio è stato di circa il 66 per cento”, osserva Stefano Ruberti, responsabile della posta elettronica dell’Iit-Cnr e del Registro del ccTLD .it, l’organismo che assegna i domini internet ‘.it’”. A fronte di 2.846.282 messaggi di posta ricevuti, il sistema ne ha classificati come ‘clean’, puliti, poco meno di 970mila (34 per cento). Ben 1.876.511 email erano invece spam o virus: in particolare, 614.772 (32,7 per cento del totale dei messaggi-spazzatura) sono state etichettate come spam ma recapitate comunque all’utente per evitare ‘falsi positivi’ e 504.408 (26,8 per cento) bloccate e poste in quarantena perché spam acclarato. Altri 732mila messaggi sono stati bloccati dai sistemi di controllo Rbl, che identificano indirizzi noti come mittenti di spamming: un numero enorme, se si considera che tali controlli sono in funzione solo dall’8 novembre scorso. Infine, 25.477 email sono state classificate come portatrici di virus (appena l’1,3 per cento): a dimostrazione di come le infezioni abbiano ceduto il passo ad attività truffaldine ben più remunerative. Tra queste, nel 2006, spicca il ‘phishing’, il tentativo di dirottare gli utenti su pagine web fasulle che ricordano quelle di banche o portali per l’acquisto di prodotti online al fine di carpire password e codici di autenticazione”. Per dare un’idea di quanto lo spam ostacoli la normale attività di rete si pensi che, per analizzare tutti i messaggi infetti, il server Iit ha impiegato oltre 1.315 ore di lavoro. “La tendenza”, conferma l’amministratore della posta Iit, “è in costante crescita: gli indici di gennaio 2007 parlano già di un tasso di spam superiore al 72 per cento. Le tecniche, del resto, sono sempre più raffinate. “L’ultimo nato è l’image spam: messaggi che non contengono più testo ma immagini digitali, più difficili da analizzare, che secondo la società americana Ironport hanno raggiunto il 25 per cento del totale, a fronte del 4,8 per cento dell’ottobre 2005 (una crescita del 421 per cento). Con l’avvento delle immagini è cresciuta la dimensione media dei messaggi indesiderati (da 8,9 a 13 K, più 46 per cento): lo spam mangia oltre 800 terabyte di banda Internet al giorno (erano circa 250 nell’ottobre 2005) con conseguenze gravi sia per gli utenti (che pagano con la lentezza della navigazione) e, soprattutto, per le aziende, costrette a fare i conti con cali di produttività (i dipendenti perdono nel selezionare la posta almeno 15 minuti al giorno) e la necessità di investire risorse in personale e sistemi antispam”. A mettere in ginocchio la posta elettronica sono circa 200 “spam gang”, non più di 600 professionisti che producono l’80 per cento del traffico mondiale di spam. Il più noto spammer, Jeremy Jaynes, classe 1974, arrestato e condannato a 9 anni di carcere, ha accumulato un patrimonio personale di 24 milioni di dollari. Ma i tentativi di repressione si scontrano con l’uso di società e server e normative non sempre adeguate: la culla dello spamming è negli Stati Uniti, ma Cina, Russia, Giappone e Corea del Sud avanzano a grandi passi. “E’ sufficiente che pochi destinatari abbocchino, poiché i costi sono prossimi allo zero”, conclude Ruberti. “Ma l’obiettivo è mettere in ginocchio i sistemi di posta e non è escluso che chi propone (a pagamento) sistemi anti spam abbia contribuito alla sua diffusione: un sistema già sospettato nella prima, massiccia ondata di virus per computer”. Roma, 2 marzo
2007 La schedaChi: Istituto di informatica e telematica del Cnr di Pisa Che cosa: studio statistico sullo spamming Per informazioni: Luca Trombella, Stefano Ruberti, Istituto di informatica e telematica del Cnr, email luca.trombella@iit.cnr.it; tel. 348/4421488; Stefano Ruberti, responsabile del laboratorio di posta elettronica dell’Istituto di Informatica e Telematica del Cnr, email stefano.ruberti@iit.cnr.it; tel. 050/3152076
Mele, cipolle e vino rosso, nemici dei tumori La
quercetina, un antiossidante presente in alcuni alimenti, può migliorare
l’efficacia dei farmaci antitumorali nella cura della leucemia. I risultati in
uno studio del Cnr di Avellino pubblicato on line sulla rivista Leukemia Mele, cipolle, tè e vino rosso: sono alimenti o
farmaci? Alimenti con effetti salutistici potrebbe essere la risposta e,
questo, grazie alla presenza di una piccola molecola ad attività antiossidante,
la quercetina, che secondo uno studio dei ricercatori dell’Istituto di scienze
dell’alimentazione (Isa) del Consiglio nazionale delle ricerche di Avellino potrebbe essere utilizzata nella terapia
delle leucemie. Questa molecola, presente in quantità non trascurabili nella nostra dieta, il
suo valore, infatti, è di 25-30 milligrammi al giorno, ha una potenziale attività
chemiopreventiva, cioè la capacità che hanno le molecole naturali o sintetiche
di bloccare il processo di trasformazione di una cellula normale in tumorale,
oppure di revertirlo se già in atto. “Molte sostanze
ad attività chemiopreventiva sono presenti in alimenti di origine vegetale,
come frutta e verdure e in bevande come tè e vino rosso”, sottolinea Gian Luigi
Russo, ricercatore presso l’Isa-Cnr e responsabile della ricerca. “Queste sostanze agiscono per lo più da
antiossidanti, contrastando gli effetti deleteri dei radicali liberi sulle
cellule dell’organismo e modulando l’attività di numerosi enzimi responsabili
della detossificazione da sostanze cancerogene assunte dall’esterno
(nell’ambiente, attraverso l’alimentazione, ecc.)”. Uno dei sistemi che gli
organismi viventi hanno messo in atto nel corso dell’evoluzione per liberarsi
di cellule danneggiate, quali quelle pre-cancerose, che si generano all’inizio
del processo di trasformazione tumorale, è il ‘suicidio cellulare’ programmato,
comunemente noto come apoptosi. In
altre parole, l’organismo si attiva per liberarsi di cellule proprie
irreversibilmente danneggiate, a vantaggio della sopravvivenza dell’intero
organo o individuo. Questo spiega come molti farmaci
antitumorali di nuova generazione agiscano su meccanismi che attivino
l’apoptosi cellulare. Tuttavia, alcuni tumori, e tra questi diverse leucemie,
sono resistenti sia alla normale chemioterapia sia a farmaci pro-apoptotici in
fase sperimentale (ad esempio TRAIL, un ligando per un recettore apoptotico
presente sulla membrana cellulare). “Noi abbiamo dimostrato su un ampio spettro di
linee cellulari derivate da leucemie umane”, spiega Gian Luigi Russo, “che la
quercetina è in grado di “sensibilizzare” tali cellule all’azione di farmaci
pro-apoptotici”. “Più in dettaglio”, aggiunge Maria Russo, partecipante alla
ricerca, “la quercetina “predispone al suicidio” indotto da farmaci
pro-apoptotici, che in assenza di questa molecola sono assolutamente inefficaci
nei confronti delle stesse cellule”. “Sebbene lo studio abbia fornito dati
incoraggianti”, fa notare il ricercatore dell’Isa-Cnr, “è stato eseguito su
linee cellulari, mentre un lavoro parallelo, condotto in collaborazione con
Silvestro Volpe del Reparto di Ematologia dell’Ospedale Moscati di Avellino, su
cellule di pazienti affetti da leucemie mieloidi e linfoidi conferma l’attività
sinergizzante della quercetina quando è associata a farmaci antitumorali”. “Le
concentrazioni di quercetina utilizzate nel nostro studio”, conclude Gian Luigi
Russo, “sono compatibili con l’assunzione dietetica giornaliera della molecola
nell’ambito di un regime alimentare ricco di frutta e verdura. Inoltre, la
scarsa tossicità della quercetina anche quando somministrata a elevati dosaggi
lascia ben sperare per la progettazione di test clinici sia per l’utilizzo
della molecola come farmaco sia come agente chemiopreventivo”. Roma,
1 marzo 2007 La scheda Chi: Istituto di scienze dell’alimentazione (Isa-Cnr) di Avellino Che cosa: studio sulla quercetina, molecola
antiossidante da utilizzare nella
terapia delle leucemie. Per informazioni: Gian Luigi Russo, Istituto di scienze dell’alimentazione del Cnr - tel. 0825/299431;, e-mail glrusso@isa.cnr.it Referenze: Russo Maria, Nigro Patrizia, Rosiello Romina,
D'Arienzo Rossana, Gian Luigi Russo. Quercetin enhances CD95 and
TRAIL induced apoptosis in leukemia cell lines, Leukemia, marzo, 2007 http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Febbraio/34_FEB_2007.HTM
Nasce la medicina per l’apnea… lunare L’Ifc-Cnr estende le ricerche di medicina subacquea alla fisiologia clinica
spaziale, per supportare il progetto di iniziativa italiana “Moon Base”, che si
propone di realizzare sulla Luna una base stabile per le esplorazioni. Se ne
parlerà venerdì 2 marzo all’Area
della Ricerca di Pisa durante il simposio “Ai confini della fisiologia” Dagli abissi marini alla Luna. L’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) prosegue le ricerche biomediche proficuamente avviate sull’immersione in apnea profonda e con l’autorespiratore, estendendole ad un altro settore di frontiera: la fisiologia clinica spaziale. L’occasione è offerta dal progetto “Moon Base: a challenge for humanity”, nato su iniziativa dell’associazione Solidarietà e Sviluppo, che coinvolge l’industria aerospaziale italiana e che si propone, nel prossimo futuro, di realizzare una base stabilmente abitata sulla Luna come punto di partenza delle attività di esplorazione spaziale. I ricercatori dell’Ifc e i colleghi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e del Dipartimento di Fisiologia Umana dell’Università pisana, già protagonisti in Europa del primo Master in medicina subacquea e iperbarica, sono stati coinvolti in un’analisi mirata a creare una rete internazionale con l’obiettivo di mettere a punto tecniche di telemedicina per monitorare gli astronauti che dovranno rimanere a lungo nello spazio e, contestualmente, avviare lo sviluppo di una vera e propria “fisiologia clinica” di settore. “L’avanzare delle indagini biomediche, specialmente in medicina subacquea ed iperbarica, costituisce un riferimento per la ricerca in medicina aerospaziale”, osserva Remo Bedini dell’Ifc. “Il Consorzio ha preso in considerazione strutture di chiara fama nel settore della medicina subacquea, disciplina che più si avvicina alle problematiche dell’ambiente spaziale. Nel novembre scorso, a Mosca, sono state gettate le basi di un rapporto organico di collaborazione fra l’Ifc-Cnr e l’Ibmp di Mosca (Institute of Biomedical Problems), uno dei più noti per la ricerca biomedica in ambiente subacqueo, che dai voli di Gagarin ad oggi segue tutti gli aspetti biomedici durante il volo spaziale”. continua su Roma, 28 febbraio 2007 La scheda Chi: L’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) Che cosa: Progetto “Moon Base”, che si propone di realizzare sulla Luna una base stabile per le esplorazioni Dove: presso Area della Ricerca di Pisa durante il simposio “Ai confini della fisiologia” Quando: 2 marzo 2007, ore 9.00 Per informazioni: ing. Remo Bedini., Ifc-Cnr, tel. 050/3152286, e-mail: bedini@ifc.cnr.it, dr. Alessandro Pingitore, Ifc-Cnr, tel. 050/3152606, e-mail pingi@ifc.cnr.it
Un
laboratorio mobile per i beni culturali Servirà
come supporto nella ricerca, nello scavo e nella conservazione del patrimonio
costruito e archeologico e consentirà l’esecuzione di molteplici operazioni
direttamente “in loco”. Il laboratorio, nato dal Centro di competenza regionale per lo sviluppo e il trasferimento
dell’innovazione applicata ai beni culturali e ambientali (Innova) di cui ente capofila è il Consiglio
nazionale delle ricerche, sarà
presentato domani a Napoli. Il patrimonio
culturale può contare su un laboratorio mobile in grado di garantire la
sicurezza, la conservazione e la valorizzazione del costruito storico e
archeologico. E’ il risultato innovativo offerto ai ricercatori e ai
professionisti del settore dal Centro di competenza regionale ‘Innova’ e verrà
presentato per la prima volta in pubblico, martedì
27 febbraio, alle ore 11.30 presso l’Istituto di Cibernetica "E.
Caianiello"(Icib) del Cnr di Pozzuoli (Na), via Campi Flegrei 34
-Comprensorio "A.Olivetti". Il laboratorio
mobile permetterà ad archeologi, restauratori e ricercatori di trasportare e
usare direttamente nei siti originari le strumentazioni necessarie per eseguire
sofisticate operazioni di analisi, studio e conservazione di reperti o edifici. “Si tratta di
un’unità lavorativa e abitativa autosufficiente, anche dal punto di vista
energetico”, dichiara il prof. Claudio Claudi del Dipartimento di Progettazione
Urbana dell’Università Federico II e responsabile del progetto, “pensata per garantire lunghe permanenze dei
ricercatori nei siti di loro interesse.”
Montato sul
telaio di un Mecedes Sprinter 4x4, il laboratorio è costituito da una struttura
mobile di dimensioni ridotte in fase di trasporto, per un facile accesso nei
diversi contesti edificati, ed è dotato di un sistema di trazione tale da
potersi muovere facilmente in una strada carrabile così come in un sito
archeologico. E’ caratterizzato, inoltre, da una configurazione variabile che
consente di ampliare notevolmente il volume e la superficie occupata (da La
realizzazione delle molteplici e innovative funzionalità del laboratorio mobile
è il frutto del lavoro di ricerca dell’equipe di ‘Innova’, che con l’apporto di
risorse e competenze eterogenee (dalla archeologia all’ingegneria dei materiali
fino alla capacità di progettazione e
design innovative) è approdata al progetto finale, realizzato dalla Abicar di
Giugliano di Napoli. “Questo progetto
esemplifica bene”, dichiara il direttore di Innova Antonio Massarotti, “l’obiettivo posto ai Centri di Competenza
Regionali, che è quello di stimolare le aziende campane a confrontarsi con la
realizzazione di produzioni innovative. Partendo da un’esigenza del settore dei
Beni Culturali, infatti, abbiamo coordinato gli sforzi di Università, enti di
ricerca e ditte della regione attorno a un progetto innovativo, oltre che
esportabile in altri contesti”. Una soluzione
analoga a quella del laboratorio mobile potrebbe essere facilmente adattata
alle esigenze della “Protezione Civile” o della “Croce Rossa”, dell’Esercito o
in tutte quelle attività in cui sia indispensabile la mobilità e l’allestimento
in tempi brevissimi di spazi completamente attrezzati e funzionali. Alla
Conferenza stampa prenderanno parte l’Assessore all’Università e La Conferenza inoltre sarà preceduta, alle 10.30, da una visita dell’assessore e dei giornalisti presenti al Laboratorio Mobile e ai Laboratori di Diagnostica dei Materiali e di Grafica Distribuita e Calcolo Avanzato presso l’Istituto di Cibernetica "E. Caianiello" del CNR e afferenti a Innova. Roma, 26 febbraio 2007 La scheda
Chi: Centro di Competenza Regionale ‘Innova’ Che cosa: presentazione del laboratorio mobile per i beni culturali Dove: Napoli, aula seminari dell’ Istituto di cibernetica “E.
Caianiello” (Icib) del Cnr di Pozzuoli
(Na), via Campi Flegrei 34 -Comprensorio “A.Olivetti” Quando: 27 febbraio, ore 11.30 Per informazioni: dr. Vincenzo Napolano, Istituto di cibernetica “E. Caianiello” (Icib) del Cnr, tel. 081/8675080, e mail: v.napolano@cib.na.cnr.it; dr.ssa Marina Bufacchi, ‘Innova’, tel. 081/8675332, e mail: marina.bufacchi@innova.campania.it http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Febbraio/32_FEB_2007.HTM
Un Libro, tre religioni, le donne Ciclo di incontri dedicato a Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Gli
esperti affronteranno gli aspetti storici, le tematiche di attualità e il ruolo
femminile nei monoteismi abramitici La conoscenza delle religioni,
considerata fino ad alcuni anni fa una curiosità priva di utilità pratica, è
divenuta con l’affermarsi della società multiculturale una necessità per
orientarsi nelle differenze identitarie. L’Associazione Movimento Donna
organizza, con il patrocinio del Consiglio Nazionale delle Ricerche e la
collaborazione dell’Ufficio stampa del CNR, un ciclo di incontri sul tema ‘Le religioni del Libro’ che si svolgerà
a Roma, presso l’Hotel ‘Parco dei
Principi’, via G. Frescobaldi, 5, alle ore 17.00. Gli incontri – a ingresso libero - avranno forma di contraddittorio-dibattito, e si svilupperanno in un appuntamento introduttivo, uno per ciascuna religione monoteistica e uno finale sul ruolo della donna nelle tre religioni. Questo il calendario: 28 febbraio 2007: la Storia delle religioni. 7 marzo: l’Ebraismo. I 14 marzo: il Cristianesimo. Dall’ebraismo alla religione ‘occidentale’; eresie, scismi e pluralità confessionale; fenomenologia della religiosità popolare; santità e canonizzazioni; la riforma conciliare del Vaticano II; ruolo del laicato nella Chiesa contemporanea; questioni etiche e morali nella società secolarizzata. Intervengono:
Rino Cammilleri, giornalista e
saggista; Giorgia Cassandro,
ricercatore di Diritto canonico ed ecclesiastico, Università di Roma ‘La
Sapienza’. 21 marzo: l’Islam. 28 marzo: Donne e religioni. Intervengono: Biancamaria Scarcia Amoretti, docente di Storia dei paesi islamici, Università ‘La Sapienza’; Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea all’Università ‘La Sapienza’, collaboratrice de “L’Avvenire” e del “Corriere della Sera”; Rachele Levi Tesciuba, docente al Liceo ebraico di Roma. Roma, 23 febbraio 2007 la notizia integrale può essere letta alla pagina: http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Febbraio/31_FEB_2007.HTM
Dna,
cibo e culture dell’uomo preistorico Un’innovativa pubblicazione promossa dalla
Fondazione Santa Lucia ed edita da Laterza. Il 26 febbraio al CNR la
presentazione nell’ambito degli appuntamenti del “Darwin
Day” Lunedì
26 febbraio 2007, alle ore 12.00, presso il Consiglio nazionale delle ricerche
(Piazzale Aldo Moro, 7) sarà presentato il volume “In carne e ossa – DNA, cibo e culture
dell’uomo preistorico”, promosso dalla Fondazione Santa Lucia e pubblicato
dagli Editori Laterza. Autori del libro sono quattro professori di
tre Università italiane: Gianfranco
Biondi (docente di Antropologia all’Università
de L’Aquila), Fabio Martini
(docente di Paleontologia ed Ecologia Preistorica all’Università di Firenze),
Olga Rickards (direttore del Centro dipartimentale di
Antropologia Molecolare per lo studio del DNA antico dell’Università di Roma
“Tor Vergata”), Giuseppe Rotilio (docente di
Biochimica all’Università di Roma “Tor Vergata” e
direttore del CeSAR, Centro Studi in Alimentazione e
Riabilitazione della Fondazione Santa Lucia di Roma). Il testo
rappresenta una visione innovativa sull’evoluzione umana. Piuttosto che
attraverso un percorso lineare, le varie specie si sono succedute le une alle
altre convivendo fianco a fianco per periodi diversi. Alle nostre spalle insomma
c’è un vero e proprio “cespuglio evolutivo”. Gli autori hanno utilizzato le
rispettive competenze in biologia, archeologia,
genetica e nutrizione per attuare un’indispensabile collaborazione e comporre la
visione naturalistica dell’origine della specie umana e della sua storia. Ne è scaturita un’affascinante “rivoluzione teorica” che
mette in luce come l’ambiente culturale e quello nutrizionale hanno interagito
per fare dell’Uomo la specie più evoluta nel contesto naturale del pianeta
Terra. Il volume viene presentato nell’ambito delle
celebrazioni e degli appuntamenti del “Darwin Day” (12 febbraio) che in questo
mese sono state organizzate anche in numerose città italiane. Alla
presentazione del libro interverranno tutti gli autori, preceduti da
un’introduzione del Presidente del Cnr, Fabio Pistella, e del Direttore Generale della Fondazione
Santa Lucia, Luigi
Amadio. Roma, 22 febbraio 2007 Per informazioni: Flavio Massimo Amadio – Ufficio Stampa Fondazione Santa Lucia tel. 06/50.32.073, e-mail fm.amadio@hsantalucia.it il comunicato originale si trova sul sito del CNR alla pagina http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Febbraio/30_FEB_2007.HTM
Lucania: dai
satelliti la scoperta di Siti archeologici Un metodo
basato sulla elaborazione di dati multispettrali ad alta risoluzione è stato sviluppato da un
team di ricercatori degli istituti Imaa e Ibam del Cnr di Potenza per individuare strutture sepolte di
interesse archeologico
Un nuovo approccio, basato sull’impiego di tecniche di elaborazione di dati satellitari, ha consentito ad un gruppo di ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche di individuare, per la prima volta, tracce di strutture sepolte appartenenti a villaggi medievali abbandonati dell’Italia meridionale. Con l’ausilio dei sensori di nuova generazione, come quelli utilizzati su QuickBird, il satellite di Google Earth, è stato infatti possibile identificare anomalie del terreno, che hanno consentito la scoperta di un insediamento medievale a Monte Irsi, ai confini tra Basilicata e Puglia. “I dati resi disponibili dal
satellite”, dice Rosa Lasaponara dell’Istituto di
metodologie per l’analisi ambientale (Imaa) del Cnr,
“offrono possibilità di elaborazione maggiori rispetto
alle tradizionali foto aeree. La presenza di strutture sepolte nel sottosuolo
modifica le proprietà di superficie, ossia la crescita della vegetazione, i
valori di umidità del suolo, l’altimetria del terreno
producendo tracce non sempre visibili dall’occhio umano e neanche da foto aeree,
ma rilevabili solo grazie alla disponibilità di dati multispettrali, ossia acquisiti in differenti bande dello
spettro elettromagnetico. La visibilità di tali tracce è stata
poi enfatizzata mediante analisi statistiche in grado di accentuare il contrasto
tra le superfici sovrastanti le strutture sepolte e
quelle circostanti“. La scoperta di Monte Irsi non è l’unico successo ottenuto dagli scienziati del Cnr... continua su http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Febbraio/29_FEB_2007.HTM Per i giornalisti sono disponibili foto ad
alta risoluzione Roma, 20 febbraio
2007 La scheda Chi: Istituto di metodologie per l’analisi ambientale e Istituto per i beni archeologici e monumentali del Cnr di Potenza Che cosa: realizzazione di una metodologia, basata sulla elaborazione di dati satellitari multispettrali, permette l’individuazione di strutture sepolte di interesse archeologico. Per informazioni: Rosa Lasaponara, Imaa - Cnr Potenza,
tel 0971/427214, e-mail lasaponara@imaa.cnr.it, Nicola
Masini, Ibam-Cnr Potenza,
tel. 0971/427321, e mail n.masini@ibam.cnr.it
Per curare il cancro ci
vuole metodo Ricercatori italiani hanno messo a punto e applicato con successo una innovativa metodologia computazionale con la quale hanno individuato i geni responsabili della cancerogenesi del colon. La ricerca offre alla lotta contro i tumori la possibilità di diagnosi precoci e può indirizzare lo sviluppo di nuovi farmaci. Una importante novità 'made in Italy' nella lotta al cancro viene da un team di fisici, matematici, informatici, biologi molecolari e medici, che ha messo a punto un sofisticato modello computazionale per la individuazione e caratterizzazione dei geni coinvolti nei tumori maligni. Il metodo ha riconosciuto con successo alcuni dei principali geni coinvolti nel cancro del colon. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista BMC Bioinformatics. La sperimentazione è avvenuta valutando i valori di espressione dei geni ad oggi conosciuti in una sezione di tessuto tumorale e in una di tessuto non interessata dalla neoplasia in 25 pazienti affetti da cancro del colon sottoposti ad intervento chirurgico presso l’Ospedale Irccs “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo (Fg). “In pratica”, “abbiamo mimato il comportamento del patologo nella fase di diagnosi”, spiega Nicola Ancona, ricercatore dell’Istituto di studi sui sistemi intelligenti per l’automazione (Issia) del Consiglio nazionale delle ricerche di Bari e autore dello studio. “Utilizzando il profilo di espressione genica dei tessuti analizzati, i nostri modelli computazionali hanno classificato i tessuti sani dai tessuti tumorali ‘imparando’ dall’esperienza, proprio come fa il patologo, determinando allo stesso tempo alcuni dei numerosi geni coinvolti in questa grave patologia”. In particolare, i ricercatori hanno trovato circa 90 geni correlati alla malattia con i quali è possibile predire lo stato del soggetto analizzato con elevata accuratezza. “La cooperazione di fisici, informatici,
matematici, biologi molecolari e medici”, afferma Arcangelo Distante, direttore
dell’Issia-Cnr, “costituisce la giusta direzione per
il raggiungimento di ambiziosi traguardi come ad
esempio la comprensione dei principali meccanismi alla base del
cancro”. “Con l'avvento della bioinformatica, e di sistemi complessi come i microarray”, aggiunge Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’Irccs “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni
Rotondo “la genomica funzionale o postgenomica ha incominciato a chiarire i complessi
meccanismi di funzionamento del genoma umano, sia in
condizioni di normalità sia nelle cellule tumorali. Nei prossimi anni, la postgenomica fornirà nuovi approcci sia nella diagnosi
precoce delle neoplasie sia nel loro trattamento. Il nostro Irccs, privilegiando ai classici
studi genetici molecolari quelli funzionali, è in linea con le più avanzate
tendenze culturali e tecnologiche dell’era postgenomica”. “La nostra metodologia”, conclude Ancona, “fornisce risposte statisticamente significative, che si spera possano tradursi in nuove terapie, evitando allo stesso tempo le potenziali trappole nascoste nell’analisi e nell’interpretazione dei dati che coinvolgono l’intero genoma umano quali sono i dati di microarray. L’esperienza, infatti, ci ha dimostrato che molti risultati pubblicati su prestigiose riviste erano risultati parziali perché ottenuti con metodi affetti da errori sistematici. A questa ricerca hanno collaborato
R. Maglietta e A. D’Addabbo dell’Issia-Cnr di Bari, S. Liuni
dell’Istituto di tecnologie biomediche (Itb) Cnr – Sede di Bari, G. Pesole del
Dipartimento di biochimica e biologia molecolare dell’Università’ di Bari e A.
Piepoli, R. Cotugno, M.
Savino, M. Carella e F.
Perri delle Unità
operative di gastroenterologia e genetica medica
dell’Ospedale Irccs “Casa Sollievo della Sofferenza”
di San Giovanni Rotondo (FG). La ricerca è stata finanziata dal
Ministero
dell'Università e della Ricerca, dal Ministero
della Salute e dalla Regione Puglia. Roma, 19 febbraio 2007La
scheda
Chi: Istituto di
studi sui sistemi intelligenti per l’automazione del Cnr di Bari Unità
Operative di Gastroenterologia e Genetica Medica,
dell’Ospedale Irccs “Casa Sollievo della Sofferenza”
di San Giovanni Rotondo (FG) Che
cosa: Metodo computazionale per la caratterizzazione dei principali geni
coinvolti nel cancro Informazioni: Nicola
Ancona, Issia-Cnr di Bari, tel: 080-5929428, e-mail ancona@ba.issia.cnr.it ; Francesco Perri, Irccs “C.S.S.” di San Giovanni Rotondo, tel: 0882-410568, e-mail: f.perri@operapadrepio.it Referenza: N. Ancona, R. Maglietta, A. Piepoli, A. D’Addabbo, R. Cotugno, M. Savino, S. Liuni, M. Carella, G. Pesole and F. Perri, On the statistical assessment of classifiers using DNA microarray data BMC Bioinformatics 2006, 7:387 (la notizia è tratta da http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Febbraio/28_FEB_2007.HTM )
VIGILI URBANI, PRONTI MA NON NEL TRAFFICO Studio dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr
sugli effetti del rumore su soggetti esposti come i vigili: sono più pronti in
un ambiente silenzioso mentre il rumore li confonde più di chi lavora in
ufficio Si
stima che il 20% della popolazione europea, circa 80 milioni di persone, sia
esposta a livelli di rumore da traffico urbano ritenuti inaccettabili. Questo
spiega il crescente interesse della comunità scientifica sulle eventuali
conseguenze negative causate dall’esposizione a rumore ‘outdoor’, soprattutto nelle grandi metropoli. “Una problematica di grande attualità, specialmente in ambito occupazionale”.
sottolinea Franca Tecchio,
dell’Istituto di scienze e tecnologie della
cognizione (Istc) del Consiglio nazionale delle
ricerche e responsabile dell’unità MEG dell’ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina a Roma. “Infatti ad essere esposti cronicamente a rumore e ad altri
stressor urbani sono, in particolare,
alcune tipologie di lavoratori outdoor, come postini, autisti dei mezzi
pubblici, edicolanti, dipendenti della Polizia Municipale”. Su questo argomento, sono stati appena pubblicati i risultati di uno studio condotto da un team scientifico, coordinato dalla ricercatrice dell’Istc,... (segue su : http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Febbraio/27_FEB_2007.HTM )
Roma, 16 febbraio
2007 La
scheda Chi:
Istituto di scienze e tecnologie della cognizione Che cosa: pubblicazione scientifica
relativa agli effetti sull’attenzione per esposizione a rumore da traffico
urbano a cura di Franca Tecchio e Filippo Zappasodi, Istituto di scienze e
tecnologie della cognizione del Cnr di Roma, Patrizio Pasqualetti, Matilde Ercolani,
Filomena Moffa, Paola Chiovenda, Paolo Maria Rossini, AFaR – Dipartimento Neuroscienze, Ospedale Fatebenefratelli, Isola Tiberina, Roma, Francesco Tomei, Dipartimento di medicina del lavoro dell’università
“Sapienza”, Roma. Dove: Annali di igiene medicina preventiva
e di comunità Per informazioni:
Dai
boschi una possibilità di energia pulita
L’utilizzo della biomassa
forestale può offrire importanti benefici ambientali, sociali ed occupazionali.
Se ne parlerà nel corso di un convegno a San Michele all’Adige dal 16 al 17
febbraio 2007. E l’Ivalsa del Cnr di Firenze illustrerà un nuovo progetto per
utilizzare al meglio gli scarti del patrimonio
boschivo Il patrimonio forestale italiano è stimato in circa 10 milioni di ettari, pari al 30% del territorio nazionale e nell’ultimo decennio la superficie totale risulta in aumento dello 0,3% l'anno, a fronte di una media europea dello 0,1%. Una risorsa preziosa che, oggi più che mai, offre la possibilità di produrre energia senza creare danni all’ambiente. Per comprendere quali sono le prospettive di sviluppo delle biomasse legnose in Italia, ricercatori di varie istituzioni scientifiche europee parteciperanno al convegno “Valorizzazione energetica delle biomasse forestali”, organizzato dall’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree (Ivalsa) del Consiglio nazionale delle ricerche con la Provincia autonoma di Trento e l’Istituto agrario di San Michele all’Adige. “In un momento di accentuata dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e di crescita dei consumi energetici, oltre che di grande attenzione alle problematiche legate ai cambiamenti climatici”, dice Francesco Dellagiacoma del servizio Foreste e fauna della Provincia di Trento, “c’è un forte interesse per le biomasse forestali, che rappresentano una delle grandi risorse per l’energia pulita del futuro e certamente una delle più rilevanti in sede locale”. “L’utilizzo della biomassa forestale può offrire importanti benefici ambientali, sociali ed occupazionali”, sostiene Raffaele Spinelli, ricercatore dell’Ivalsa-Cnr “ma è bloccato dalla mancanza di tecnologie operative capaci di attingerla a costi ridotti”... Roma, 14 febbraio
2007 La
scheda Chi: Istituto per la valorizzazione
del legno e delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche di
Firenze Che cosa: Convegno “Valorizzazione
energetica delle biomasse forestali”. Dove: San Michele all’Adige (Tn), Aula
magna Istituto agrario e Sala convegni Ivalsa-Cnr Quando: 16 e 17 febbraio, ore
9.00 Per informazioni:
Raffaele
Spinelli, Ivalsa - Cnr Sesto fiorentino (Fi), tel, e-mail
spinelli@ivalsa.cnr.it Per saperne di più: www.biomassaforestale. il comunicato originale può essere letto sul sito CNR su http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2007/Febbraio/26_FEB_2007.HTM
COMUNICATO-INVITO Le nuove
frontiere di GRASS Le ultime novità dei software GIS saranno
presentate dal Cnr e dall’Università in un convegno a Palermo, 14-16 febbraio, 2007 (inizio ore
9.00) Si aprono nuove frontiere per l’utilizzo di Gis Grass (Geographic Resources Analysis Support System), il software, nato come strumento di supporto nel settore della Difesa Usa, che trova ora impiego anche in attività di studio, gestione e controllo del territorio e dell’ambiente. Nelle sue ultime versioni, infatti, GRASS si è arricchito di nuove funzioni e di nuove interfacce, che lo rendono più ‘user friendly’, tanto da poter essere usato in istituzioni pubbliche e private, anche da utenti meno esperti. I nuovi sviluppi saranno presentati a Palermo, dal 14 al 16 febbraio 2007, nel corso dell'ottava edizione del Meeting degli utenti Italiani di GRASS &GFOSS e degli altri software GIS Freeware Open Source che si affiancano a GRASS, integrandone le funzionalità e contribuendo alla costituzione di una suite software completa che copre tutti gli aspetti del mondo del GIS, dall'elaborazione su workstation alla pubblicazione e consultazione in rete (WEBGIS) dei dati geografici. Il convegno è organizzato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dalla Facoltà di Ingegneria (Dipartimento di Rappresentazione) dell'Università di Palermo. Questa edizione succede a quella di Genova, ed è un segno della continuità dell'avvenimento sin dalla prima edizione di Como del 2000, ma anche dell'interesse rivolto, nell'intero territorio nazionale, ai GIS, ed in particolare quelli basati su software Open Source (*). Il convegno sarà l’occasione per
i partecipanti di scambiare esperienze sull'utilizzo di GRASS e di altri
software ‘open source’, nei diversi settori della ricerca e delle altre
utilizzazioni avanzate, e di conoscere in anteprima le nuove direzioni di
sviluppo di tali software. All'interno dell'area del
convegno avrà luogo un'esposizione di strumenti di rilevamento geo-topografico
per appplicazione GPS-GIS a cura delle ditte sponsor dell'evento. Roma, 13 febbraio 2007 La
scheda Che cosa: VIII Meeting degli utenti italiani di GRASS & GFOSS Dove: Palermo, Università degli Studi, Dipartimento di Rappresentazione Gislab - Facoltà di Ingegneria, viale delle Scienze Quando: 14-16 febbraio 2007, ore 9.30 Per informazioni:
ing. Andrea Scianna, Direzione Centrale supporto alla programmazione e alle
infrastrutture (Dcspi) del Cnr - Università degli Studi di Palermo - Facoltà di
Ingegneria, Dipartimento di
Rappresentazione, tel. 091-7028734, e-mail: scianna@dirap.unipa.it, sito web http://gislab.dirap.unipa.it/ --------------------------- (*) GIS- sistema informatico geografico (Geographical Information System) in grado di produrre, gestire e analizzare dati spaziali associando a ciascun elemento geografico una o più descrizioni alfanumeriche. Open source (sorgente aperta), in informatica, indica un software lasciato alla disponibilità di eventuali sviluppatori, in modo che con la collaborazione (in genere libera e spontanea) il prodotto finale possa raggiungere una complessità maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di programmazione.
Un anticorpo alleato contro il dolore
Ricercatori del CNR, in
collaborazione con i colleghi dell’EBRI e con la Lay Line Genomics, hanno
sviluppato un nuovo anticorpo, efficace
contro il dolore infiammatorio e neuropatico e privo di effetti collaterali. Il
lavoro è stato pubblicato su Proceedings of the National
Academy of Science Dolore infiammatorio e dolore neuropatico? Potrebbero essere combattuti in maniera più efficace grazie ai promettenti e incoraggianti risultati della sperimentazione di un anticorpo monoclonale in grado di esercitare un’azione analgesica, denominato MNAC13 e messo a punto da una équipe dell’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IN), coordinata da Flaminia Pavone, in collaborazione con Antonino Cattaneo dell’EBRI-European Brain Research Institute, presidente della società biotecnologica Lay Line Genomics. La ricerca è stata pubblicata con il titolo ‘The function neutralizing anti-TrkA antibody MNAC13 reduces inflammatory and neuropathic pain’ su Proceedings of the National Academy of Science (Usa), con presentazione della prof.ssa Rita Levi Montalcini. “Il trattamento delle diverse sindromi algiche rappresenta a tutt’oggi uno dei principali problemi sanitari, con un’importante ricaduta sul piano sociale”, sottolinea Flaminia Pavone dell’In-Cnr. La ricerca ha messo in evidenza come l’anticorpo monoclonale MNAC13, sia in grado di bloccare in modo selettivo l’azione della proteina NGF (Nerve Growth Factor), il fattore di crescita nervoso scoperto dal Premio Nobel Rita Levi Montalcini, che riveste un ruolo fondamentale nella patofisiologia del dolore, dovuta al legame con il suo recettore TrkA (tirosin chinasi A). In pratica,
sottolinea la ricercatrice, l’azione dell’anticorpo
consiste nel sostituirsi al fattore di crescita nervosa impedendo il legame con
il suo recettore: un’azione che si traduce in una riduzione significativa della
trasmissione e percezione del dolore.
Gli esperimenti condotti dai ricercatori
Gabriele Ugolini, Sara Marinelli e Sonia Covaceuszach
hanno dimostrato che l’anticorpo è in grado di esercitare un’azione analgesica
riducendo nettamente la risposta al dolore senza indurre effetti collaterali. I
test effettuati hanno evidenziato come l’anticorpo sia
in grado di indurre un innalzamento della soglia nocicettiva (la soglia di sensibilità al dolore) in un
modello di dolore infiammatorio, simile al dolore postoperatorio, e un durevole
effetto analgesico anche sul dolore neuropatico, caratteristico di numerose
neuropatie cliniche come la neuropatia posterpetica e
diabetica. Inoltre, MNAC13 agisce sinergicamente con altri farmaci analgesici, gli oppiacei, potenziandone gli effetti: “Il che permetterebbe di aumentarne l’efficacia”, precisa la ricercatrice dell’IN-CNR, “riducendone contemporaneamente gli effetti collaterali”. E’ stato inoltre osservato che l’effetto sul dolore neuropatico, un dolore che comporta una lesione del sistema nervoso, si protrae nel tempo oltre il periodo del trattamento, suggerendo la possibilità che l’anticorpo agisca a livello molecolare, modificando l’espressione genica ed anticipando così il processo di guarigione. I dati sperimentali ottenuti in laboratorio incoraggiano per un’applicazione clinica in un settore a tutt’oggi carente da un punto di vista terapeutico. Lo sviluppo del potenziale terapeutico di MNAC13 sarà affidato a un’altra biotech italiana (BioXell S.p.A), che ha recentemente concluso con Lay Line Genomics, un accordo di licenza riguardante proprio MNAC13. Roma, 13 febbraio 2007 La scheda
Chi: Istituto di
Neuroscienze, CNR European Brain Research Institute - EBRI, Società
biotecnologica Lay Line
Genomics Che cosa:
Individuazione dell’ anticorpo monoclonale
MNAC13 contro il dolore
infiammatorio e neuropatico Informazioni: Flaminia Pavone, In- Cnr - tel. 06/501703271, e-mail: f.pavone@ipsifar.rm.cnr.it Referenze:Gabriele Ugolini, Sara Marinelli e Sonia Covaceuszach,
Antonino Cattaneo, Flaminia Pavone, The function neutralizing anti-TrkA antibody
MNAC13 reduces inflammatory
and neuropathic pain. Proceedings of the National
Academy of Science,
febbraio 2007
COMUNICATO
INVITO I Centri
diurni di salute mentale a Roma L’Istituto di scienze e tecnologie della
cognizione del Cnr e il V Dipartimento alle Politiche sociali del Comune di Roma
presentano i risultati di una ricerca congiunta, nel Convegno “Il Centro della
qualità”, che si terrà domani 13 febbraio, presso la sede del
Cnr Rilanciare i Centri diurni di salute mentale promovendo una cultura valutativa basata sulla partecipazione di tutti gli attori sociali. E’ uno degli obiettivi del Progetto di valutazione dei Centri diurni di Salute Mentale nel Comune di Roma, che intende avviare e stimolare un processo di ripresa dell’importanza dei centri, del loro ruolo e identità e ridare slancio a servizi e operatori. I risultati dei primi due anni
della ricerca valutativa saranno presentati al Convegno “Il Centro della qualità”, che si
terrà domani 13 febbraio 2007 (ore 9.00), presso la sede del Consiglio Nazionale
delle Ricerche, Roma - Piazzale Aldo Moro, 7 (Aula Convegni). Il progetto si colloca nell’ambito di una convenzione tra il V Dipartimento alle politiche sociali e per la salute del Comune di Roma e l’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione (Istc) del Cnr. Ideato dai ricercatori del Cnr in stretta collaborazione con i tecnici del V Dipartimento, il progetto, ha coinvolto tutti i protagonisti implicati nei Centri diurni, in particolare utenti, operatori e familiari, responsabili dei Centri e delle Cooperative sociali, direttori dei DSM (Dipartimenti di Salute mentale) e il coordinamento cittadino dei Centri diurni. Attraverso la valutazione partecipata, è stato possibile individuare le diverse idee di qualità, percezioni e rappresentazioni del Centro diurno di cui sono portatori i gruppi di soggetti coinvolti nella ricerca. Al Convegno sarà distribuito il libro “Allo specchio. Quaderno di valutazione per i Centri diurni di salute mentale”, realizzato con alcuni operatori della ASL RM E che sono stati coinvolti in un gruppo di lavoro per circa un anno, che aveva come obiettivo la valorizzazione del sapere degli operatori e la esplicitazione delle buone prassi. Roma, 12 febbraio 2007 La scheda Chi: Istituto di scienze e tecnologie della cognizione (Istc) del Cnr di Roma e V Dipartimento alle politiche sociali e per la salute del Comune di Roma Che cosa: Convegno “Il Centro di qualità” – Progetto di valutazione dei centri diurni di salute mentale a Roma Dove: Consiglio Nazionale delle Ricerche, Piazzale Aldo Moro, 7 – Roma (Aula Convegni), Quando: 13 febbraio 2007, ore 9.00 Per informazioni: Cristiano
Castelfranchi, direttore Istc-Cnr, tel. 06.44595283; Antonella Rissotto,
Raffaella Pocobello, Istc-Cnr, Tel- 06.4993.6310, 3381256681.
Presentazione La Cattedrale
digitale nella piazza dei Miracoli a Pisa Invito stampa Pisa, 12 febbraio, ore 10, 00 Auditorium “G. Toniolo” dell’Opera Primaziale Pisana Piazza dell’Arcivescovado Oltre al Duomo, straordinaria impresa di Buscheto e Rainaldo, un altro Duomo, identico, ma virtuale, frutto di maestranze ‘informatiche’. Nove secoli dopo la sua edificazione, la Cattedrale di Pisa del Campo dei Miracoli ‘rinasce’ grazie ad architetti hi-tech che, per ricostruire l’opera, hanno montato un’impalcatura digitale e lavorato a colpi di mouse. La meraviglia si ripete al computer grazie al progetto “La cattedrale di Pisa: un rilievo 3D per l’integrazione con sistemi informativi di documentazione storica e restauro”, che sarà presentato nella città toscana, il 12 febbraio, alle ore 10,00 presso l’Auditorium “G. Toniol” dell’Opera Primaziale Pisana in piazza dell’Arcivescovado. Il modello digitale ricostruito
per scansione 3D è tra i più complessi mai ottenuti a livello internazionale ed
è reso fruibile al pubblico, sia in locale sia su web (http://cattedraledigitale.isti.cnr.it),
grazie alle tecnologie software di visualizzazione sviluppate dall’Istituto di
scienza e tecnologie dell’informazione (Isti) del Cnr di
Pisa. Nel corso della conferenza
verranno illustrati gli strumenti utilizzati per la ricostruzione, la
metodologia di lavoro seguita e le sue applicazioni. Il rilievo costituisce la base
di una banca dati di tipo dinamico nella quale far confluire e interagire
informazioni di carattere storico e conservativo, relative al manufatto, al fine
di garantirne la salvaguardia. “Il risultato del progetto”, spiega Roberto Scopigno dell’Isti – Cnr, “è una rappresentazione tridimensionale che contiene sia l’informazione quantitativa (geometrica) sia quella qualitativa dell’opera, come il colore reale degli elementi decorativi, i dettagli architettonici e le geometrie. Il rilievo 3D costituisce un elemento essenziale per la localizzazione e la mappatura di un bene artistico e di ogni particolare di cui esso è costituito. La conoscenza geometrica dell’opera inoltre è di grande utilità negli interventi finalizzati alla diagnosi, al monitoraggio e alla tutela, nonché all’eventuale costruzione di una banca dati specifica”. La metodologia dell’Isti - Cnr è stata già sperimentata con successo nell’abside del Duomo per la creazione dei modelli digitali delle statue e dei reperti del complesso funebre dell’imperatore Arrigo VII, di cui è stato ipotizzato virtualmente l’assetto originario. Il progetto “Cattedrale digitale” nasce da una collaborazione tra Opera Primaziale Pisana, Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio per il Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico per le Province di Pisa, Livorno, Lucca e Massa Carrara, Centro Dipartimentale DIAPReM dell’Università di Ferrara, Visual Computing Lab dell’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione del Cnr di Pisa, Dipartimento di Progettazione dell’Architettura dell’Università di Firenze e Leica Geosystem SpA di Milano con il supporto della Kcyra Family Foundation di Orinda in California. Roma, 9 febbraio 2007 La scheda Che cosa: presentazione del progetto:
“La cattedrale di Pisa: un rilievo 3D per l’integrazione con sistemi informativi
di documentazione storica e restauro” Dove: Pisa, Auditorium “G. Toniolo” dell’Opera Primaziale Pisana, Piazza dell’Arcivescovado Quando: 12 febbraio, ore 10.00 Per informazioni: Roberto Scopigno, Visual computing laboratory - Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione (Isti) del Cnr, Pisa, tel. 050/3152929, e mail: roberto.scopigno@isti.cnr.it
Tendenza ad ingrassare? Colpa del gene CB1 Individuato il recettore che indica la predisposizione ad
accumulare peso. Il risultato arriva da uno studio dei ricercatori dell'Università di Salerno e dell'IEOS-CNR, pubblicato sull'International Journal of Obesity Buone notizie per
chi ha la tendenza a mettere su chili di troppo. E' stato scoperto un gene
responsabile della predisposizione ad ingrassare. Uno studio - svolto dal gruppo
di ricerca del prof. Maurizio Bifulco della Facoltà di Farmacia dell'Università
di Salerno e della dott.ssa Chiara Laezza dell'Istituto di Endocrinologia e
Oncologia Sperimentale (IEOS) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli
in collaborazione con “Gli
endocannabinoidi controllano l'appetito mediante meccanismi sia centrali sia
periferici”, spiegano gli autori, “ed è dimostrato che il recettore dei
cannabinoidi di tipo 1 (CB1) regola la lipogenesi, sia in colture primarie di
adipociti (le cellule adipose), sia in animali obesi”. Gli autori dello studio,
pubblicato sulla rivista International Journal of Obesity, che fa parte
del prestigioso Nature Publishing Group, hanno tenuto sotto osservazione
per quattordici anni soggetti sani, controllandone periodicamente le abitudini
alimentari, l'attività fisica svolta, alcuni parametri clinici e l'aumento del
peso. “I risultati
ottenuti hanno dimostrato che i soggetti normopeso, che sono rimasti tali
durante gli anni di osservazione, hanno una forma variante del recettore CB1”,
afferma Chiara Laezza dell'IEOS-CNR. “Si tratta di una forma cosiddetta
`polimorfica' che non si ritrova quasi mai negli obesi o, comunque, nei soggetti
che hanno un elevato BMI durante i 14 anni di osservazione”. Inoltre, “i
soggetti sani che presentano questa variante polimorfica del recettore CB1 hanno
anche livelli di glicemia e di trigliceridemia più bassi rispetto ai soggetti
che sono più predisposti al sovrappeso e all'obesità”
La scoperta apre
nuove possibilità terapeutiche per combattere l'obesità. Attualmente sono molti
i nuovi farmaci anti-obesità in fase di sperimentazione clinica ed alcuni di
essi, pur se efficaci nella riduzione del peso, hanno una serie di risposte
indesiderate come depressione, ansia, insonnia, che limitano spesso un loro
impiego sicuro. “L'interesse dei risultati ottenuti è rappresentato quindi anche
dalla possibilità di poter valutare in un immediato futuro, negli studi di
farmaco-genomica, la presenza di quelle varianti genetiche che caratterizzano
ciascuno di noi”, conclude Maurizio Bifulco, “e che determinano la risposta del
nostro organismo ai farmaci anti-obesità, risparmiandoci, ancor prima di
utilizzarli, gli effetti collaterali che spesso sottovalutiamo”.
Roma, 6 febbraio
2007 La
scheda
Chi: Istituto per
l'endocrinologia e l'oncologia sperimentale del Cnr e Università di Salerno
Che
cosa: individuato un gene coinvolto nella
predisposizione all'obesità Dove: studio
pubblicato sulla Rivista International Journal of Obesity, del Nature
Publishing Group Per informazioni: Dott.sa Chiara Laezza, Istituto per l'endocrinologia e l'oncologia sperimentale del Cnr di Napoli, cell. 329.0273060, e-mail: chilaez@hotmail.com; Prof. Maurizio Bifulco, Università degli Studi di Salerno, Tel. 089-969742 Ufficio Stampa Cnr: Rosanna Dassisti, tel. 06.4993.3588, e-mail: rosanna.dassisti@cnr.it
comunicato
congiunto del Corpo Forestale dello Stato, del Consiglio Nazionale delle
Ricerche e della Società Italiana di Ecologia l’Italia entra nella rete mondiale
di ricerche ecologiche a lungo termine
Allo studio gli effetti dell’inquinamento e
dei cambiamenti climatici sulla funzionalità e biodiversità di foreste, mari,
laghi e lagune
Qual è lo stato di salute dei principali ecosistemi terrestri, acquatici e marini del nostro Paese? L’inquinamento atmosferico continua a rappresentare una delle peggiori minacce per la loro funzionalità, o nel tempo si sono aggiunti nuovi nemici? Quanto e come influiscono i cambiamenti climatici sulla vitalità dell’ambiente? E il ritmo a cui viaggia la perdita di biodiversità si è attenuato rispetto a qualche anno fa o continua ad essere molto preoccupante? Risposte a fenomeni così complessi, che
necessitano di una lettura su lunga scala sia temporale che spaziale, ora
potranno giungere dalla Rete per le Ricerche Ecologiche di Lungo Termine
(LTER-Italia), che in questi giorni è entrata ufficialmente a far parte della
Rete internazionale LTER. L’ingresso dell’Italia in questi network di cooperazione scientifica è un importante risultato che permetterà una maggiore interazione tra programmi di ricerca nazionali e internazionali e una comunicazione più fluida tra i ricercatori coinvolti nella ricerca ecologica a lungo termine. Roma, 25 gennaio 2007
A Catania la seconda tappa di Eureka L’organizzazione europea per la competitività della tecnologia e della
ricerca industriale ha tenuto una ‘tre giorni’ nella città siciliana, lanciando
58 nuovi progetti di cui 13 con partecipazione italiana Si è svolta dal 23 al 25 gennaio a Catania, la seconda serie di riunioni dell’iniziativa EUREKA, la più importante organizzazione pan-europea per lo sviluppo e la crescita per la competitività del continente nei settori della tecnologia avanzata e della ricerca industriale. Con 37 paesi membri, a cui si
aggiunge l’Unione Europea, dopo oltre 20 anni di esperienza da quando fu
concepita dal presidente François Mitterrand e dal cancelliere tedesco Helmut
Kohl, con oltre tremila progetti realizzati di cui Quest’anno l’Italia ha assunto la presidenza dell’iniziativa, responsabilità non solo logistica e organizzativa ma che ci vede ricoprire un ruolo di indirizzo e di stimolo. Le riunioni dei “rappresentanti di alto livello” e dei “coordinatori nazionali” dei vari Paesi si sono significativamente svolte a Catania, in un distretto industriale, dove sta crescendo un polo di alta tecnologia nell’elettronica, nella biotecnologia e farmaceutica e quant’altro. Il 25 gennaio i Paesi membri hanno lanciato 58 nuovi progetti, di cui ben 13 con la partecipazione dell’Italia:
Durante le riunioni il dott. Salvatore Coffa, Direttore R&S dell’MPA group (Micro,Power,Analog) di STMicroelectronics, ha presentato le attività del gruppo nel distretto tecnologico di Catania, sottolineando il ruolo di attrazione e di crescita che la STMicroelectronics ha esercitato in ambito territoriale nei confronti delle piccole medie imprese, italiane e non, e dell’Università. Inoltre, ha dichiarato, “da un’azienda che produceva perdite equivalenti al 120% dei ricavi con 2100 posti di lavoro di cui solo 300 produttivi e 10 per laureati si è giunti ad una realtà produttiva con 4800 posti lavoro di cui il 93% aventi il livello tecnico di diploma o laurea e impegnati per il 25% nella Ricerca e Sviluppo. Tale realtà contribuisce fortemente ai ricavi ed ai profitti del gruppo internazionale STMicroelectronics, che già dall’inizio degli anni ‘80 ha compreso come il sud dell’Italia ed in particolare la Sicilia rappresenti una occasione anche per le imprese operanti nei settori dell’alta tecnologia come la microelettronica”. Il prof. Rodolfo Zich, presidente di Torinowireless/ADITE ed ex-rettore del Politecnico di Torino, ha presentato il quadro generale del distretto tecnologico di Torino ed ha analizzato le possibili convergenze e sinergie tra Torinowireless e l’iniziativa internazionale EUREKA. Il prof. Zich ha sottolineato che “ il distretto di alta tecnologia Torinowireless ha realizzato una forte interazione nelle attività di ricerca e sviluppo tra le imprese e il venture capital e ha migliorato la capacità delle imprese ad avere personale di elevata professionalità nell’innovazione tecnologica”. Il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e di EUREKA, prof. Fabio Pistella, ha ratificato la sostituzione del Capo del Segretariato Eureka a Bruxelles. Roma, 25 gennaio 2007
Risposta sulla designazione dei
rappresentanti dell’ESF Chi di accuse di inaffidabilità cerca di ferire, di inaffidabilità
perisce. L’Osservatorio della Ricerca dedica la propria ‘distratta attenzione’,
per dirla con un ossimoro, al comunicato stampa del 5 gennaio
2007, nel quale, in merito alla possibile nomina del Vice
Presidente del CNR nel Governing Council dell’European Science Foundation, si
ricordava “che è lo statuto di questa fondazione internazionale a prescrivere
che la rappresentanza degli enti nazionali affiliati sia affidata al
Presidente o al Vice Presidente degli enti stessi”. Secondo l’Osservatorio, l’affermazione deriva da una citazione di “documenti
in modo non corretto”, dovuta a “una clamorosa svista” o forse addirittura alla
“sicurezza che nessuno sarebbe andato a leggersi lo statuto”. Cosa che invece l’OdR ha
fatto, pensando di scoprire così che “lo statuto al quale ci si riferisce
recita testualmente: ‘The
Governing Council shall consist of (i) the President of the Foundation, (ii)
two Vice-Presidents, and (iii) such a number of members as allows each National
Group of Member Organisations to occupy one seat. Such members will be normally
appointed by National Groups of Member Organisations from the Heads, their senior representatives,
or other senior scientists closely linked to Member Organisations, reflecting
national science structures’”. Insomma: qualunque ricercatore potrebbe
rappresentare il CNR nell’ESF, se il presidente lo delegasse. Peccato che nella sua indagine l’Osservatorio abbia – lui sì – commesso
una “clamorosa svista”: quella di consultare lo Statuto dell’ESF del 2001 e non
quello approvato nel 2006, che ha modificato i criteri di nomina dei
rappresentanti degli enti affiliati alla Fondazione. Il nuovo testo,
facilmente reperibile in Internet e disponibile sul sito dell’ESF, recita ora:
“The Governing
Council shall consist of (i) the President of the Foundation, (ii) two
Vice-Presidents, and (iii) such a number of members as allows each National
Group of Member Organisations to occupy one seat. Such members will be
appointed by National Groups of Member Organisations and will be the Heads of
organisations within the ESF membership”. Dunque soltanto “i capi” delle organizzazioni nazionali membri possono sedere nel Governing Council. Che per “heads” si intendano solo i presidenti e loro personali rappresentanti permanenti, non dunque altri dirigenti o esponenti delegati ad hoc, lo dicono le minute delle riunioni dedicate a tale modifica statutaria, dettata dall’esigenza che, abolito l’executive board, il Governing Council divenga il vero “organo di governo” dell’ESF. Peraltro, anche il “Regolamento di organizzazione e funzionamento del CNR” stabilisce che il “Presidente ha la rappresentanza legale dell'Ente ed è responsabile delle relazioni istituzionali” e che “il Vice Presidente sostituisce il Presidente in caso di assenza o impedimento”.
Roma, 27 gennaio 2007 Tecnologie “made in Italy” Un prototipo di micro-spettrometro per studiare l’atmosfera venusiana
nella prossima missione di “Venus Express”, una lingua elettronica per scoprire
le contraffazioni alimentari, un progetto di casa ‘multisensoriale’ per la sicurezza e la
salute degli anziani. Sono alcune delle tecnologie messe a punto dal Cnr e
presentate nel corso di un workshop che si tiene presso la sede dell’Ente Volerà alla conquista dei segreti
di Venere il micro-spettrometro realizzato dall’Istituto per la
microelettronica e microsistemi (Imm) del Consiglio nazionale delle ricerche di
Bologna in collaborazione con “Il micro-spettrometro, che è
stato selezionato dall’Esa, è equipaggiato da una strumentazione scientifica
altamente miniaturizzata: telescopio, tre interferometri, elettronica di
rilevazione e trasmissione dati”, spiega Lo spettrometro è una delle tante tecnologie ‘made in Cnr’ presentate nel Workshop: “Dalle micro alle nano tecnologie”, che si tiene oggi e domani presso la sede centrale dell’Ente. L’evento vuol essere una vetrina dei progetti e dei risultati messi a punto nel settore da Enti di ricerca, aziende, università, istituzioni pubbliche e private. “L’obiettivo”, spiega il dr. Giancarlo Righini, direttore del Dipartimento Materiali e Dispositivi del Cnr, “è quello di identificare contenuti innovativi, in termini di progetti e prodotti ‘made in Italy’, da presentare nell’ambito della rassegna promozionale ‘Primavera italiana in Giappone’ che si terrà a Tokyo nell’aprile prossimo”. Al workshop le tecnologie illustrate riguardano i settori più disparati. Nell’agroalimentare è stato realizzato un prototipo di ‘lingua elettronica’, un sensore della grandezza di un telefonino capace di rivelare la presenza nei cibi di pesticidi, microtossine e altre sostanze tossiche. “Questo strumento”, spiega Pietro Siciliano dell’Imm - Cnr di Lecce, “utilizza ricettori miniaturizzati, costituiti da materiali a stato solido con struttura nanometrica, collocati su microdispositivi realizzati in silicio. I liquidi da analizzare vengono fatti passare attraverso ricettori; questi attivati dai diversi componenti, trasmettono segnali elettrici che vengono poi analizzati da un computer”. Dopo una fase di taratura, la ‘lingua’ sarà in grado di analizzare un vino e riconoscerne i vitigni che lo compongono. Contraffare un Doc sarà quindi molto più difficile. “In futuro”, promette Siciliano, “le sensazioni della lingua elettronica saranno rafforzate anche da quelle catturate dal naso elettronico, un’accoppiata tecnologica che non darà scampo ai falsificatori”. Alla terza età guarda invece il progetto europeo‘Netcarity’ che ha lo scopo di sviluppare un sistema multisensoriale per la sicurezza e la salute degli anziani in ambienti domestici. Coordinato sempre dall’Imm-Cnr, esso vede la partecipazione di Italia, Olanda, Germania, Repubblica Ceca e Spagna con la presenza di grandi colossi industriali quali Siemens e Ibm. “ Dal monitoraggio della pressione
arteriosa e della glicemia, alla soluzione di problemi motori, dal controllo di emergenze ambientali alla
sicurezza contro l’intrusione di persone estranee, tutto sarà gestibile e controllabile a distanza, grazie
alla casa multisensoriale. Il sistema sarà in grado di mettere in atto comportamenti mirati e coerenti con il contesto e la situazione in cui si trova l’utente, arrivando a fornire allo stesso un adeguato supporto cognitivo e fisico. Come? Combinando e sfruttando le informazioni provenienti simultaneamente da differenti tipologie di sensori presenti nell’abitazione. Il progetto prevede una fase di
sperimentazione in cento appartamenti, equipaggiati con i sensori, in Olanda,
ad Eindovhen, e, in Italia, a Trento dove Il progetto, che durerà quattro anni, coinvolgerà ospedali e case di cura, e anche agenzie che prestano servizi di assistenza sociale. Roma, 30 gennaio 2007 Chi: Dipartimento Materiali e Dispositivi del Cnr Che cosa: Workshop: “Dalle micro alle nano tecnologie”, sito web: http://www.dmd.cnr.it/micronano.html Dove: Roma, Aula Marconi del Cnr, piazzale Aldo Moro, 7 Quando: 30 – 31 gennaio, ore 9.00 Per informazioni: dr. Giancarlo Righini, direttore del Dipartimento
Materiali e Dispositivi del Cnr, tel. 06/4993.7745, e mail: segreteria.dmd@cnr.it; dr.
Rischio esodo per l’Africa occidentale Una
ricerca dell’Istituto di biometeorologia (Ibimet) del Cnr ha focalizzato le
dinamiche socio-economiche dei paesi di quest’area, collegando il fenomeno
migratorio alla vulnerabilità alimentare e all’aumento della popolazione L’Africa occidentale potrà assorbire la crescita della popolazione o sarà destabilizzata da un fenomeno migratorio senza precedenti? Quali le strategie per assicurare lo sviluppo sostenibile delle future generazioni oggi costrette ad emigrare? Le Nazioni Unite stimano che nel 2030 l’Africa occidentale supererà la soglia dei 400 milioni di abitanti, facendo registrare un aumento della popolazione del 70% rispetto a quella del 2000. Tale andamento fa presagire che la popolazione potrebbe decuplicare in poco meno di un secolo, rispetto ai circa 60 milioni di abitanti del 1950. Il trend non preoccupa soltanto i governi africani, ma anche quelli dell’Unione Europea, impegnati in misura crescente ad affrontare il problema dell’immigrazione massiccia proveniente dal continente africano. “Tenendo conto dei dati sulla vulnerabilità nei termini di sostenibilità agro-ambientale e delle ‘nuove’ crisi alimentari degli ultimi anni, causate da infestazioni di cavallette, siccità, riduzione della produzione di cereali e restrizioni delle esportazioni dai paesi limitrofi con innalzamento dei prezzi, guerre civili, è stato possibile identificare le dinamiche che stanno radicalmente trasformando il sistema africano e che si riflettono nel massiccio aumento di flussi migratori clandestini”, spiega Andrea Di Vecchia, ricercatore dell’Istituto di biometeorologia (Ibimet) del Cnr e autore dello studio “Migrazioni e sviluppo: vulnerabilità e potenzialità”, realizzata nell’ambito del progetto “Sviluppo e gestione sostenibile dei flussi migratori provenienti dall’Africa”, promosso dal CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale) e dal SID (Society for International Development) per il Ministero degli Affari Esteri. Lo studio, in particolare, evidenzia come l’emigrazione continuerà a rappresentare uno strumento per il mantenimento dell’equilibrio socio-demografico e politico-economico e la connessione tra sviluppo sostenibile e rapporto tra pressione antropica e risorse naturali. I cambiamenti climatici, l’avanzamento della desertificazione e della deforestazione, l’incremento della popolazione, le tensioni fra agricoltori ed allevatori della fascia saheliana per l’utilizzo della terra, la contrazione della tradizionale mobilità verso i paesi del Golfo di Guinea dovuta all’instabilità politica hanno messo in crisi le tradizionali economie familiari di sussistenza. “I nuovi modelli di sviluppo, in una fase transitoria come quella attuale, hanno trasformato la migrazione clandestina in una strategia per la sopravvivenza”, sottolinea Di Vecchia. Si rischia così di compromettere i risultati raggiunti nella regione, dove la quota di popolazione sottonutrita, secondo la FAO, è scesa nel 2005 al 16%, molto al di sotto del 40% del resto dell’Africa Sub – Sahariana. Contrariamente all’idea stereotipata, l’Africa occidentale - ed il Sahel all’interno di essa - rappresenta una regione strategica per la stabilizzazione dei flussi migratori e per lo sviluppo di tutto il continente, non più rappresentabile come un’area omogenea ed indifferenziata dal punto di vista ambientale e produttivo. “A fronte di zone più vulnerabili”, sostiene Di Vecchia, “ve ne sono altre in rapida crescita o con interessanti potenzialità agro-alimentari ed economico-produttive su cui investire con programmi di sviluppo a medio e lungo termine. Questo è il solo modo per evitare che l’esodo della popolazione verso i paesi dell’UE diventi incontrollabile. Basti pensare che, dal 1990 al 2000, la popolazione dell’Africa Sub-Sahariana è aumentata di 140 milioni di abitanti, di cui 50 milioni nella sola Africa occidentale, che nel 2020 avranno più di venti anni ed avranno quindi raggiunto la fascia di età ottimale per entrare nei circuiti migratori”. L’Africa occidentale, inoltre, è caratterizzata da grandi disparità nazionali in rapporto al tasso di urbanizzazione, che nel 1960 corrispondeva a meno del 10% in Gambia, Mali, Niger e Ciad, e a circa il 30% in Senegal; nel 1990, questi stessi tassi oscillavano da meno del 20% in Niger e in Gambia a poco più del 50% in Costa d’Avorio e in Nigeria. “Tuttavia, negli ultimi anni, si è avuta un’accelerazione dello sviluppo in termini di popolazione ed estensione dei centri economici principali”, rileva Andrea Di Vecchia, “e lo sviluppo dei centri urbani si è concentrato maggiormente intorno alle capitali, provocando un cambiamento nel rapporto con il mondo rurale che ha perso la funzione di supporto in caso di crisi. La fonte di reddito viene ricercata nell’economia urbana piuttosto che in quella rurale”. “Rilanciare lo sviluppo e la modernizzazione del settore agricolo in un contesto di solidarietà sociale”, conclude il ricercatore, “resta dunque l’unica strategia che i governi africani ed europei possono adottare per assicurare lo sviluppo sostenibile delle future generazioni oggi costrette ad emigrare”. Roma, 31 gennaio 2007 La scheda Chi: Istituto di Biometeorologia del Cnr, Firenze Che cosa: ricerca Migrazioni e sviluppo: vulnerabilità e potenzialità, realizzata dall’Ibimet-Cnr, nell’ambito del progetto Sviluppo e gestione sostenibile dei flussi migratori provenienti dall’Africa, promosso dal CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale) e dal SID (Society for International Development) per il Ministero degli Affari Esteri Per informazioni: Andrea Di Vecchia, Ibimet-Cnr di Firenze, Tel. 055.3033711, cell. 348.7823683
Turismo in Italia: è la
cultura ad attirare di più Uno studio
dell’Istituto di ricerche sulle attività terziarie (Irat) del Cnr evidenzia il
trend costante di crescita di questo settore, che attira più visitatori delle
località balneari e montane. Lazio, Toscana e Veneto le più amate per le città
d’arte, mentre il Sud è a ‘macchia di leopardo’ Il turismo culturale trionfa in Italia dove, grazie alla ricchezza dei beni artistici diffusi sul territorio, attrae un terzo dei visitatori (più delle località balneari) e quasi la metà degli stranieri. Un modello vincente che, adeguatamente potenziato e valorizzato, può assicurare al nostro Paese un vantaggio competitivo nella globalizzazione dei mercati. Ad analizzare questo settore è uno studio di Maria I. Simeon dell’Istituto di ricerche sulle attività terziarie (Irat) del Consiglio nazionale delle ricerche, pubblicato nel volume “Il turismo tra teoria e prassi” (ESI editore) in corso di stampa. Nel 2005 si conferma la crescita della domanda
turistica in Italia, con un aumento del 2,7% sia negli arrivi sia nelle presenze
rispetto all’anno precedente, quando si sono registrati quasi 86 milioni di
arrivi e 345 milioni di presenze, di cui circa 3 su 10 straniere. Il trend è
dunque positivo, anche se tra il 2000 ed il 2004 gli arrivi sono aumentati del
7,4%, mentre le presenze solo del 2%: si è ridotta quindi la permanenza media,
che passa da Considerando i flussi per tipologia di località, provenienza e ricettività (alberghiera e complementare) è però rilevante che circa 29 milioni di arrivi (il 33,8% del totale) sono stati registrati in città di interesse storico ed artistico, contro i circa 20 milioni (23,3%) rilevati nelle località marine. Se si considerano solo gli stranieri la quota di chi sceglie il turismo culturale sale ancora (44% degli arrivi), anche se diminuisce nettamente considerando le presenze totali (23,6% del totale), in ragione della minore permanenza media di questa tipologia, correlata al classico tour ‘mordi e fuggi’. Nelle località di interesse storico-artistico gli stranieri si fermano mediamente 2,8 giorni, rispetto ai 5,5 nelle località balneari. “Dalle indagini”, spiega Maria I. Simeon,
“emerge in particolare il forte interesse della domanda – che proviene
soprattutto da Germania, Regno Unito, USA e Francia - non solo per il classico circuito delle città
d’arte, ma anche per i centri minori, dovuto anche allo sviluppo delle compagnie
low-cost e alla diffusione di Internet”. Il turismo culturale ha saputo
mantenere un trend costante di crescita e ha sviluppato i maggiori incrementi
tra il 1999 ed il 2004: +34,5% gli arrivi e +37,7 le presenze, contro +7,8%
arrivi e +6,2% presenze nelle destinazioni balneari. E’ poi, ovviamente, meno
soggetto alla stagionalizzazione dei flussi: nei mesi di giugno, luglio e agosto
del 2003 sono stati registrati solo il 29% degli arrivi nelle località di
interesse artistico, contro il 54,5% delle località marine e il 37,8% di quelle
montane. Inoltre, il turismo culturale è segnato da flussi incoming con buona
capacità di spesa, che richiedono il soddisfacimento di bisogni sia di
conoscenza sia di svago e socializzazione.
“Il prodotto ‘Città d’Arte’, venduto dai tour operator agli stranieri, vede, a livello regionale, al primo posto il Lazio (50,4%), al secondo la Toscana (28,8,%), al terzo il Veneto (10,4%), seguito in quarta posizione dalla Sicilia (3,5%) e in settima posizione dalla Campania (1,2%). Non sono presenti in classifica altre regioni del sud”, prosegue la ricercatrice. Il volume indica tra l’altro nell’attivazione dei servizi museali uno strumento per valorizzare le potenzialità di sviluppo turistico nel Mezzogiorno, dove insistono solo il 19,3% degli arrivi ed il 20,6% del turismo culturale, con una concentrazione quasi totale in Campania e Sicilia. La situazione per il Mezzogiorno migliora se si considera il ‘pacchetto’ degli itinerari culturali, che fa balzare la Sicilia al terzo posto (9,4%) nella graduatoria delle regioni e la Sardegna e la Campania rispettivamente ai posti 6 e 7, con una quota del 2,5% ciascuno, mentre la Puglia e la Calabria si trovano alla 13^ e 14^ posizione, con lo 0,6% di quota ciascuna. “Nel turismo”, conclude Simeon, “il posizionamento competitivo delle regioni del Mezzogiorno resta quindi molto al di sotto delle potenzialità e a ‘macchia di leopardo’, pur se in crescita negli ultimi cinque anni: il peso del Sud è infatti passato tra il 1995 ed il 2004 dal 18,4% al 20,6% delle presenze, con un tasso di crescita del 3,4% annuo, contro l’1,6% a livello nazionale”. Roma, 11 gennaio 2007 La scheda Chi:
Maria I. Simeon, Istituto di ricerche sulle attività terziarie (Irat) del
Cnr, Napoli Che cosa: “Patrimonio culturale e valorizzazione turistica nel mezzogiorno d’Italia”, studio pubblicato in: “Il turismo tra teoria e prassi”, a cura di Ilaria Zilli, ESI editore (in corso di stampa). Per informazioni: Maria I. Simeon, Istituto di ricerche sulle attività terziarie (Irat) del Cnr, Napoli, tel. 081/2470960, cell. 347/5702543, e mail: m.simeon@irat.cnr.it Ufficio stampa Cnr: Sandra Fiore, tel.06/49933789 - 3383, e mail: sandra.fiore@cnr.it
Suono al servizio dell’architettura sacra Una giornata di studio sulla qualità acustica nei luoghi
di culto, tenutasi a Bari, per studiare i parametri da considerare nella
progettazione di una chiesa. Manca infatti una letteratura scientifica che
indichi le condizioni ottimali per la percezione delle parole e della
musica Goethe definisce l'architettura come musica pietrificata, eppure riuscire a conciliare spazi e suoni non è mai stato facile. Lo sanno bene i fedeli che, seguendo le celebrazioni religiose nelle chiese, spesso faticano a comprendere il senso di omelia, preghiere, letture e canti. Nonostante ciò, lo studio dell'acustica all'interno di questa tipologia di spazi non è ancora sufficientemente approfondito a livello sia nazionale, sia internazionale. Un contributo giunge ora dal programma di ricerca “L’acustica dei luoghi di culto”, coordinato dal prof. Ettore Cirillo e finanziato dal MIUR per il biennio 2005-2007, nel quale si inserisce la giornata di studio su “La valutazione soggettiva della qualità acustica dei luoghi di culto”, promossa dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dal Dipartimento di Fisica Tecnica del Politecnico di Bari e dal Conservatorio “N. Piccinini” di Bari. “Se, infatti, teatri e sale da concerto dispongono di un’ampia letteratura scientifica, lo stesso non può dirsi per le chiese le quali, peraltro, sono ambienti ben più complicati: sia per la complessa articolazione spaziale in navate, volte, cappelle e cupole, sia per la propagazione, anche contemporanea, di messaggi sonori differenti. Oltre al sacerdote che parla dall'altare o dal pulpito, occorre infatti tenere in conto l'assemblea che risponde e il coro che canta da posizioni diverse”, osserva il dr. Christian Skaug, dell’Istituto per l’Applicazione del Calcolo del Cnr di Bari. “Il progetto mira a spiegare quali siano i fattori oggettivi e misurabili (geometrici e fisici) delle chiese che determinano la valutazione soggettiva della qualità del suono al loro interno”. La ricerca ha avuto avvio con il rilievo condotto dal gruppo di Acustica Applicata del Politecnico di Bari dei campi acustici di oltre quaranta chiese italiane. “Tale tipo di rilievo consente di riprodurre fedelmente in laboratorio, utilizzando sofisticate tecniche di riproduzione assimilabili al surround, le stesse condizioni di ascolto che si avrebbero stando fisicamente in quei luoghi”, spiega l’ing. Francesco Martellotta. Una selezione di nove di queste chiese (comprendente la chiesa del Gesù e la chiesa dei Santi Luca e Martina a Roma, il duomo di Modena, la chiesa parrocchiale di Riola, Santa Maria della Consolazione a Todi e diverse altre chiese pugliesi) è stata impiegata per realizzare alcuni test di ascolto su cinque brani musicali appartenenti tanto al repertorio corale sacro che a quello strumentale e sinfonico: l’ouverture delle ‘Nozze di Figaro’ di W. A. Mozart, la Sinfonia N. 4 ‘Romantica’ di Anton Bruckner, ‘Fantasia in sol minore’ di J. S. Bach, il canto gregoriano ‘Pange Lingua’ e il canto corale ‘Alleluia’ di Randall Thompson. Gli ascoltatori, tra cui molti musicisti e coristi, mediante una serie di confronti a coppie delle diverse chiese, hanno espresso la propria preferenza per una delle due diverse ‘configurazioni’ acustiche e l’analisi di tali preferenze ha evidenziato delle regolarità, sottoposte poi ad analisi statistiche. “I risultati statistici hanno messo in evidenza sostanziali differenze fra musica corale e musica strumentale”, prosegue l’ing. Martellotta. “Nel primo caso il giudizio soggettivo risulta influenzato prevalentemente dalla riverberazione (cioè dalla permanenza del suono in uno spazio), mentre nel secondo è influenzato maggiormente da una opportuna combinazione di chiarezza (cioè dalla possibilità di udire distintamente le diverse note) e spaziosità (cioè da quanto una sorgente sonora appare ampia impiegando solo il senso dell’udito). Per quanto riguarda il repertorio sinfonico, è interessante notare che gli ascoltatori hanno mostrato una maggiore tolleranza verso tempi di riverberazione più alti di quelli che verrebbero normalmente accettati in un auditorium”. Dalle correlazioni
statisticamente elaborate tra parametri acustici, parametri architettonici e
giudizi soggettivi, si pensa di poter iniziare a comprendere quanto sia
indicata una data chiesa per un determinato tipo di musica, fornendo soprattutto
gli strumenti più adeguati per la progettazione degli edifici di culto futuri.
“Un perfezionamento dei test di laboratorio e un modello matematico delle
valutazioni individuali più raffinato potranno aiutare a chiarire ulteriormente
questo argomento”, osservano i due esperti. La prosecuzione di questi studi
potrà condurre alla definizione di criteri pratici che consentano una
progettazione integrata, tra architettura, acustica ed ingegneria, che non si
limiti solamente a creare uno spazio confinato, ma fornisca un’analisi
dettagliata delle condizioni ottimali per la percezione della parole e della
musica. La scheda Chi: Dipartimento di Fisica Tecnica del Politecnico di Bari, Istituto per le applicazione del calcolo del Cnr, sezione di Bari Che cosa: “La valutazione soggettiva della qualità acustica dei luoghi di culto” Per informazioni: Christian Skaug, Iac-Cnr, Bari, tel. 080/5929752, 349/1854570, e-mail c.skaug@ba.iac.cnr.it, Francesco Martellotta, DFT-Politecnico di Bari, tel. 080/5963631, 320/4316172, e-mail f.martellotta@poliba.it Ufficio Stampa Cnr: Marco Ferrazzoli, te. 06.49933383 - 320.4328820
I molti significati di
‘Natura’ Dal mondo
antico, al Medioevo, fino al Rinascimento e all’età moderna, un termine chiave
della cultura occidentale verrà indagato da studiosi di varia estrazione durante
il XII Colloquio Internazionale
dell’Iliesi-Cnr Il
termine Natura sarà il tema del XII Colloquio Internazionale
dell’Istituto del Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee (Illesi) del
Consiglio Nazionale delle Ricerche, che si svolgerà nei giorni 4-6 gennaio
A partire dal 1976, l’Istituto organizza ogni tre anni degli incontri cui partecipano storici della filosofia, della scienza e delle lingue classiche e moderne, individuando di volta in volta una parola chiave della tradizione culturale occidentale. I volumi degli atti dei Colloqui costituiscono così un originale e ricco vocabolario della terminologia di cultura: da Ordo a Res, da Sensus a Phantasia/Imaginatio, Spiritus, Ratio, Idea, fino a Signum, Experientia, Machina. Durante il XII Colloquio, i molteplici significati del termine Natura saranno indagati nel loro articolarsi storico dal mondo antico e attraverso il Medioevo in autori come Agostino, Scoto Eriugena, Tommaso d’Aquino, nel confronto tra platonismo e aristotelismo, per giungere alle ‘filosofie’ del Rinascimento (da Leonardo a Ficino e Bruno) nonché alla scienza e ai sistemi filosofici del Seicento (da Bacon, Galileo, Descartes fino a Spinoza e Leibniz). “Nell’età moderna, con la rivendicazione di una piena autonomia del mondo naturale e delle sue leggi fisiche e con l’affermarsi di una concezione meccanicistica”, spiega il prof. Tullio Gregory, direttore dell’Iliesi-Cnr, “si cercherà di individuare un diverso concetto di unità della natura rispetto all’idea di natura maga della tradizione del Rinascimento. Autori come Vico e Kant, in modi diversi, si proporranno di riconsiderare il rapporto tra gnoseologia e scienza della natura, mentre il Romanticismo tedesco riprenderà temi della cultura rinascimentale collegandovi, in una visione eclettica, le acquisizioni della scienza contemporanea”. Il programma completo è consultabile all’indirizzo http://www.iliesi.cnr.it/iniziative/ProgrammaXII-locandina.htm. Roma, 2 gennaio 2007 La scheda Chi: Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee (Iliesi) del Cnr Che cosa: XII Colloquio Internazionale: “Natura” Dove: Roma, Dipartimento di Ricerche
Storico-Filosofiche e Pedagogiche, Facoltà di Filosofia, Università
“ Quando:4-6 gennaio, dalle ore 9.00 Per informazioni: prof. Tullio Gregory, direttore Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee (Iliesi) del Cnr, tel. 06/86320517-86320527, e mail: iliesi@iliesi
Ricerche di mercato e di opinione senza
risposte multiple, call center e analisi manuale delle risposte. Una semplice
domanda via e-mail, alla quale rispondere liberamente, e un software
dell’ISTI-CNR penserà a tutto, elaborando 240 risposte al secondo in qualunque
lingua. La piattaforma è già utilizzata dalla EGG, leader mondiale
dell’Internet banking Qualità del servizio, soddisfazione dei clienti, gusti, tendenze politiche… quale che sia l’oggetto del sondaggio, non c’è più bisogno di vagliare a mano le risposte del campione di intervistati, né del vincolo delle risposte multiple (il famigerato ‘sì, no, non sa/non risponde’). E soprattutto, non saremo più importunati dai call center: ci arriverà via e-mail una semplice domanda, alla quale potremo rispondere in forma di testo libero in ogni momento. E’ una vera rivoluzione per la tecnica demoscopica quella introdotta dal VCS-Verbatim Coding System, ideato e realizzato dall’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione (ISTI) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa. Ad analizzare le opinioni – scritte senza vincoli di schemi o scelte preconfezionate e rigide – sarà infatti un software innovativo messo a punto dal gruppo di ricerca guidato da Fabrizio Sebastiani e composto da Andrea Esuli e Tiziano Fagni, che interpreta e classifica in modo completamente automatico il parere espresso in forma di testo libero: un’attività che, fino a ieri, era subordinata all’analisi manuale degli operatori. L’applicazione più frequente è quella via email: il cliente riceve nella propria casella di posta elettronica un questionario nel quale può scrivere liberamente la propria opinione... (leggi il comunicato integrale sul sito del CNR )
Roma, 20 dicembre 2006 La scheda Chi: Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa Che cosa: VCS-Verbatim Coding System Per informazioni: Fabrizio Sebastiani, Isti-Cnr, tel. 050-3152892, email fabrizio.sebastiani@isti.cnr.it; Claudia Raviolo, Isti-Cnr, tel. 050-3152403, email claudia.raviolo@isti.cnr.it
Giustizia in Europa: il Cnr
accorcia i tempi Il Consiglio d’Europa approva e raccomanda a tutti i 46
Stati membri le politiche definite dall’Istituto di Ricerca sui Sistemi
Giudiziari del Cnr per migliorare gli iter
giudiziari La Commissione per l’efficienza della giustizia (Cepej) del Consiglio d’Europa ha approvato le linee guida per ridurre i tempi degli iter giudiziari raccolte nel Compendium ‘Best practices on time management in judicial proceedings’, redatto dall’Istituto di Ricerca sui Sistemi Giudiziari (Irsig) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna. “Anche se in misura molto diversa”, commenta Marco Fabri dell’Irsig-Cnr “l’eccessiva lunghezza dei tempi della giustizia è una questione aperta in diversi Stati europei tra cui, come ben noto, l’Italia. Le stesse ricerche condotte dalla Cepej mostrano anzi come il nostro Paese sia il fanalino di coda. Per i casi relativi ai licenziamenti, ad esempio, da noi la durata media di un procedimento è di quasi 700 giorni, contro i 19 in Olanda o i 30 in Spagna”. L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, preso atto della situazione, ha approvato una risoluzione che invita il nostro governo, ma non solo, a provvedere anche attraverso proposte e interventi indirizzati a policy makers e addetti ai lavori. “Il Compendium nasce proprio nell’ambito di queste attività con l’obiettivo di definire ogni procedimento entro limiti prevedibili e ottimali”, spiega Fabri. “Fondamentale, per la stesura del rapporto, è stato il lavoro del ‘network di corti pilota’ istituito da Cepej, che ha individuato, nei vari paesi, uffici, pratiche e metodi di lavoro più efficaci. La nostra idea era analizzare le situazioni di successo, più che inefficienze e ritardi”... (leggi il comunicato sul sito del CNR)
La scheda Chi: Istituto di Ricerca sui Sistemi Giudiziari del Cnr (Irsig) del Cnr di Bologna Che cosa: approvazione del Compendium ‘Best practices on time management in judicial proceedings’, proposto dall’Irsig-Cnr. Dove: Strasburgo - Commissione per
l’efficienza della giustizia (Cepej) del Consiglio d’Europa
Per
informazioni: Marco Fabri, Irsig, Cnr Bologna, tel.051/2756217, e-mail marco.fabri@irsig.cnr.it, Francesco Contini, Irsig-Cnr
Bologna,
tel. 051/2756227, cell. 328/4129288, e mail: francesco.contini@irsig.cnr.it
Aree inquinate: ambiente a rischio. E la
salute? Si tiene oggi al CNR il workshop “Studi su ambiente e salute nei siti
inquinati”, durante il quale viene presentato il Rapporto “Indagini
epidemiologiche nei siti inquinati”, che propone la promozione della ricerca sul
tema Alcune tra le più recenti indagini di epidemiologia ambientale vengono illustrate oggi a Roma, presso la sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nel workshop “Studi su ambiente e salute nei siti inquinati: prospettive di sviluppo metodologico e applicativo”. Intervengono tra gli altri il presidente del CNR, Fabio Pistella, il direttore del Programma Ambiente e Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Roberto Bertollini, e la vice presidente dell’Associazione Italiana Epidemiologia, Adele Seniori Costantini. Nel corso del workshop viene presentato il rapporto ISTISAN 06/19 “Indagini epidemiologiche nei siti inquinati: basi scientifiche, procedure metodologiche e gestionali, prospettive di equità”, curato da Fabrizio Bianchi dell’Istituto di Fisiologia Clinica (IFC) del CNR di Pisa e da Pietro Comba del Dipartimento ambiente e connessa prevenzione primaria dell’Istituto Superiore di Sanità, che approfondisce la riflessione sullo stato di salute delle popolazioni residenti nei siti inquinati. Numerosi studi recenti hanno
infatti segnalato situazioni critiche per i residenti nelle aree a rischio.
Eccessi di mortalità, malformazioni congenite o altre condizioni anomale sono
riscontrate in molte zone studiate (tra cui Augusta-Priolo, Gela, Porto Torres,
Taranto, Genova, Mantova, Massa Carrara e vaste aree della Campania interessate
dallo smaltimento incontrollato dei rifiuti). I risultati
emersi dalle ricerche condotte sui residenti in prossimità di poli industriali
e siti di smaltimento di rifiuti tossici, hanno evidenziato un generale
incremento di molte patologie e del relativo tasso di mortalità.
“In molte di queste zone sono in corso attività di monitoraggio ambientale, sorveglianza sanitaria e in alcune di bonifica delle matrici contaminate”, osserva Fabrizio Bianchi dell’IFC-CNR, “che coinvolgono diverse istituzioni ed enti e che richiedono studi multidisciplinari rigorosi, tecnologie innovative, sistemi avanzati di misura e valutazione, misure di prevenzione primaria, nuove tecniche di comunicazione e partecipazione. Su questi argomenti il CNR è impegnato a dare il proprio contributo in collaborazione con gli altri soggetti, in primo luogo l’Istituto Superiore di Sanità e Ministeri competenti, soprattutto per capire meglio i meccanismi di contaminazione della catena alimentare e di passaggio all’uomo di inquinanti ambientali persistenti, sviluppare tecniche di misura individuale dell’esposizione, sperimentare nuove tecniche di bio-depurazione, usare efficacemente le risorse di geo-osservazione e localizzazione satellitare”. Nelle aree industriali siciliane si sono intensificate le malformazioni infantili e i casi di aborto, come pure i tumori a polmoni, colon-retto e pleura. In Campania, dove la mortalità nel ventennio 1982-2001 è diminuita ma si mantiene al di sopra della mortalità nazionale, le malattie del sistema circolatorio rappresentano la prima causa di morte in entrambi i sessi (40% per gli uomini, 50,3% donne), seguite da tumori (30% maschi, 21,3% femmine), in particolare a stomaco, reni, fegato, bronchi e polmoni, pleura e vescica. Preoccupanti anche i dati provenienti dall’area dell’acciaieria di Cornigliano, dove si osserva una maggior incidenza (+10%) di tumori negli uomini rispetto al resto di Genova, in particolare a laringe, encefalo, sistema nervoso centrale e sistema emolinfopoietico. Nella zona di Massa-Carrara, i dati di mortalità generale (più elevati di quelli regionali, specialmente tra i maschi: eccesso del 10%) rilevati a dieci anni dalla chiusura degli impianti ANIC-Agricoltura e Farmoplant mostrano un indice di mortalità maschile, rispetto alla media toscana, maggiore per i tumori al fegato del 53% a Carrara e del 69% a Massa, per i tumori della laringe del 64% e 52%, per il tumore della pleura a Carrara del 131%. Nel polo industriale di Termoli e nella zona della discarica di Guglionesi, in Molise, si verifica l’aumento della mortalità dal 1980 al 2001 per cause tumorali, in genere nei maschi e quindi associabili a esposizioni lavorative, e di malattie dell’apparato respiratorio (+17% a Termoli e + 42% a Guglionesi). Roma, 14 dicembre 2006 La scheda Che cosa: workshop “Studi su ambiente e salute nei siti inquinati: prospettive di sviluppo metodologico e applicativo” Quando: 14 dicembre 2006, ore 10.00-16.30 Dove: Cnr -Aula Convegni, P.le Aldo Moro, Roma Per informazioni: Fabrizio Bianchi, Ifc-Cnr, Pisa, tel. 050-3152100/1; e-mail fabrizio.bianchi@ifc.cnr.it; Liliana Cori, Dipartimento Medicina, Cnr, Roma, tel. 06-492712205; e-mail: liliana.cori@cnr.it
La morte cerebrale è
ancora vita? Questo l’interrogativo posto da
Finis vitae, testo promosso e pubblicato dal CNR in cui
alcuni dei maggiori esperti internazionali affrontano la definizione di ‘morte’
e i criteri per accertarla, su cui anche l’esperienza clinica pone seri dubbi.
Il libro viene presentato oggi Il tema della
‘dolce morte’ divide studiosi, mass media e opinione pubblica. Invece, sulla
definizione di ‘morte’ e sui criteri per accertarla, il dibattito scientifico e
culturale si è affievolito. I principali interrogativi su tale problematica sono
ora affrontati in ‘Finis vitae. Is Brain Death still Life?’, un testo pubblicato
con il sostegno del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che raccoglie gli
interventi di autorevoli medici, giuristi e filosofi, europei e americani. Il
libro, edito da CNR e Rubbettino, viene presentato oggi presso la sede
dell’Ente, con gli interventi di: Rosangela Barcaro (bioeticista – CNR), Rainer
Beckmann (giurista – Università di Wurzburg), Paul A. Byrne M.D. (neonatologo –
St. Vincent’s Medical Center – USA), Robert Spaemann (filosofo – Università di
Monaco), modera Cinzia Caporale (bioeticista – CNR). “Mors est finis vitae: la morte non è solo ‘la’, ma è anche
‘il’ fine della vita umana, il momento che svela il significato”, osserva
Roberto de Mattei, vice presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che
ha curato il volume. “E il progresso scientifico e tecnologico applicato alla
medicina ha introdotto nuovi motivi di riflessione: accanimento terapeutico,
‘testamento biologico’, eutanasia e suicidio assistito, richiesta di sospensione
delle terapie, cure palliative e soprattutto prelievo di organi a fini di
trapianto”. “Un dibattito
aperto che, per i suoi risvolti medici, giuridici, filosofici e morali,
coinvolge sia ambienti laici che religiosi” aggiunge Rosangela Barcaro. Fino
agli anni ‘60, si riteneva che l’accertamento della morte dovesse avvenire
mediante il riscontro della definitiva cessazione delle funzioni vitali:
respirazione, circolazione, attività del sistema nervoso. Ma nel 1968 una
Commissione della Facoltà medica di Harvard propose un nuovo criterio, allora
indicato come ‘coma irreversibile’, fondato sulla definitiva cessazione delle
funzioni dell’encefalo. “I criteri di Harvard sono stati pubblicati senza nessun
dato clinico-statistico relativo a pazienti. In realtà la morte cerebrale non è
la vera morte” afferma deciso Byrne, criticando anche “l’uso del termine
‘irreversibile’, che non è un concetto empirico e non può essere empiricamente
determinato. Eppure il criterio della morte cerebrale è stato accolto in tempi
rapidi nella legislazione e nella pratica medica della maggior parte degli Stati
del mondo”. Dagli anni
’80, però, nel mondo scientifico hanno iniziato a diffondersi perplessità e
dissensi sulla validità di tale criterio fondato sulla ‘teoria dell’integratore
centrale’, secondo cui l’organismo, quando l’encefalo cessa di funzionare, si
riduce a una collazione di organi, parti corporee non integrate funzionalmente.
Non a caso i criteri di Harvard seguono di pochi mesi il primo trapianto di
cuore. “Per mero interesse si è sviluppato un nuovo criterio per dichiarare
morte le persone” accusa Byrne. “Per ottenere un cuore sano da destinare al
trapianto non ci sono altri modi a meno che prelevarlo da un paziente vivo. E
rimuovere un organo vitale sano da un soggetto dichiarato a termini di legge
cerebralmente morto, ma non biologicamente tale, sotto il profilo etico è inaccettabile”. Concorda Bekmann: “Il
fatto che la dichiarazione di morte cerebrale come nuovo criterio di morte fosse
pilotato da interessi non è una prova della sua inesattezza, però è un elemento
da indagare. La possibilità di prelevare organi potrebbe essere un motivo di
tutto rispetto, considerando che un trapianto a buon fine può salvare molte
vite. Ma un fine nobile non giustifica qualsiasi mezzo per
raggiungerlo”. La realtà
clinica, inoltre, ha mostrato molti casi nei quali, alla cessazione
irreversibile delle funzioni cerebrali, non è seguita la perdita del
funzionamento integrato dell’organismo sottoposto a rianimazione: funzioni
endocrino-ipotalamiche e di regolazione neuroormonale sono state conservate.
Obietta Spaemann: “Un corpo capace di risposte vegetative che richiedono una
complessa coordinazione muscolare non è ovviamente in quella condizione di
dis-integrazione che ci permetterebbe di dire che non è vivo”. Byrne porta la
propria esperienza: “Donne in gravidanza morte cerebralmente, opportunamente
assistite, sono sopravvissute fino a partorire un bambino normale. Io
personalmente, nel 1975, ho curato un neonato in ventilazione artificiale da sei
settimane, il cui elettroencefalogramma (EEG) era compatibile con lo stato di
morte cerebrale. Dopo due giorni in cui l’EEG non era cambiato, fu suggerito di
scollegarlo dal respiratore, ma decisi di non farlo. In seguito le condizioni
migliorarono, si disabituò al respiratore, fu dimesso ed ebbe una crescita e uno
sviluppo normale. Ora fa il pompiere”. Ulteriori
interrogativi riguardano i criteri neurologici da utilizzare per l’accertamento
del decesso. “In Gran Bretagna i medici fanno riferimento alla funzionalità del
solo tronco encefalico e non impiegano accertamenti strumentali a conferma della
valutazione clinica. Al contrario, in Italia ci si riferisce alla funzionalità
dell’intero encefalo, compreso il tronco encefalico, e per legge è obbligatorio
l’esame elettroencefalografico”, avverte Barcaro. “Se la morte
di un essere umano e la perdita delle funzioni cerebrali sono per definizione
comparate, ogni critica a questa ipotesi è inconcludente” spiega Spaemann.
“Resta da chiedersi se ciò che viene definito in questo modo sia realmente ciò
che tutti gli uomini hanno abitualmente chiamato ‘morte’”. “Un essere umano in
stato di morte cerebrale non è un ‘cadavere’” aggiunge Bekmann, “sotto il
profilo giuridico, non esiste una terza condizione dell’essere tra l’essere in
vita o morti”. Roma, 13 dicembre 2006 La scheda Che cosa: presentazione di: J. Andrew Armour,
Rainer Beckmann, Fabian W. Bruskewitz, Paul A. Byrne, Roberto de Mattei, David
W. Evans, Joseph C. Evers, Cicero Galli Coimbra, David J. Hill, Michael Potts,
Josef Seifert, D. Alan Shewmon, Robert Spaemann, Wolfgang Waldstein, Yoshio
Watanabe, Walt Franklin Weaver, Ralph Weber, ‘Finis vitae. Is Brain Death still
Life?’, edizioni CNR-Rubbettino Quando: 13 dicembre 2006, ore 16,00 Dove: Aula Marconi, Consiglio Nazionale delle Ricerche, piazzale Aldo Moro, 7 - Roma Per informazioni: dr.ssa Rosangela Barcaro, Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno del Cnr, e-mail rosangela_barcaro@yahoo.it
Il precariato
nel lavoro scientifico Il 10,2% ha
avuto un contratto a tempo determinato e il 9,7% un assegno di ricerca; i ‘Co.co.co.’ e le altre forme di collaborazione
sono il 35,8%, mentre i borsisti di vario genere sono 37,4%. Un’incertezza che provoca stress e tensioni anche nella vita
privata. Sono i dati di un’indagine condotta dall’Irpps del Consiglio
nazionale delle ricerche
Un dato di fondo relativo al
‘mercato’ del lavoro scientifico che desta preoccupazione è l’elevata età media
dei ricercatori, dovuta anche al blocco delle assunzioni a tempo indeterminato
negli enti pubblici di ricerca. Un altro dato, ad esso
correlato, è che in Italia anche il precariato ha un’alta età media, tant’è che
non è possibile parlare di questi studiosi come di ‘giovani in formazione’. Ai
ricercatori precari è dedicata l’indagine svolta dell’Istituto di ricerche sulla
popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Consiglio nazionale delle
ricerche, pubblicata nel volume “Portati
dal vento. Il nuovo mercato del lavoro scientifico” di Maria Carolina Brandi
dell’Irpps-Cnr. Il libro
verrà presentato a Roma, domani, 13 dicembre, alle ore 10.30, nella sede
centrale dell’Ente, in piazzale Aldo Moro, 7. All’indagine hanno risposto, tramite questionario informatico pubblicato on-line
sul sito dell’Irpps, 798 ricercatori con contratto a termine di alcune Università e dei maggiori Enti pubblici di ricerca
italiani. “Dall’esame dell’età si rileva innanzitutto
che il 5,2% ha più di quarant’anni, il 20,6% è tra i 35 e i 39 anni, mentre il
43,4% è tra i 30 ed i 34 e solo il 30,7% ha 29 anni o meno” spiega Carolina
Brandi. Un effetto questo, dei tempi di attesa:
“Anche 5 anni prima che un ricercatore possa vedere stabilizzata la propria
collaborazione...
Un codice a barre per le opere d’arte Si ricava dall’impronta
‘sonica’ prodotta dal manufatto dietro sollecitazioni meccaniche ed è stata già
rilevata su alcune opere siciliane, quali l’ Efebo di Mozia e il Cratere dei
Niobidi nel Museo Archeologico di Agrigento. Il sistema, messo punto dal Gruppo
nazionale di Geofisica della Terra Solida del Consiglio nazionale delle
ricerche, consente di dare un ‘marchio’ inconfondibile nel caso di furti e
falsi Furti e
traffico internazionale di opere d’arte, produzione di falsi e cloni non
autorizzati rappresentano un grande rischio per il nostro patrimonio culturale.
Come tutelarlo in maniera efficace? La soluzione arriva dal ‘codice a barre’ dei
beni artistici ricavato dal rilievo dell’impronta ‘sonica’ di ciascun manufatto,
un ‘marchio’ che identifica l’oggetto come le impronte digitali per l’uomo.
“Il principio è quello di far risuonare gli
oggetti con opportune sollecitazioni meccaniche, come ad esempio con un
martelletto gommato, valutando tutte le frequenze delle vibrazioni che si
producono nell’opera”, spiega il prof. Pietro L. Cosentino, del Gruppo nazionale
di Geofisica della Terra Solida del Consiglio nazionale delle ricerche e
ordinario di Geofisica all’Università di Palermo. “Lo spettro di queste
frequenze può essere rappresentato in un grafico del tutto simile al codice a
barre che contrassegna i prodotti al supermercato. Questa impronta
identificativa può essere rilevata, senza alcuna invasività sull’opera, in
materiali lapidei, metallici, lignei e ceramici”. Il sistema di rilevamento, ricavato dall’applicazione di una tecnica della microgeofisica ad alta risoluzione, in particolare della tomografia sonica, è stato recentemente presentato dal prof. Cosentino in un convegno, e già sperimentato, in collaborazione con il Centro di Restauro della Regione Sicilia, su opere notevoli conservate nel territorio, come la Venere ‘anadiomene’ del Museo P. Orsi di Siracusa, l’Efebo di Mozia, il Cratere dei Niobidi del V sec. a.C. nel Museo Archeologico di Agrigento, la Statua di San Michele Arcangelo di Antonello Gagini nel Museo Abatellis di Palermo, piatti ceramici e altri capolavori, che oggi grazie al loro ‘marchio’ sono inequivocabilmente distinguibili da qualunque copia o contraffazione... (continua sul sito del CNR)
L’archeologo che non scava Si
serve di immagini telerilevate,
laser scanner, radar, lidar,
per esplorare il suolo e ricostruire antiche civiltà. A questa professione
rinnovata è dedicato il convegno internazionale: “From space to place”
organizzato dal Virtual heritage lab del Consiglio nazionale
delle ricerche, nel corso del quale verrà presentato un progetto Cnr- SEAT-Pagine Gialle, per visitare virtualmente Roma imperiale attraverso foto satellitari
di elevatissima risoluzione.
L’archeologo del futuro non scava, ma vede cosa si cela nel suolo grazie al telerilevamento. Dallo spazio la vista si stringe sempre più sul dettaglio di un sito, fino ad esplorarne le viscere. Allo scavo ‘virtuale’ è dedicato “From space to place. 2nd International conference on remote sensing in archaeology”, il più importante convegno al mondo di archeologia e telerilevamento che si tiene a Roma, presso il Cnr, dal 4 al 7 dicembre, e che vede la partecipazione di oltre 150 delegati da 25 paesi diversi. All’ordine del giorno: le tecnologie più
avanzate di rilevamento, documentazione, analisi, diagnosi e comunicazione del
paesaggio archeologico. “Se in passato”, spiega Maurizio Forte chair della
conferenza e primo ricercatore dell’Istituto di tecnologie applicate ai beni
culturali (Itabc) del Cnr, “lo scavo
rappresentava, anche in senso romantico, il centro ineludibile dell’attività
archeologica, il futuro ci riserva un’archeologia in grado di restituire
informazioni senza neppure toccare il terreno, grazie a tecniche che
consentiranno soprattutto di raccogliere dati di maggiore qualità, risparmiando
tempo, risorse umane e danaro. Il telerilevamento in archeologia ci permette di
vedere l'invisibile, oltre la vegetazione e la profondità dei suoli, grazie a
satelliti, laser scanner, radar, lidar, firme iperspettrali”.
Il convegno è organizzato dal Virtual Heritage Lab del Consiglio nazionale delle ricerche, laboratorio dove da anni lavorano in sinergia archeologi, architetti, informatici e specialisti di varie discipline, in collaborazione con le maggiori istituzioni mondiali nel settore. Questa struttura è impegnata in progetti di assoluta avanguardia, come quello che, grazie alla partnership di SEAT-Pagine Gialle, consentirà di navigare nel modello tridimensionale della Roma imperiale attraverso l'elaborazione di foto satellitari di elevatissima risoluzione (20 centimetri). (continua sul sito del CNR...)
Ottimismo, questione di
geni E’ scritto nel
Dna se le nostre arterie invecchiano precocemente e a quali rischi cardiovascolari andiamo
incontro; ma anche se siamo
ansiosi, estroversi oppure generosi. La
scoperta dallo studio “progenie” del Cnr di
Cagliari Lanusei, Ilbono, Elini ed Arzana, quattro paesini nel cuore della Sardegna, trasformati in laboratori dai ricercatori dell’Istituto di neurogenetica e neurofarmacologia (Inn) del Consiglio nazionale delle ricerche. E’ qui che si stanno studiando, nell’ambito del progetto Progenia, i geni di 6000 abitanti di una popolazione che è rimasta isolata per millenni a causa della sua insularità e che probabilmente deriva da un numero ristretto di individui ‘fondatori’. “Le diversità tra individuo e individuo derivano dal fatto che ognuno di noi possiede differenti varietà dello stesso gene”, sottolinea Antonio Cao, direttore dell’Inn-Cnr e coordinatore del Progetto. “Nella nostra isola le differenze sono minori. E questo ci permette di associare più facilmente la variante genetica a uno o più tratti particolari, quali ad esempio l’elasticità o meno delle arterie (importante per l’insorgenza di alcune malattie comuni come la coronaropatia), o la capacità di affrontare con ottimismo le difficoltà della vita”. In media, i geni possono spiegare il 40% della variabilità di 38 parametri ematologici (come ad esempio il livello del colesterolo buono HDL o di quello cattivo LDL); il 51% della variabilità di 5 misure antropometriche (come altezza, peso e circonferenza della vita); il 20% di 20 parametri cardiovascolari, e il 19% di 35 tratti della personalità. Dallo studio si evince inoltre l’esistenza di differenze nella componente genetica tra i due sessi. “Infatti, mentre le differenze dei parametri fisici come altezza e peso tra uomo e donna sono quasi ovvie”, spiega Cao, “quelle nel comportamento per esempio lo sono un po' meno: l'attitudine a sviluppare nevrosi, o la tendenza ad essere estroversi, è influenzata dai geni al 30% per le donne, ma solo al 20% per gli uomini. Sembra addirittura esserci un legame tra la variabilità di questi parametri e l'età della persona. I risultati mostrano che un tratto come la pressione arteriosa ha una bassissima ereditarietà in individui con meno di 40 anni, mentre la correlazione è più forte in persone di età superiore”.(continua sul sito del CNR)
CNR
e Federlegno-Arredo, al via "portafoglio
di progetti di ricerca" Obiettivo:
valorizzare il settore del legno, attraverso la ricerca, nei comparti produttivi
dell'ambiente, dell'energia, dei nuovi materiali. Ma anche della salute e del
patrimonio culturale.
Innovazione
tecnologica e sviluppo sostenibile al centro del protocollo di intesa firmato fra le
parti Promuovere
la ricerca
e l'utilizzo concreto delle
tecnologie e dei risultati della ricerca conseguiti come fattori di competitività delle imprese
del settore del Legno, del Sughero, del Mobile e dell'Arredamento,
facilitando l’incontro tra domanda ed offerta di conoscenza. Al tempo stesso, fornire un contributo finalizzato sia a far
crescere qualitativamente le imprese del
settore Legno, sia a favorire un
maggiore impegno del comparto nella Ricerca e Sviluppo. E' l’obiettivo del protocollo d’intesa
siglato, a Roma, dal Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Fabio Pistella, e dal Presidente
della Federazione Italiana delle
Industrie del Legno, del Sughero, del Mobile e dell'Arredamento, Roberto Snaidero, alla presenza del
vice-presidente della Confindustria per l’innovazione e la ricerca, Pasquale
Pistorio. L’accordo,
che formalizza e rafforza i rapporti di partenariato già sviluppati in passato
con programmi di collaborazione tecnologica fra il CNR e le aziende associate a
Federlegno-Arredo, anche in cooperazione con altri Enti pubblici di
ricerca, prevede l'individuazione e lo
sviluppo di un "Portafoglio di Progetti di Ricerca", dedicato a temi di comune
interesse per le parti. Per ogni progetto di ricerca saranno stipulate
Convenzioni operative, tese a regolare i rapporti fra i
Dipartimenti del CNR coinvolti (le macro aree tematiche in cui è
organizzato l'Ente), e le parti interessate.
Un collirio contro l’Alzheimer La molecola Ngf (il fattore di crescita nervoso - nerve
growth factor), somministrata come collirio raggiunge i neuroni cerebrali,
migliora le capacità cognitive e
permette un nuovo approccio terapeutico
contro l’Alzheimer. La scoperta- pubblicata sulla rivista Brain Research
- è di un gruppo di ricercatori del Cnr
e dell’Università di Roma ‘Campus’ Nuove e interessanti prospettive nella cura della malattia
di Alzheimer, grazie a un collirio che contiene la molecola Ngf. Una goccia di
questa sostanza è in grado di raggiungere i neuroni del prosencefalo basale e prevenirne
la morte. E’ questo il risultato di
studi clinici condotti da Luigi Aloe dell’Istituto di neurobiologia e
medicina molecolare (Inmm) del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma e da
Alessandro Lambiase della Clinica oculistica dell’Università di Roma “Campus”.
Negli ultimi anni il fattore di crescita nervoso (scoperto
negli anni ’50 dal premio Nobel Rita Levi-Montalcini) ha ricevuto molta
attenzione come potenziale agente terapeutico nella malattia di Alzheimer e
attualmente, l’uso di questa molecola nel trattamento della malattia richiede la
somministrazione intracerebrale in
prossimità delle aree cerebrali colpite dalla patologia, essendo incapace di
attraversare la barriera ematoencefalica. “La somministrazione di Ngf per via oculare, resa possibile
dall’esistenza di una connessione anatomica tra cervello e sistema oculare”,
spiega Luigi Aloe dell’Inmm-Cnr, “rappresenta una strategia nuova, non invasiva
in grado di aggirare la barriera cerebrale”. “Fino ad oggi, per
la somministrazione della molecola Ngf”, sottolineano gli autori della ricerca,
“sono state utilizzate metodiche
invasive con rischi e costi elevati, come l’infusione cerebro-ventricolare, il
trapianto di cellule capaci di produrre Ngf e vettori virali. Lo sviluppo di
metodi di somministrazione meno invasivi e costosi consentirebbe un potenziale
impiego della molecola nella clinica per il trattamento di queste patologie
degenerative”. (per
maggiori informazioni vai al sito del CNR)
Cellule
staminali dal riccio di mare Stelle di mare, molluschi e pesci
costituiscono una potenziale sorgente di cellule muscolari, scheletriche,
immunitarie, germinali, embrionali e del sangue. Alle possibilità di studio e
di applicazione della genomica ‘marina’, come quella
del riccio di cui è stato recentemente sequenziato il genoma, è dedicato il
primo workshop in Europa, organizzato dall’Istituto di biomedicina e immunologia
molecolare "Alberto Monroy" del Consiglio nazionale delle
ricerche. Dal mondo marino una speranza per la cura delle
malattie, grazie alle cellule staminali derivate dal riccio di mare studiate
dall’Istituto di biomedicina e
immunologia molecolare "Alberto Monroy" (Ibim) del Cnr di Palermo. Di recente su
Science (vol. 314) è stato pubblicato
il sequenziamento completo del genoma del riccio di specie
americana effettuato dal Consorzio Sea Urchin Genome Sequencing, di cui fa parte anche l’Istituto del Cnr,
organizzatore del primo workshop europeo ‘Stem cells in marine organisms’ che si
tiene oggi e domani a Palermo. ...
Il
Cnr illustra i suoi progetti nell’ambito della manifestazione H2 Roma: dai
computer e lettori alimentati a celle a combustibile alle tecnologie destinate ai veicoli speciali.
Presentato, durante il workshop ‘Energia e mobilità ad
una svolta’,
anche il progetto del primo centro testing nazionale
dell’Itae-Cnr per favorire il rapporto tra potenziali
utenti e produttori delle nuove tecnologie dell’idrogeno
L'alimentazione a idrogeno
è spesso citata come una prospettiva incoraggiante, seppur ancora incerta. Quasi sempre, però, si sente parlare dell'utilizzo di tale
elemento nel settore dei trasporti, mentre il Consiglio nazionale delle ricerche
sostiene da anni l’impegno volto anche a sviluppare la tecnologia
destinata ai sistemi portatili (alimentatori per computer e dvd) e alle applicazioni domestiche (piccoli generatori per
la produzione di elettricità e calore). Un mercato potenziale
che potrebbe interessare anche piccole e medie imprese. Nel settore delle celle a
combustibile, infatti, l’Istituto di tecnologie avanzate per l’energia (Itae) del Cnr di Messina ha
raggiunto una posizione leader, avendo contribuito significativamente allo
sviluppo ed alla diffusione di questa tecnologia a livello industriale sin dal
1983. “La principale caratteristica delle fuel cell”, spiega Gaetano Cacciola, direttore dell’Itae-Cnr,
“consiste nella possibilità di produrre energia elettrica da combustibili
tradizionali, con elevato rendimento e con solo modeste emissioni di CO2, e
nella opportunità di produrre contemporaneamente calore
utilizzabile”...
Una possibile via verso
la fusione Firmato oggi un accordo internazionale
che porterà alla costruzione di un grande reattore sperimentale, chiamato
ITER, per la produzione di energia da fusione
nucleare. Domani a Bruxelles sarà siglato un accordo tra Europa e Giappone per
la realizzazione di impianti complementari ad
ITER Parte “ITER”, International
Thermonuclear Experimental Reactor, (reattore sperimentale termonucleare
internazionale) un Progetto internazionale che ha l’obiettivo di produrre
energia dalla fusione. I ministri di Unione Europea, Stati Uniti d'America,
Russia, Cina, India, Giappone e Corea, paesi che partecipano al progetto, hanno
firmato oggi a Parigi, all’Eliseo, ospiti del Presidente francese Jacques
Chirac, l’accordo internazionale che porterà, a partire dal 2007, alla
realizzazione del grande reattore a fusione nucleare. Si tratta di una
cooperazione internazionale senza precedenti che, come afferma il direttore
generale di ITER, Kaname Ikeda, “potrà contribuire a creare una nuova fonte
energetica per l’umanità” L’impianto, che verrà costruito nel Sud della Francia a Cadarache, consentirà di svolgere esperimenti per la produzione di plasmi con Deuterio e Trizio e parallelamente di sviluppare le nuove tecnologie necessarie per le centrali a fusione del futuro... (il comunicato integrale può essere letto sul sito del CNR) |
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La scienza preoccupa i giovani e non li informa Il
94,3% degli studenti sa cos’è un Ogm e l’86,7%
sa che possono essere modificati piante, batteri, virus e funghi. Il
92,5% sa che il termine elettrosmog si riferisce all’inquinamento da campi
elettromagnetici e il 95,6% che il fenomeno riguarda antenne, ripetitori,
elettrodotti, ma la parola ‘smog’ inganna il 10,3% degli intervistati, convinti
che esso si riferisca al traffico urbano. Sull’esplorazione spaziale la teoria
del big bang è ben conosciuta (il 95,1%), ma il 25,3% non sa rispondere sul
moto dei satelliti e il 12,7% non conosce la galassia che ospita il nostro
pianeta. ‘Percezione e consapevolezza della scienza’ - progetto realizzato nell’ambito del ciclo ‘Ethics and Polemics’ dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, in collaborazione con British Council e Fondazione Rosselli - ha avviato tre iniziative sugli organismi geneticamente modificati, sulle onde elettromagnetiche e sull’esplorazione dello spazio, svolte rispettivamente a Bologna, Roma e Napoli. “All’inizio e al termine delle inchieste sono stati distribuiti più di duemila questionari a 25 istituti secondari di tipo tecnico, scientifico, classico, professionale, magistrale”, spiega Adriana Valente dellIstituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Cnr, responsabile del progetto. Dalle indagini emerge che la minore percentuale di risposte errate è del liceo scientifico e che nel complesso le risposte corrette sono comunque alte... (il comunicato integrale può essere letto sul sito del CNR)
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