in fondo alla pagina: alcune diapositive proiettate da Tindaro Gatani nel corso della conferenza
Zurigo in italiano
(Zürich auf
Italienisch)
Mercoledì, 22
novembre 2006
ore 18,30 - 21,00
circa
Weinkeller
"Haus zum Kiel", Ecke Hirschengraben 20
"Pasta e ancora
non basta"
Storia e fortuna di
un alimento
che è diventato una
bandiera
Interventi di
e
Andrea Guidi, direttore generale
della Barilla Suisse
Testo della
conferenza con diapositive
di
La
leggenda degli «spaghetti» cinesi
Quando
si parla di spaghetti ed in generale di pasta alimentare, molti credono di
sapere che la loro origine sia cinese, e questo perché lo avrebbe raccontato,
dicono, Marco Polo, dettando, sul finire del XIII secolo, le sue memorie di
viaggio a Rustichello o Rusticiano da Pisa, che le trascrisse in francese in Le divisement dou monde, divenuto poi
celebre con il titolo di Milione. Si
tratta di una leggenda. Marco Polo, parlando del reame di Fansur, un'isola del
sud-est asiatico, dice infatti testualmente: «Non hanno grano,... Qui à una grande maraviglia, che ci àn farina
d'àlbori, che sono àlbori grossi e ànno la buccia sottile, e sono tutti pieni
dentro di farina, e di quella farin[a] si fa molti mangiar di pasta e buoni, ed
io più volte ne mangiai»[1].
Il
testo originale francese va oltre, precisando che gli abitanti di quell'isola «non hanno frumento o altri grani»[2].
Nel
pubblicare la prima versione italiana del Milione,
Giovan Battista Ramusio (Treviso 1485 - Padova 1557), aggiunse la seguente
nota: «... et la farina purgata et
mondata, che rimane, s'adopra, et si fanno di quella lasagne, et diverse
vivande di pasta, delle quali ne ha mangiato più volte il detto Marco Polo, et
ne portò seco alcune a Venezia, qual è come il pane d'orzo, et di quel
sapore...»[3].
L'albero
di cui parla Marco Polo è quello del sago,
nome volgare di alcune palme produttrici di fecola alimentare del genere Cycas
e Caryota meglio conosciute come «sagopalme».
Giuseppe
Prezzolini ci spiega così la nascita della leggenda: «In America non hanno esitato a prender il testo del Ramusio, han dato
una spintarella... e l'han fatto diventare la prova» della importazione
dalla Cina degli spaghetti[4].
E
dall'America la leggenda si è diffusa in tutto il mondo. Una volta tanto, i
Cinesi non sono insomma responsabili di essersi appropriati di un'invenzione
altrui.
Anche
perché essi avevano la loro pasta. Il loro termine per «pasta» era ed è quello dell'ideogramma «bing» con il quale, dal III al X secolo d.C. essi indicarono
genericamente tutte «le cose di pasta»,
fatte anche usando le fecole di leguminose, di radici e di bulbi di alcuni
alberi, come appunto racconta Marco Polo.
A
partire dall'XI secolo, dopo il grande impulso dato dalla dinastia Song
(960-1279) alla coltivazione del grano, «bing»
restò ad indicare la pasta in genere, e con l'ideogramma «mian» venne indicata la «farina
di frumento», con la quale, in occasione di feste e ricorrenze importanti,
preparavano anche piccoli ravioli farciti con diversi impasti. La coltivazione
di grano e quindi la produzione di pasta appartengono a quelle tante cose
cinesi di cui Marco Polo non ci parla nel suo Milione.
E,
se a questa svista, aggiungiamo, come fa lo storico cinese Li Zéfen, che nel Milione mancano semplici accenni
concernenti «alla vita raffinata della classe cinese colta, alla presenza di
templi confuciani con le loro sontuose cerimonie, e di scuole e di centri
culturali che sorgevano un po' dovunque", ma anche alla Muraglia e all'uso
della fasciatura dei piedi delle donne, abbiamo "la riprova ch'egli",
conoscendo soltanto il mongolo e non il cinese, "non fu mai in relazione
con alcun amico che appartenesse alla classe degli alti funzionari del
posto", ma solo ed esclusivamente con commercianti e militari mongoli che
facevano parte della allora odiata potenza dominatrice della Cina[5].
Grano
duro, grano tenero
«semola»
e «farina»
I
Cinesi hanno da sempre coltivato solo grano tenero dalla cui farina si ottiene
della buona pasta per brodi, per il pane e per i dolci, ma non per produrre
ottima pasta secca. Il grano duro (Triticum durum) si differenzia da quello
tenero per il contenuto di proteine lievemente superiore. Già in epoca classica
si conoscevano i pregi di questa specie di grano che, nel IV secolo d.C.,
Oribasio, medico dell'imperatore Giuliano l'apostata, nella sua Enciclopedia medica, descrive benissimo,
dicendo che è «diafana, compatta, di un
colore giallognolo e di grande valore nutritivo».
L'odierna
descrizione del Triticum durum non si
differenzia granché da quella di sedici secoli fa. Si veda, per esempio, il Manuale ufficiale degli standars del grano
negli USA (Handbook of. Offic. Grain
Standards od the USA, 1940, p. 4), che stabilisce: «Il migliore di esso deve avere un colore ambra».
Dalla
macinazione del grano duro si ottengono semole e semolati dai granuli grossi
con spigoli netti, mentre dal grano tenero (Triticum
vulgaris) si ottengono farine dai granuli tondeggianti. Gli esperti ci
spiegano che durante la cottura, due proteine della semola di grano duro, la
gliadina e la glutenina, si legano con l’acqua formando una specie di rete a
maglie strette che imprigiona l’amido interno evitando l'effetto-colla.
La
pasta fatta con farina di grano tenero, invece, «scuoce» perché forma una rete agglutinante a maglie larghe che
permette la fuoriuscita dell’amido interno, che costituisce il 70%, rendendo
collosa la pasta, che oltre tutto conserva uno spiccato sapore di farina. Le
stesse parole «semola» e «farina» contraddistinguono già la loro
diversa origine e quindi la loro diversa qualità.
Riprendiamo il cammino storico, sottolineando
che l'origine delle paste alimentari si perde nella notte dei tempi, tanto che
come canta il Columbro non si sa ancora:
Chi mai fosse tra i
ghiottoni
L'inventor dei
maccheroni
Vi son dispute
infinite
Né decisa è ancor la
lite[6].
Non
si sa dunque dove e quando fu introdotto l'uso dei vari impasti di farina di
frumento ed acqua per fare il pane e la pasta fresca. In Egitto, dove è stato
rinvenuto del grano risalente a 4600 anni a.C., sono state ritrovate statuette
che raffigurano donne inginocchiate intente a macinare grano, facendo scorrere
un rullo su lastroni di pietra. Il grano era anche conosciuto e coltivato in
Mesopotamia al tempo degli Assiri e dei Babilonesi.
Gli
«spaghetti» di Trabia
La
prima testimonianza «italiana» sulla
conoscenza della pasta è quella rinvenuta in una tomba etrusca a Cerveteri,
dove nella cosiddetta «grotta bella»,
risalente al IV secolo a.C., sono stati ritrovati scolpiti su una lastra di
marmo uno spianatoio, un mattarello ed una rotella tagliapasta.
I
Romani conoscevano diverse specie di frumento, delle quali Plinio il Vecchio ci
ricorda il triticum, la zea, l'alica e
I
Romani erano ghiotti di «lagane», che
erano delle focacce arrostite su pietre roventi ed assomigliavano in certo qual
modo alle nostre lasagne alle quali hanno sicuramente dato il nome. Il più
antico libro di ricette romane, scritto da Apicio che visse ai tempi di Cesare
Augusto, raccomandava di utilizzare «le
duttili lagane per racchiudervi timballi e pasticci».
La
prima menzione scritta di pasta secca è quella del siriano Bar Alì, del IX
secolo. La prima vera e propria fabbrica di pasta alimentare secca è
documentata dal geografo arabo-siculo al-Idrisi, il fondatore della geografia
scientifica moderna, che alla corte di re Ruggero II a Palermo attese alla
elaborazione di una carta del mondo allora conosciuto e di un libro che dal
nome del monarca siciliano prenderà poi appunto il nome di Libro di Ruggero. Correva l'anno 1154 quando al-Idrisi scriveva:
«Ad una giornata di cammino da Palermo, verso levante, sorge Tirmah [Termini] sopra un poggio che sta a cavaliere sul
mare... A ponente di Termini è un
abitato che s'addimanda 'At Tarbî'ah [«la quadrata», Trabia], incantevole soggiorno, [ricco] d'acque perenni che [fanno muovere] parecchi mulini. La Trabia ha una pianura e
dei vasti poderi nei quali si fabbrica tanta [copia di] paste da esportarne in tutte le parti,
[specialmente] in Calabria e in altri
paesi di Musulmani e Cristiani: che se ne spediscono moltissimi carichi di
navi...»[7].
La
parola araba per la pasta citata da al-Idrisi è quella di itriya (striscia) tradotta con «vermicelli»
o spaghetti e rimasta ancora oggi nel dialetto siciliano. E con il nome di tria
alcune specie di pasta si chiamano anche in Puglia ed in Liguria[8].
Questa
di al-Idrisi è quindi in assoluto la prima testimonianza scritta di una vera e
propria fabbrica di pasta secca fabbricata per l'esportazione. Ed il fatto che
essa venisse fabbricata in grande copia anche per i paesi mussulmani sta a
indicare che fosse di buona qualità. Prima ancora che in al-Idrisi, dettagliate
notizie sugli itriya e le ricette per
prepararli e cucinarli si trovano negli scritti del medico ebreo di Kairouan,
Ishaq ibn Sulayman dell'VIII secolo, e nel Libro
della salute del filosofo musulmano Ibn Sina detto Avicenna (980-1036),
medico a Bagdad, che li descrive come striscioline di pasta, aggiungendo che in
Persia li chiamavano «risha».
La
pasta alla conquista dell'Italia
Mentre
gli arabi di Sicilia fabbricavano gli itriya,
quelli dell'Andalusia divennero maestri nell'arte di preparare i «fidawish», una pasta da brodo lunga e
filiforme che poi, con il nome di «fedelini»,
diverrà una specialità della Liguria, dove la produzione di pasta secca è
citata in un documento del 1244 e in un altro del 1316. La produzione dei «Fidei», che nel dialetto locale prese
il significato generale di pasta, assunse una grande importanza nel XV e XVI
secolo tanto che, nel
Agli
inizi del Milleduecento, Federico II di Svevia, che aveva unito sotto il suo
Impero mezza Europa, stabilendosi nella sua sontuosa reggia di Palermo, era
diventato, come ci racconta uno dei suoi biografi contemporanei, un tal Walter
von der Vogelweide, grande amatore e consumatore di pasta e particolarmente di «maccheroni dal sugo dolce», conditi
cioè con lo zucchero, come si usava a quei tempi.
E fu
sempre sotto Federico II che la pasta secca fu introdotta nel Napoletano, dove
l'uso dei maccheroni è documentato anche da un trattato del maestro salernitano
Giovan Ferrario I, signore di Gragnano, che li consigliava nella terapia delle
febbri e per curare i tisici[9].
Bisognerà
comunque aspettare il 1509 per avere a Napoli la prima menzione ufficiale della
pasta in un decreto, con il quale il viceré Conte di Ripacorsa, Don Giovanni
d'Aragona, proibiva, in caso di penuria di farina «per guerra o carestia» o per scarsità di produzione di «fare taralli, susamelli, ceppule,
maccarune, trii, vermicelli, né altra cosa di pasta eccetto in caso di
necessità dei malati»[10]
Nel
frattempo la pasta aveva conquistato anche i palati dell'Italia Centrale e
Settentrionale, contraendo un felice matrimonio con alcune spezie e soprattutto
con il formaggio.
Frate
Jacopone da Todi (1230-1306) sentenzia che «granel
di pepe vince / per virtù la lasagna». Fra Salimbene da Parma (1221-1282)
parlando nella sua Cronica di un
frate grosso e corpulento, tal Giovanni da Ravenna, annota: «Non vidi mai nessuno che come lui si
abbuffasse tanto volentieri di lasagne con formaggio».
Cecco
Angiolieri ammonisce: «Chi de l'altrui
farina fa lasagne, / il su' castello non ha né muro né fosso».
Il 2
agosto 1244, il medico bergamasco Ruggero di Bruca si impegna, con atto rogato
dal notaio Gianuino de Bredono, a guarire, in cambio di sette lire genovesi, il
lanaiolo Bosso da una malattia del cavo orale. Il malato, davanti ai testimoni,
si impegna a non mangiare alcuni cibi tra i quali è elencata anche la «pasta lissa».
Il 4
febbraio 1279, il notaio genovese Ugolino Scarpa redasse il testamento di un
tal Ponzio Bastone il quale, fra le altre cose, lasciava ai suoi eredi una
cassa piena di maccheroni, evidentemente essiccati.
I
grandi cuochi del Rinascimento
A
consacrare il mito dei maccheroni, quale sopraffina prelibatezza, ci aveva
intanto pensato anche Giovanni Boccaccio con la descrizione che Maso del Saggio
fa allo sciocco Calandrino del Paese di Bengodi, dove «eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la
quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli,
e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne
pigliava più se n'aveva»[11].
Uno
dei massimi cuochi del Quattrocento fu maestro
Martino de Rubeis, detto comense perché
originario di Torre nella Valle ticinese di Blenio, che, dopo essere stato
rettore di un ospizio (dal 1442) e cuoco del duca di Milano Francesco Sforza
(dal 1457), passò a Roma al servizio del Patriarca di Aquileia Ludovico
Trevisan e quindi di nuovo a Milano presso il condottiero Gian Giacomo
Trivulzio. Nel suo «Libro de arte
coquinaria» ci informa dettagliatamente sul modo di preparare «maccaroni romaneschi, maccaroni in altro
modo, maccaroni siciliani e vermicelli».
Le
ricette manoscritte di maestro Martino
furono riprese da Bartolomeo Sacchi (1421-1481), detto il Platina perché nato a
Piadena o Platina presso Cremona, primo conservatore della Biblioteca Vaticana,
che le inserì nel suo «De onesta
voluptate et valetudine», il primo libro di cucina a stampa uscito nel
Nei
decenni a cavallo tra il Quattro e il Cinquecento, Cristoforo Messisbugo, cuoco
alla corte estense di Ferrara e consigliere gastronomo dell'imperatore Carlo V,
inventa nuove ricette per la pasta in generale ed i maccheroni in particolare,
che poi ha raccolto nel suo celebre «Libro
Novo nel quale s'insegna a far ogni sorta di vivande secondo la diversità de'
tempi...».
Maestro
Martino, il Platina ed il Messisbugo furono al servizio dei diversi principi
italiani non solo per la buona cucina, ma anche per il gusto rinascimentale
della messa in scena. Oltre che cuochi essi erano infatti scenografi dei grandi
convivi ai quali presiedevano. Erano loro infatti ad abbinare le musiche, i
buffoni, le danze, le recite con le decine di portate che venivano servite.
La
loro eredità fu raccolta da Bartolomeo Scappi, cuoco di principi e cardinali
nella Roma papalina del XVI secolo. A lui, cuoco segreto di papa Pio V, toccò,
tra l'altro, di organizzare il sontuoso banchetto in onore di Carlo V nel 1536.
Le ricette sulla pasta, pubblicate nella sua «Opera... dell'arte di cucinare» nel 1570, sono molto più
dettagliate che nei suoi predecessori, sia nella descrizione degli ingredienti
che in quella dei procedimenti di lavorazione e di cottura. Per lo Scappi i
condimenti per i maccheroni e la pasta in generale sono le spezie dolci, lo
zucchero, la cannella e naturalmente il formaggio grattugiato.
Ed
ecco una sua ricetta per le tagliatelle:
"Prendere due libra di farina con tre
uova ed acqua tiepida. Si impasta un quarto d’ora. Si stende sottilmente col
bastone (mattarello), e quando la sfoglia è asciutta, ma non troppo, si
spolvera la farina col setaccio perché non attacchi. Si avvolge attorno ad un
bastone, si toglie quest’ultimo, si taglia, si lascia asciugare".
Ed
un'altra per fare i maccheroni al ferro:
"Si prepara l’impasto… Si taglia in
strisce larghe un dito e lungo quattro dita. Si mette un ferro di calza lungo
un palmo sopra le strisce e si dà forma al maccherone con la palma della mano
in modo che scorra il ferro. Si cava il ferro e si lascia asciugare il
maccherone".
Ed
ancora un'altra per gli gnocchi: "Si prepara l’impasto… se ne prende
quanto una noce… si fanno gli gnocchi sopra la tavola, tirandoli sottilmente
con tre dita".
«’U
’ngegno» e la «gramola»
Sul
finire del Cinquecento il procedimento della lavorazione della pasta, fino
allora fatta con la sola forza delle mani, venne rivoluzionato dall'invenzione
del «torchio» o meglio, come lo
chiamarono subito a Napoli, di «’U
’ngegno» (congegno) e di quella della «gramola».
Il loro funzionamento è ben descritto già nella grande Enciclopedia francese
del 1767 e più recentemente anche da Angelo Abenante nel suo bel libro su Maccaronari, Napoli 2002.
Il
primo torchio era costituito da un cilindro di legno di rovere o di quercia,
rivestito all'interno da una lastra di rame, e da un pistone a vite a
pressione, che era azionato da una leva collegata ad un verricello verticale
che uno o più addetti manovravano, spingendola anche con la testa, tanto che i
pastai erano riconoscibili da un callo che si procuravano sulla fronte per il
duro lavoro. La forma dei maccheroni era data dalla ruota bucata che stava alla
base del cilindro, la loro lunghezza dipendeva, invece, dal taglio dell'operaio
addetto. L'essiccazione veniva fatta all'aperto, dove i maccheroni venivano
appesi su lunghe canne.
Per
la pasta corta era utilizzato un tornio orizzontale azionato da una grossa
ruota, messa in movimento da ragazzi con la sola forza di mani e piedi. Così,
mentre per la molitura si erano fatti grandi progressi con l'introduzione di
mulini ad acqua o a trazione animale, per la pasta, ancora per molto tempo,
tutto dipenderà dalla forza umana. Anche l'impasto, nelle fabbriche, veniva
fatto ancora utilizzando la forza di gambe e piedi di una o più persone che,
tenendosi aggrappate ad una corda per non perdere l'equilibrio, pestavano la
pasta e la farina in una grossa madia comunemente di legno. L'impasto era
coperto da una panno di lino, ma l'igiene era spesso carente perché gli
impastatori erano comunemente «uomini
cenciosi nel modo più ributtante, e senza veruna cura e politezza»[12].
Per
battere e rendere soda la pasta in grosse quantità, sempre sul finire del
Cinquecento, al torchio fu associata la «gramola»,
che era costituita da un tavolato ruotante, con sopra una stanga ed un asse di
legno molleggiato, a sezione triangolare col vertice rivolto verso il basso.
L'impasto
veniva lavorato mediante il saltellamento di un addetto che, seduto sulla
stanga, la faceva «molleggiare con
apposito e sincronizzato moto di alzata e seduta. La gramolatura durava due o
più ore, ogni operaio seduto sulla stanga, muoveva la gamba sinistra, batteva
con forza il piede per terra per elevarsi con la stanga, agitava la mano
sinistra in aria, e seguiva con la testa tutti i movimenti che faceva in cadenza,
accompagnandosi con una nenia che comandava il ritmo... Era un lavoro
massacrante, dall’impasto alla torchiatura» (Abenante). Torchi e gramole di
quel tipo erano ancora in funzione in Italia fin verso la fine dell'Ottocento,
tanto che il loro uso fu ben documentato dalle fotografie dei celebri fratelli
Alinari.
I
maccheroni di Goethe...
Tra
i primi cantori della pasta italiana troviamo anche Johann Wolfgang von Goethe
che, nel suo Viaggio in Italia
dell'anno
E
quello di Napoli non fu per il grande poeta tedesco il solo incontro con
Venti
anni prima del viaggio di Goethe, nella grande enciclopedia francese del
Diderot e D'Alembert, era stato pubblicato il primo monumentale trattato sull'Arte del vermicellaio, apparso, come
detto, a Parigi, appunto nel 1767[14].
Perché
in Francia? Perché l'arte della pasta, come tante altre «mode» italiane, che erano state introdotte a Parigi sin dal
Rinascimento, aveva conquistato definitivamente i Francesi dopo il matrimonio
del loro re Enrico II con Caterina dei Medici (1519-1589), che si era fatta
raggiungere a corte da uno stuolo di cuochi italiani.
Alla
conquista dell'America e della Svizzera
E fu
dalla Francia che la pasta partì alla conquista dell'America. Fu merito di
Thomas Jefferson (1743-1826), di colui che sarà (dal 1801 al 1809) terzo
presidente degli Stati Uniti. Nel 1787 egli si trovava a Parigi per ricercare
nuovi metodi per l'agricoltura e l'industria del suo Paese, che si era reso da
poco indipendente dall'Inghilterra. Durante quel soggiorno parigino venne a
sapere che in Piemonte era stata selezionata una nuova varietà di riso che
resisteva meglio alla cottura ed alla conservazione, ed una macchina che lo
scortecciava senza frantumarlo.
Essendone
vietata per legge l'esportazione egli decise allora di passare in incognito le
Alpi per contrabbandare riso e macchina in Francia e quindi introdurli nella
sua Carolina del Sud. Mentre Jefferson portava a termine la sua missione piemontese,
un suo amico e collaboratore, un certo Short, da lui inviato a Napoli, riusciva
a procurarsi un torchio per far maccheroni, facendolo imbarcare per gli Stati
Uniti. E fu sempre il Jefferson a raccogliere e mettere in pratica, per primo
in America, alcune ricette per cuocere i maccheroni, lasciandoci addirittura un
libro di ricette casalinghe per cuocere e condire questa specialità italiana[15].
Di
vera e propria industria americana della pasta si può parlare però solo dopo
Una
macchina simile a quella fatta acquistare da Jefferson a Napoli era stata
importata dall'Italia anche in Svizzera. Correva precisamente l'anno 1731
quando i frati del convento benedettino di Disentis fecero impiantare un «torculum pro formandis macaronis»[16].
La
cultura della pasta cominciò a diffondersi allora lentamente anche a nord delle
Alpi. Ma fu tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento, quando
migliaia e migliaia di Svizzeri si stabilirono in Italia e soprattutto nel
Napoletano, come soldati mercenari, banchieri, esattori, industriali tessili,
albergatori, che il consumo di pasta cominciò a diffondersi in tutta la
Confederazione.
Uno
di loro, il bernese Theodor von Wittel, divenne addirittura un grande
fabbricante di pasta. Giunto nell'Eden del Sud come tecnico per la costruzione
della prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici, rinunciò ben presto
alla carriera di ingegnere per sposare Rosetta Inzerillo, figlia di uno dei più
rinomati artigiani pastai di Torre Annunziata. E fu lui a trasformare quella
piccola bottega artigianale in una vera e propria industria della pasta che in
breve avrebbe conquistato una buona fetta del difficile mercato napoletano e
quindi di quello nazionale ed internazionale. Uno dei sette figli di Theodor e
Rosetta, esattamente Giovanni, ereditando l'antico e premiato pastificio
Inzerillo, nel 1879, decise di napolitanizzare il suo cognome da von Wittel in
Voiello. E fu, come scrive, Valerio De Giorgi, una «geniale mossa di marketing», perché «probabilmente i maccheroni Von Wittel non sarebbero andati lontano,
mentre
A partire dal 1973, la Voiello è entrata a
far parte della grande famiglia della Barilla.
Maccheroni,
vermicelli e spaghetti
Ritornando
alla Svizzera debbo sottolineare che furono le migliaia di italiani impiegati
nei trafori alpini a far conoscere la pasta agli operai svizzeri, che prima
schernivano i loro colleghi venuti dal sud con gli appellativi di «maccheroni» e «mangia polenta» e poi finirono per diventare essi stessi grandi
consumatori delle due specialità italiane. Nacquero allora le prime fabbriche
svizzere di pasta, che nel volgere di poco decenni riusciranno con le loro
esportazioni a controbilanciare quella importata dall'Italia. Nel 1965, per
esempio, la pasta importata dalla Confederazione fu di 3443 e quella esportata
di 3124 tonnellate.
La
parola maccherone in varie regioni italiane stava a indicare la pasta in
generale e gnocco in particolare. A Napoli con essa si è sempre chiamata la
pasta lunga con il buco perché stirata con un fil di ferro o con lo stelo di
erbe speciali. Ed i Napoletani continuarono a chiamare maccheroni anche la
pasta lunga fatta con il torchio, che altrove prese invece il nome di
vermicelli. I maccheroni, ritenuti «cibo
grossolano e da gente inferiore», vennero trattati con disprezzo dai classicisti,
che coniarono l'aggettivo «maccheronico»
per indicare cosa di scarso valore letterario e scientifico.
Nacquero
così le definizioni di «latino
maccheronico» e di «poesia
maccheronica». A Napoli «maccarone»,
soprattutto «maccarone senza ’o caso»
(senza formaggio) e «maccarone senza
pertuso» (senza buco), era anche sinonimo di sciocco. I linguisti si sono
esercitati a lungo per scoprire la vera etimologia di maccherone.
La
più probabile origine resta comunque quella dal latino «maccare», perché la loro pasta si ottiene con lo schiacciamento
dell'impasto. Persiste tuttavia il dubbio se quel termine fu usato prima con il
significato di «sciocco» oppure di «pasta». Già nel Codex Diplomaticus Cavensis (Cava dei Tirreni, Salerno), che è del
1041, si cita infatti un certo «Mari qui
dicitur mackarone», nel senso traslato di sciocco, e questo quando ancora
quel tipo di pasta non era ancora conosciuto.
La
parola «vermicelli» tradotta in
inglese con «little worms» (piccoli
vermi), al suo primo impatto con il mondo anglosassone, non ebbe quella fortuna
che aveva avuto in Francia. Bisognava allora trovare una definizione nuova. Non
si sa tuttavia chi e quando usò per la prima volta la parola «spaghetti».
Nel
monumentale Dizionario della lingua italiana in 6 volumi di Paolo Costa e
Francesco Cardinali, Bologna 1822, c'è la parola "spaghetto" per
indicare uno "spago sottile".
Con
il significato di pasta lunga, essa entrò in uso a poco a poco, potremmo dire
con una certa timidezza, nel linguaggio parlato e scritto. Non c'è ancora nel
Dizionario della Crusca del 1840, né in quello del Manuzzi del 1859, e neanche
in quell'altro del Volpi del 1868.
E
non ci sarà ancora nel vocabolario del Fanfani e Frizzi del 1883, che spiega
tuttavia che i vermicelli «sono in fondo
la stessa cosa degli spaghetti».
La
parola la troviamo per la prima volta nel 1824 nel poemetto giocoso Li Maccheroni di Napoli di Antonio
Viviani. Nel 1836 il termine è riportato nel Vocabolario Piacentino-Italiano di
Lorenzo Foresti, nel 1846 nel Vocabolario
domestico di Giacinto Carena e nel
Nel
Vocabolario Napoletano-Italiano di Gaetano Ceraso del 1910 leggiamo addirittura
che i "le varie specie di maccheroni sono: le lasagne, i nastrini, i
capellini, i vermicelli, ecc. ecc.", ma mancano gli spaghetti.
Leopardi
ed i maccheroni napoletani
Nel
1836, mentre molti poeti e scrittori italiani e stranieri inneggiavano alla
pasta, Giacomo Leopardi, in quel tempo ospite di Napoli, componeva una satira
in terzine per ridicolizzare il modo di vita degli abitanti: ...tutta in mio danno / s'arma Napoli a gara
alla difesa / de' maccheroni suoi; ch'ai maccheroni / anteposto il morir troppo
le pesa. / E comprender non sa quando son buoni, / come per virtù lor non sian
felici / borghi, terre, province e nazioni.
Ed i
Napoletani, che avevano affibbiato allo sfortunato poeta di Recanati il
nomignolo di «ranavuottolo»
(ranocchietto), risposero con una «maccheronata»
di Gennaro Quaranta:
E tu fosti infelice e malaticcio / O sublime
Cantor di Recanati, / che, bestemmiando la Natura e i Fati, / frugavi dentro te
con raccapriccio. / Oh mai non rise quel tuo labbro arsiccio, / né gli occhi
tuoi lucenti ed incavati, / perché... non adoravi i maltagliati, / le
frittatine all'uovo ed il pasticcio! / Ma se tu avessi amato i Maccheroni / Più
de' libri, che fanno l'umor negro, / non avresti patito aspri malanni... / E
vivendo tra pingui bontemponi, / giunto saresti, rubicondo e allegro, / forse
fino ai novanta od ai cent'anni.
Ad
onor del vero, come fa notare Rolando Damiani, quella satira era solo la «reazione di Leopardi all'ostilità
serpeggiante in ambiente napoletano contro di lui e contro la sua concezione
della vita e della realtà umana»[18].
Leopardi non aveva assolutamente nulla contro
la pasta ed i maccheroni, anzi, come risulta dalla «lista di 49 piatti per il suo cuoco Pasquale Ignarra», pubblicata
dallo stesso Damiani, ai primi quattro posti risultano:
1 Tortellini di magro.
2. Maccheroni, o tagliolini.
3. Cappellini al burro.
4. Bodin di cappellini.
Solo che il poeta, per il suo carattere
taciturno e pensoso, voleva consumare i suoi pasti da solo ed in santa pace,
senza i soliti baccani ed i discorsi vuoti che accompagnavano le lunghe cene
dei salotti napoletani.
I
matrimoni con la forchetta
La
fortuna della pasta lunga e quindi della sua diffusione in tutto il mondo fu
legata al suo matrimonio con
E
con il Damiani, poi fatto santo, tutto il clero veneziano si scagliò contro la
forchetta, simbolo del diavolo e dell'inferno, che fu allora messa al bando.
Alla corte di Roberto I d'Angiò detto il saggio, che fu re di Napoli dal 1309
al 1343, le lasagne venivano portate alla bocca con un «punctorio ligneo», cioè un punteruolo di legno[19].
Tra
il XVI e il XVIII secolo, rare voci segnalano la peccaminosa forchetta,
soltanto a due o tre rebbi, ora in questa ora in quell'altra città europea.
Soltanto dopo che, agli inizi del Settecento, le autorità ecclesiastiche
ripresero in esame la dibattuta questione sull’infernale strumento, il suo uso
cominciò a diffondersi e divenne comunque generale non prima del 1750.
La
grande rivoluzione avvenne però soltanto tra la fine del Settecento e gli inizi
dell'Ottocento, quando il ciambellano di corte di Re Ferdinando di Napoli,
Gennaro Spadaccini, ebbe la geniale idea di far fabbricare una forchetta a
quattro rebbi. Non dovendosi più mangiare con le mani, i maccheroni fecero
allora il loro ingresso anche a corte. Sempre a Napoli venne celebrato l'altro importante
matrimonio della pasta con il pomodoro. Questo matrimonio indissolubile è
testimoniato, per la prima volta, da una ricetta del 1839 nell'appendice alla Cucina casereccia in dialetto napoletano
della seconda edizione della Cucina
teorico-pratica di Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino (1787-1860).
E
quello con la forchetta ed il pomodoro, furono due matrimoni che contribuirono
a far diventare Napoli capitale della pasta, la cui diffusione nel mondo sarà
affidata alla maschera regina della città. Così Pulcinella con il suo piatto di
maccheroni fumanti farà l'ingresso nella letteratura dei viaggiatori e nei
musei di mezzo mondo in quadri ed affreschi anche di grandi artisti.
Intanto,
con la rivoluzione industriale anche il settore della molitura dei grani e
quello della fabbricazione delle paste erano stati fortemente interessati alle
nuove invenzioni. Verso la metà dell'Ottocento entrarono in funzione i primi
mulini a cilindri azionati dal vapore come forza motrice, mentre per la
conservazione dei grani furono costruiti i primi silos, molto più capienti ed
igienici dei vecchi sacchi o casse di legno.
Nell'industria
pastaia, la vecchia madia fu presto sostituita dall'impastatrice meccanica, ed
il vecchio torchio in legno da uno meccanico tutto in ferro e bronzo azionato
ancora a mano e poi, a partire dal 1880, da una pressa idraulica. Il prossimo
passo fu la meccanizzazione di tutta la filiera della fabbricazione di ogni
sorta di pasta.
I
maccheroni di Said-pascià
I
maccheroni hanno svolto un ruolo importante anche nell'apertura del Canale di
Suez. Bisogna sapere che il francese Ferdinand-Marie de Lesseps, che poi sarà
l'artefice dell'apertura della via di collegamento tra il Mar Rosso ed il
Mediterraneo, progettato dal trentino Luigi Negrelli, fu più volte in Egitto
come rappresentante diplomatico del suo Paese. Da ragazzo, fino a 14 anni,
mentre suo padre era ambasciatore di napoleone proprio in Egitto, egli visse
per lungo tempo con la madre ed i suoi fratelli a Pisa, dove imparò, tra
l'altro, anche ad apprezzare la cucina italiana.
Al
tempo del suo secondo incarico da console generale al Cairo, nel 1832,
Ferdinand-Marie de Lesseps stabilì uno stretta collaborazione con il viceré
Mohammed Ali divenendo anche grande amico di suo figlio, il principe
Said-pascià, che succederà poi al padre.
Un aneddoto racconta così l'inizio di
quell'amicizia:
«Uno dei figli del viceré Mohammed Ali, il
principe Said, soffriva di una morbosa forma di obesità, che era la
disperazione del severissimo padre... che chiese il consiglio di de Lesseps. Il
giovane principe veniva così accompagnato ogni giorno nei locali
dell'ambasciata di Francia al Cairo, dove, invece di seguire diete ed esercizi
ginnici, ebbe la possibilità di rilassarsi e di mangiare a sazietà... Il suo piatto
preferito erano i maccheroni, maccheroni e di nuovo maccheroni. Egli non era
mai sazio di mangiare maccheroni...»[20].
Non
siamo in grado di pronunciarci sull'efficacia di quella cura, ma, a giudicare
dalle immagini che abbiamo, non ebbe sicuramente molto successo. Gli storici
sono però tutti concordi nell'affermare che, complice il piatto tipico della
cucina italiana, tra il principe egiziano ed il console francese nacque quella
forte amicizia che sarà poi alla base della realizzazione della grande impresa
dell'unione dei due mari.
«Abbasso
la pastasciutta!»
Con
la moderna meccanizzazione l'Italia, a partire dalla fine dell'Ottocento ,è
divenuta la più grande produttrice di pasta del mondo, un primato che ha
mantenuto per tutto il XX secolo e che ha tutti i presupposti tecnici e
qualitativi per restare tale anche nel presente.
Non
sappiamo con precisione nemmeno quando, dove e da chi fu coniato per la prima
volta il termine pastasciutta. Sappiamo però che l'attacco più duro alla
civiltà della pastasciutta fu purtroppo inferto nella sua stessa patria di
origine. In piena battaglia del grano, lanciata ufficialmente da Mussolini per
aumentare la produzione di frumento, ma in realtà per limitare i consumi di
farinacei, il 28 dicembre 1930, sulla Gazzetta
del Popolo di Torino, il
fondatore e capo del Futurismo italiano, Fillippo Tommaso Marinetti, lanciava
il suo «Manifesto contro la pastasciutta»,
nel quale, tra l'altro, si legge: «Convinti
che nella probabile conflagrazione futura vincerà il popolo più agile, più
scattante, noi futuristi... Crediamo anzitutto necessaria: L'abolizione della
pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana». Perché da «questo alimento amidaceo... ne derivano:
fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo».
La
pastasciutta doveva essere insomma bandita perché era pacifista. E che
l'avversione di Marinetti per la pasta fosse soltanto un atteggiamento politico
lo dimostra il fatto che, qualche giorno dopo aver lanciato quel Manifesto,
ripreso dai giornali di mezzo mondo, egli stesso fu sorpreso in un ristorante
davanti ad un piatto di fumanti maccheroni, onde un anonimo cantò allora: Marinetti dice Basta, / messa al bando sia
la pasta. / Poi si scopre Martinetti / Che divora gli spaghetti.
Il
danno era però fatto anche perché alcuni luminari della medicina, che avevano
aderito al fascismo, dichiararono «l'uso
della pastasciutta» addirittura «nocivo»
ed il suo «valore nutritivo» mancante
di «speciali caratteristiche». Marco
Ramperti dopo aver ricordato di appartenere «all'estrema
destra del parlamento futurista», scrisse sulla stessa Gazzetta del Popolo: «In
fondo la pastasciutta non nutre. Riempie: non rinsangua. La sua sostanza è
minima in confronto al suo volume. La nostra pasta asciutta è come la nostra
retorica, che basta solo a riempirci
La
filosofia degli spaghetti
Un
merito comunque la campagna futurista lo ebbe e fu quello di rendere famosa la
parola «pastasciutta», che ancora
l'anno prima non aveva avuto diritto di cittadinanza nei dizionari della lingua
italiana come, ad esempio nel volume quarto di quello di Niccolò Tommaseo e
Bernardo Bellini, uscito a Torino appunto nel 1929, anno VII del fascismo. Un
capitolo a parte meriterebbe il cinema come miglior agente pubblicitario della
pasta italiana nel mondo. Ma gli interessati possono leggere il bel libro di
Caterina d'Amico, Spaghetti & Stars,
uscito recentemente, che documenta il ruolo importante da essa avuto in tante
scene con Totò, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Gina Lollobrigida, Sofia
Loren e Claudia Cardinale, tanto per ricordare soltanto alcuni grandi
protagonisti del nostro cinema.
Ha
scritto Giuseppe Marotta, il più moderno e autorevole interprete della Napoli
moderna: «Chi entra in paradiso da una
porta non è nato a Napoli, noi il nostro ingresso nel Palazzo dei palazzi lo
facciamo scostando delicatamente una tendina di spaghetti...»[22].
«Gli spaghetti hanno diritto di appartenere
alla civiltà come e più di Dante» afferma Giuseppe Prezzolini (1882-1982).
Ed infatti «l'opera di Dante è il
prodotto d'un singolare uomo di genio, mentre gli spaghetti son l'espressione
del genio collettivo del popolo italiano». Ed aggiunge: «La filosofia non si trova solo nei trattati
dei professori che ne portano il nome... In questo mondo anche il piatto di
spaghetti che abbiamo sulla tavola è importante quanto una dottrina filosofica,
o rappresenta, nell'affermazione che facciamo della sua importanza e del suo
valore, una filosofia». Appunto «la
filosofia degli spaghetti». Ma attenti, «dal
modo col quale mangi gli spaghetti... una persona acuta scoprirà anche qualche
tratto del tuo carattere». Capirà infatti se sei «avido, avaro, frettoloso, timoroso, impetuoso, meticoloso, cauto,
disordinato, distratto»[23].
Concludiamo
con la citazione di alcuni versi di una lunga lode dei maccheroni che Jacopo
Vittorelli di Bassano del Grappa compose nel 1803: Muoian le droghe / che di vita privano / e i maccheroni / eternamente
vivano. (Jacopo Vittorelli, 1803, Bassano del Grappa (1749-1835).
[1] POLO Marco, Milione, introduzione di Cesare Segre, a cura di Gabriella Ronchi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1982, T (166): F CLXX,. p. 231.
[2] Ivi, «Il ne ont forment, ne otre bles», p. 548.
[3] RAMUSIO Giovan Battista, in Delle navigationi et viaggi, Venezia 1550-1555, Libro II, cap. 16.
[4] PREZZOLINI Giuseppe, Maccheroni, Rusconi Libri, Milano 1998, p. 165.
[5] LI ZÉFEN, Realtà e mito nel Milione di Marco Polo, in «Donfang zázhì» («The Eastern Miscellany», ed. Commercial Press) Táibei ottobre-novembre 1977.
- MOLINARI Italo M., Un articolo d'autore cinese su Marco Polo e la Cina, in supplemento nr. 30 agli «Annali» dell'Istituto Orientale di Napoli, vol. 42 (1982), fasc. 1.
[6] COLUMBRO G., Le muse familiari, in «Molini d'Italia», n. 4, 1984.
[7] IDRISI, Il Libro di Ruggero, trad. di Umberto Rizzitano, Flaccovio, Palermo 1966, p. 38-
[8] ALESSIO G., Storia linguistica di un antico cibo rituale: i maccheroni, in «Atti Accademia Pontaniana», N.S., VIII, pp. 261-280.
[9] CONDORELLI L., I vermicelli nelle prescrizioni dietetiche di Giovanni Ferrario, in «Molini d'Italia», dicembre 1968, p. 453, da ABENANTE Angelo, op. cit., p. 19.
[10] Nuova collezione delle prammatiche del Regno di Napoli, Vol. II, Giustiniani, Napoli 1803, p. 116, da ABENANTE Angelo, op. cit., pp. 18-19.
[11] BOCCACCIO Giovanni, Decameron, Ottava giornata, terza novella.
[12] SPADACCINI C., Novello e grande stabilimento di paste, Dante e Descartes, Napoli 1998, p. 24, da ABENANTE Angelo, op. cit., p. 23.
[13] GOETHE Wolfgang, Viaggio in Italia, vol. II, Sansoni, Milano 1948, p. 820.
[14] MALOUIN Paul Jacques, Description et Details des Artes du Meunier, du Vermicellier et du Boulanger, Parigi 1767.
[15] PREZZOLINI Giuseppe, op. cit, pp. 27-32.
[16] CAPOL Louis, Stand und Probleme der schweizerischen Wirtschaft, XX. Die schweizerische Teigwarenindustrie, Zurigo 1967, p. 1.
[17] DE GIORGI Valerio, Editoriale: Napoli per noi, in «Arte & Storia», Edizioni Ticino Management, anno 7 numero 29, Manno Lugano, giugno-luglio 2006.
[18] DAMINANI Rolando, Leopardi e Napoli 1833-1837, Edizioni Generoso Procaccini, 1998. p. 57.
[19] MOULON Marianne, libro III, da REBORA Giovanni, La civiltà della forchetta. Storie di cibi e di cucina,, Laterza, Roma-Bari 1998, p.18.
[20]ENGASSER Quirin, Suez, Amburgo 1956, pp. 25-26.
[21] MARINETTI Filippo Topmaso e FILLÌA, La cucina futurista, Christian Marinotti Edizioni, Milano 1998, p. 29.
[22] PREZZOLINI G., op. cit., p. 34.
[23] PREZZOLINI G., op. cit., passim.
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Alcune delle diapositive proiettate da Tindaro Gatani per illustrare il suo intervento sulla storia della pasta.
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Il torchio e la gramola in una illustrazione della grande enciclopedia francese, Parigi 1767
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Scena di donna persiana intenta a "stirare" i maccheroni, mentre altre donne attendono al fuoco (da un disegno del XVI secolo) |
La preparazione della pasta in una famiglia italiana (da un disegno del XIV secolo)
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nudo femminile con quattro spighe di grano duro ed una cornucopia dalla quale "cascano" i diversi tipi di pasta della celebre ditta |
gli spaghetti
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Mangiata di spaghetti sul set di "Roma" di Fellini, che è al centro in piedi |