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in fondo alla pagina: alcune diapositive proiettate da Tindaro Gatani nel corso della conferenza 

 

 

Zurigo in italiano

(Zürich auf Italienisch)

 

Mercoledì, 22 novembre 2006

ore 18,30 - 21,00 circa

 

La Rosa Vini & Cultura - Zurigo

Weinkeller "Haus zum Kiel", Ecke Hirschengraben 20

 

"Pasta e ancora non basta"

Storia e fortuna di un alimento

che è diventato una bandiera

 

Interventi di

 Tindaro Gatani, ricercatore

e

Andrea Guidi, direttore generale della Barilla Suisse

 

Testo della conferenza con diapositive

di TINDARO GATANI

 © 2006 by Tindaro Gatani / Librizzi (ME) - Italy

 

La leggenda degli «spaghetti» cinesi

    Quando si parla di spaghetti ed in generale di pasta alimentare, molti credono di sapere che la loro origine sia cinese, e questo perché lo avrebbe raccontato, dicono, Marco Polo, dettando, sul finire del XIII secolo, le sue memorie di viaggio a Rustichello o Rusticiano da Pisa, che le trascrisse in francese in Le divisement dou monde, divenuto poi celebre con il titolo di Milione. Si tratta di una leggenda. Marco Polo, parlando del reame di Fansur, un'isola del sud-est asiatico, dice infatti testualmente: «Non hanno grano,... Qui à una grande maraviglia, che ci àn farina d'àlbori, che sono àlbori grossi e ànno la buccia sottile, e sono tutti pieni dentro di farina, e di quella farin[a] si fa molti mangiar di pasta e buoni, ed io più volte ne mangiai»[1].

    Il testo originale francese va oltre, precisando che gli abitanti di quell'isola «non hanno frumento o altri grani»[2].

    Nel pubblicare la prima versione italiana del Milione, Giovan Battista Ramusio (Treviso 1485 - Padova 1557), aggiunse la seguente nota: «... et la farina purgata et mondata, che rimane, s'adopra, et si fanno di quella lasagne, et diverse vivande di pasta, delle quali ne ha mangiato più volte il detto Marco Polo, et ne portò seco alcune a Venezia, qual è come il pane d'orzo, et di quel sapore...»[3].

    L'albero di cui parla Marco Polo è quello del sago, nome volgare di alcune palme produttrici di fecola alimentare del genere Cycas e Caryota meglio conosciute come «sagopalme».

    Giuseppe Prezzolini ci spiega così la nascita della leggenda: «In America non hanno esitato a prender il testo del Ramusio, han dato una spintarella... e l'han fatto diventare la prova» della importazione dalla Cina degli spaghetti[4].

    E dall'America la leggenda si è diffusa in tutto il mondo. Una volta tanto, i Cinesi non sono insomma responsabili di essersi appropriati di un'invenzione altrui.

    Anche perché essi avevano la loro pasta. Il loro termine per «pasta» era ed è quello dell'ideogramma «bing» con il quale, dal III al X secolo d.C. essi indicarono genericamente tutte «le cose di pasta», fatte anche usando le fecole di leguminose, di radici e di bulbi di alcuni alberi, come appunto racconta Marco Polo.

    A partire dall'XI secolo, dopo il grande impulso dato dalla dinastia Song (960-1279) alla coltivazione del grano, «bing» restò ad indicare la pasta in genere, e con l'ideogramma «mian» venne indicata la «farina di frumento», con la quale, in occasione di feste e ricorrenze importanti, preparavano anche piccoli ravioli farciti con diversi impasti. La coltivazione di grano e quindi la produzione di pasta appartengono a quelle tante cose cinesi di cui Marco Polo non ci parla nel suo Milione.

    E, se a questa svista, aggiungiamo, come fa lo storico cinese Li Zéfen, che nel Milione mancano semplici accenni concernenti «alla vita raffinata della classe cinese colta, alla presenza di templi confuciani con le loro sontuose cerimonie, e di scuole e di centri culturali che sorgevano un po' dovunque", ma anche alla Muraglia e all'uso della fasciatura dei piedi delle donne, abbiamo "la riprova ch'egli", conoscendo soltanto il mongolo e non il cinese, "non fu mai in relazione con alcun amico che appartenesse alla classe degli alti funzionari del posto", ma solo ed esclusivamente con commercianti e militari mongoli che facevano parte della allora odiata potenza dominatrice della Cina[5].

 

Grano duro, grano tenero

«semola» e «farina»

    I Cinesi hanno da sempre coltivato solo grano tenero dalla cui farina si ottiene della buona pasta per brodi, per il pane e per i dolci, ma non per produrre ottima pasta secca. Il grano duro (Triticum durum) si differenzia da quello tenero per il contenuto di proteine lievemente superiore. Già in epoca classica si conoscevano i pregi di questa specie di grano che, nel IV secolo d.C., Oribasio, medico dell'imperatore Giuliano l'apostata, nella sua Enciclopedia medica, descrive benissimo, dicendo che è «diafana, compatta, di un colore giallognolo e di grande valore nutritivo».

    L'odierna descrizione del Triticum durum non si differenzia granché da quella di sedici secoli fa. Si veda, per esempio, il Manuale ufficiale degli standars del grano negli USA (Handbook of. Offic. Grain Standards od the USA, 1940, p. 4), che stabilisce: «Il migliore di esso deve avere un colore ambra».

    Dalla macinazione del grano duro si ottengono semole e semolati dai granuli grossi con spigoli netti, mentre dal grano tenero (Triticum vulgaris) si ottengono farine dai granuli tondeggianti. Gli esperti ci spiegano che durante la cottura, due proteine della semola di grano duro, la gliadina e la glutenina, si legano con l’acqua formando una specie di rete a maglie strette che imprigiona l’amido interno evitando l'effetto-colla.

    La pasta fatta con farina di grano tenero, invece, «scuoce» perché forma una rete agglutinante a maglie larghe che permette la fuoriuscita dell’amido interno, che costituisce il 70%, rendendo collosa la pasta, che oltre tutto conserva uno spiccato sapore di farina. Le stesse parole «semola» e «farina» contraddistinguono già la loro diversa origine e quindi la loro diversa qualità.

Riprendiamo il cammino storico, sottolineando che l'origine delle paste alimentari si perde nella notte dei tempi, tanto che come canta il Columbro non si sa ancora:

Chi mai fosse tra i ghiottoni

L'inventor dei maccheroni

Vi son dispute infinite

Né decisa è ancor la lite[6].

    Non si sa dunque dove e quando fu introdotto l'uso dei vari impasti di farina di frumento ed acqua per fare il pane e la pasta fresca. In Egitto, dove è stato rinvenuto del grano risalente a 4600 anni a.C., sono state ritrovate statuette che raffigurano donne inginocchiate intente a macinare grano, facendo scorrere un rullo su lastroni di pietra. Il grano era anche conosciuto e coltivato in Mesopotamia al tempo degli Assiri e dei Babilonesi.

 

Gli «spaghetti» di Trabia

    La prima testimonianza «italiana» sulla conoscenza della pasta è quella rinvenuta in una tomba etrusca a Cerveteri, dove nella cosiddetta «grotta bella», risalente al IV secolo a.C., sono stati ritrovati scolpiti su una lastra di marmo uno spianatoio, un mattarello ed una rotella tagliapasta.

    I Romani conoscevano diverse specie di frumento, delle quali Plinio il Vecchio ci ricorda il triticum, la zea, l'alica e la pelta. Prima dell'invenzione di macine di pietra lavica fatte girare da asini o schiavi, i Greci ed i Romani ottenevano la farina o il semolino pestando i grani in mortai di legno.

    I Romani erano ghiotti di «lagane», che erano delle focacce arrostite su pietre roventi ed assomigliavano in certo qual modo alle nostre lasagne alle quali hanno sicuramente dato il nome. Il più antico libro di ricette romane, scritto da Apicio che visse ai tempi di Cesare Augusto, raccomandava di utilizzare «le duttili lagane per racchiudervi timballi e pasticci».

    La prima menzione scritta di pasta secca è quella del siriano Bar Alì, del IX secolo. La prima vera e propria fabbrica di pasta alimentare secca è documentata dal geografo arabo-siculo al-Idrisi, il fondatore della geografia scientifica moderna, che alla corte di re Ruggero II a Palermo attese alla elaborazione di una carta del mondo allora conosciuto e di un libro che dal nome del monarca siciliano prenderà poi appunto il nome di Libro di Ruggero. Correva l'anno 1154 quando al-Idrisi scriveva: «Ad una giornata di cammino da Palermo, verso levante, sorge Tirmah [Termini] sopra un poggio che sta a cavaliere sul mare... A ponente di Termini è un abitato che s'addimanda 'At Tarbî'ah [«la quadrata», Trabia], incantevole soggiorno, [ricco] d'acque perenni che [fanno muovere] parecchi mulini. La Trabia ha una pianura e dei vasti poderi nei quali si fabbrica tanta [copia di] paste da esportarne in tutte le parti, [specialmente] in Calabria e in altri paesi di Musulmani e Cristiani: che se ne spediscono moltissimi carichi di navi...»[7].

    La parola araba per la pasta citata da al-Idrisi è quella di itriya (striscia) tradotta con «vermicelli» o spaghetti e rimasta ancora oggi nel dialetto siciliano. E con il nome di tria alcune specie di pasta si chiamano anche in Puglia ed in Liguria[8].

    Questa di al-Idrisi è quindi in assoluto la prima testimonianza scritta di una vera e propria fabbrica di pasta secca fabbricata per l'esportazione. Ed il fatto che essa venisse fabbricata in grande copia anche per i paesi mussulmani sta a indicare che fosse di buona qualità. Prima ancora che in al-Idrisi, dettagliate notizie sugli itriya e le ricette per prepararli e cucinarli si trovano negli scritti del medico ebreo di Kairouan, Ishaq ibn Sulayman dell'VIII secolo, e nel Libro della salute del filosofo musulmano Ibn Sina detto Avicenna (980-1036), medico a Bagdad, che li descrive come striscioline di pasta, aggiungendo che in Persia li chiamavano «risha».

 

La pasta alla conquista dell'Italia

    Mentre gli arabi di Sicilia fabbricavano gli itriya, quelli dell'Andalusia divennero maestri nell'arte di preparare i «fidawish», una pasta da brodo lunga e filiforme che poi, con il nome di «fedelini», diverrà una specialità della Liguria, dove la produzione di pasta secca è citata in un documento del 1244 e in un altro del 1316. La produzione dei «Fidei», che nel dialetto locale prese il significato generale di pasta, assunse una grande importanza nel XV e XVI secolo tanto che, nel 1574, a Genova sarà costituita la prima Corporazione dei Pastai. Mentre tre anni dopo a Savona verrà stabilita per legge la Regolazione dell'Arte dei Maestri Fidelari.

    Agli inizi del Milleduecento, Federico II di Svevia, che aveva unito sotto il suo Impero mezza Europa, stabilendosi nella sua sontuosa reggia di Palermo, era diventato, come ci racconta uno dei suoi biografi contemporanei, un tal Walter von der Vogelweide, grande amatore e consumatore di pasta e particolarmente di «maccheroni dal sugo dolce», conditi cioè con lo zucchero, come si usava a quei tempi.

    E fu sempre sotto Federico II che la pasta secca fu introdotta nel Napoletano, dove l'uso dei maccheroni è documentato anche da un trattato del maestro salernitano Giovan Ferrario I, signore di Gragnano, che li consigliava nella terapia delle febbri e per curare i tisici[9].

    Bisognerà comunque aspettare il 1509 per avere a Napoli la prima menzione ufficiale della pasta in un decreto, con il quale il viceré Conte di Ripacorsa, Don Giovanni d'Aragona, proibiva, in caso di penuria di farina «per guerra o carestia» o per scarsità di produzione di «fare taralli, susamelli, ceppule, maccarune, trii, vermicelli, né altra cosa di pasta eccetto in caso di necessità dei malati»[10]

    Nel frattempo la pasta aveva conquistato anche i palati dell'Italia Centrale e Settentrionale, contraendo un felice matrimonio con alcune spezie e soprattutto con il formaggio.

    Frate Jacopone da Todi (1230-1306) sentenzia che «granel di pepe vince / per virtù la lasagna». Fra Salimbene da Parma (1221-1282) parlando nella sua Cronica di un frate grosso e corpulento, tal Giovanni da Ravenna, annota: «Non vidi mai nessuno che come lui si abbuffasse tanto volentieri di lasagne con formaggio».

    Cecco Angiolieri ammonisce: «Chi de l'altrui farina fa lasagne, / il su' castello non ha né muro né fosso».

    Il 2 agosto 1244, il medico bergamasco Ruggero di Bruca si impegna, con atto rogato dal notaio Gianuino de Bredono, a guarire, in cambio di sette lire genovesi, il lanaiolo Bosso da una malattia del cavo orale. Il malato, davanti ai testimoni, si impegna a non mangiare alcuni cibi tra i quali è elencata anche la «pasta lissa».

    Il 4 febbraio 1279, il notaio genovese Ugolino Scarpa redasse il testamento di un tal Ponzio Bastone il quale, fra le altre cose, lasciava ai suoi eredi una cassa piena di maccheroni, evidentemente essiccati.

 

I grandi cuochi del Rinascimento

    A consacrare il mito dei maccheroni, quale sopraffina prelibatezza, ci aveva intanto pensato anche Giovanni Boccaccio con la descrizione che Maso del Saggio fa allo sciocco Calandrino del Paese di Bengodi, dove «eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n'aveva»[11].

    Uno dei massimi cuochi del Quattrocento fu maestro Martino de Rubeis, detto comense perché originario di Torre nella Valle ticinese di Blenio, che, dopo essere stato rettore di un ospizio (dal 1442) e cuoco del duca di Milano Francesco Sforza (dal 1457), passò a Roma al servizio del Patriarca di Aquileia Ludovico Trevisan e quindi di nuovo a Milano presso il condottiero Gian Giacomo Trivulzio. Nel suo «Libro de arte coquinaria» ci informa dettagliatamente sul modo di preparare «maccaroni romaneschi, maccaroni in altro modo, maccaroni siciliani e vermicelli».

    Le ricette manoscritte di maestro Martino furono riprese da Bartolomeo Sacchi (1421-1481), detto il Platina perché nato a Piadena o Platina presso Cremona, primo conservatore della Biblioteca Vaticana, che le inserì nel suo «De onesta voluptate et valetudine», il primo libro di cucina a stampa uscito nel 1474 a Roma e quindi a Venezia due anni dopo. Poi tradotto in italiano, francese, inglese, con oltre 250 ricette, questo libro rappresenta il massimo della raffinata cucina del Rinascimento italiano.

    Nei decenni a cavallo tra il Quattro e il Cinquecento, Cristoforo Messisbugo, cuoco alla corte estense di Ferrara e consigliere gastronomo dell'imperatore Carlo V, inventa nuove ricette per la pasta in generale ed i maccheroni in particolare, che poi ha raccolto nel suo celebre «Libro Novo nel quale s'insegna a far ogni sorta di vivande secondo la diversità de' tempi...».

    Maestro Martino, il Platina ed il Messisbugo furono al servizio dei diversi principi italiani non solo per la buona cucina, ma anche per il gusto rinascimentale della messa in scena. Oltre che cuochi essi erano infatti scenografi dei grandi convivi ai quali presiedevano. Erano loro infatti ad abbinare le musiche, i buffoni, le danze, le recite con le decine di portate che venivano servite.

    La loro eredità fu raccolta da Bartolomeo Scappi, cuoco di principi e cardinali nella Roma papalina del XVI secolo. A lui, cuoco segreto di papa Pio V, toccò, tra l'altro, di organizzare il sontuoso banchetto in onore di Carlo V nel 1536. Le ricette sulla pasta, pubblicate nella sua «Opera... dell'arte di cucinare» nel 1570, sono molto più dettagliate che nei suoi predecessori, sia nella descrizione degli ingredienti che in quella dei procedimenti di lavorazione e di cottura. Per lo Scappi i condimenti per i maccheroni e la pasta in generale sono le spezie dolci, lo zucchero, la cannella e naturalmente il formaggio grattugiato.

    Ed ecco una sua ricetta per le tagliatelle:

"Prendere due libra di farina con tre uova ed acqua tiepida. Si impasta un quarto d’ora. Si stende sottilmente col bastone (mattarello), e quando la sfoglia è asciutta, ma non troppo, si spolvera la farina col setaccio perché non attacchi. Si avvolge attorno ad un bastone, si toglie quest’ultimo, si taglia, si lascia asciugare".

    Ed un'altra per fare i maccheroni al ferro:

"Si prepara l’impasto… Si taglia in strisce larghe un dito e lungo quattro dita. Si mette un ferro di calza lungo un palmo sopra le strisce e si dà forma al maccherone con la palma della mano in modo che scorra il ferro. Si cava il ferro e si lascia asciugare il maccherone".

    Ed ancora un'altra per gli gnocchi: "Si prepara l’impasto… se ne prende quanto una noce… si fanno gli gnocchi sopra la tavola, tirandoli sottilmente con tre dita".

 

«’U ’ngegno» e la «gramola»

    Sul finire del Cinquecento il procedimento della lavorazione della pasta, fino allora fatta con la sola forza delle mani, venne rivoluzionato dall'invenzione del «torchio» o meglio, come lo chiamarono subito a Napoli, di «’U ’ngegno» (congegno) e di quella della «gramola». Il loro funzionamento è ben descritto già nella grande Enciclopedia francese del 1767 e più recentemente anche da Angelo Abenante nel suo bel libro su Maccaronari, Napoli 2002.

    Il primo torchio era costituito da un cilindro di legno di rovere o di quercia, rivestito all'interno da una lastra di rame, e da un pistone a vite a pressione, che era azionato da una leva collegata ad un verricello verticale che uno o più addetti manovravano, spingendola anche con la testa, tanto che i pastai erano riconoscibili da un callo che si procuravano sulla fronte per il duro lavoro. La forma dei maccheroni era data dalla ruota bucata che stava alla base del cilindro, la loro lunghezza dipendeva, invece, dal taglio dell'operaio addetto. L'essiccazione veniva fatta all'aperto, dove i maccheroni venivano appesi su lunghe canne.

    Per la pasta corta era utilizzato un tornio orizzontale azionato da una grossa ruota, messa in movimento da ragazzi con la sola forza di mani e piedi. Così, mentre per la molitura si erano fatti grandi progressi con l'introduzione di mulini ad acqua o a trazione animale, per la pasta, ancora per molto tempo, tutto dipenderà dalla forza umana. Anche l'impasto, nelle fabbriche, veniva fatto ancora utilizzando la forza di gambe e piedi di una o più persone che, tenendosi aggrappate ad una corda per non perdere l'equilibrio, pestavano la pasta e la farina in una grossa madia comunemente di legno. L'impasto era coperto da una panno di lino, ma l'igiene era spesso carente perché gli impastatori erano comunemente «uomini cenciosi nel modo più ributtante, e senza veruna cura e politezza»[12].

    Per battere e rendere soda la pasta in grosse quantità, sempre sul finire del Cinquecento, al torchio fu associata la «gramola», che era costituita da un tavolato ruotante, con sopra una stanga ed un asse di legno molleggiato, a sezione triangolare col vertice rivolto verso il basso.

    L'impasto veniva lavorato mediante il saltellamento di un addetto che, seduto sulla stanga, la faceva «molleggiare con apposito e sincronizzato moto di alzata e seduta. La gramolatura durava due o più ore, ogni operaio seduto sulla stanga, muoveva la gamba sinistra, batteva con forza il piede per terra per elevarsi con la stanga, agitava la mano sinistra in aria, e seguiva con la testa tutti i movimenti che faceva in cadenza, accompagnandosi con una nenia che comandava il ritmo... Era un lavoro massacrante, dall’impasto alla torchiatura» (Abenante). Torchi e gramole di quel tipo erano ancora in funzione in Italia fin verso la fine dell'Ottocento, tanto che il loro uso fu ben documentato dalle fotografie dei celebri fratelli Alinari.

 

I maccheroni di Goethe...

    Tra i primi cantori della pasta italiana troviamo anche Johann Wolfgang von Goethe che, nel suo Viaggio in Italia dell'anno 1787, a Napoli annotò che i maccheroni: «Fatti di pasta di farina fine, accuratamente lavorata, ridotta in forme diverse e finalmente cotta, si trovano dappertutto, e per pochi soldi. Si cuociono per lo più semplicemente, nell'acqua pura e vi si grattugia sopra del formaggio che serve a un tempo di grasso e di condimento»[13].

    E quello di Napoli non fu per il grande poeta tedesco il solo incontro con la pasta. Altra sua testimonianza degna di nota è quella in cui racconta del suo arrivo ad Agrigento: «Non essendoci alberghi di sorta, una brava famiglia ci ha alloggiati in casa propria, mettendo a nostra disposizione un'alcova... Una portiera verde ci separava con tutto il nostro bagaglio dai padroni di casa, affaccendati nello stanzone a preparare maccheroni, e maccheroni della pasta più fine, più bianca e più minuta. Questa pasta si paga al più caro prezzo, quando, dopo aver presa forma di tubetti, vien attorta su se stessa dalle affusolate dita delle ragazze, in modo da assumere forma di chiocciole. Ci siamo seduti accanto a quelle graziose creature, ci siamo fatti spiegare le varie operazioni ed apprendemmo così che quella specie di pasta si fa dal frumento migliore e più duro, detto grano forte... Occorre del resto più abilità di mano che non lavoro di macchine o di forme. Ci hanno anche imbandito dei maccheroni squisiti... la pasta che abbiamo gustato mi è sembrata, per candore e delicatezza di gusto, senza rivali». In altre pagine del suo Viaggio, Goethe descrive l'attività dei maccaronari napoletani che, «con le loro casseruole piene di olio bollente, sono occupati, particolarmente nei giorni di magro», a preparare maccheroni, con «uno smercio incredibile».

    Venti anni prima del viaggio di Goethe, nella grande enciclopedia francese del Diderot e D'Alembert, era stato pubblicato il primo monumentale trattato sull'Arte del vermicellaio, apparso, come detto, a Parigi, appunto nel 1767[14].

    Perché in Francia? Perché l'arte della pasta, come tante altre «mode» italiane, che erano state introdotte a Parigi sin dal Rinascimento, aveva conquistato definitivamente i Francesi dopo il matrimonio del loro re Enrico II con Caterina dei Medici (1519-1589), che si era fatta raggiungere a corte da uno stuolo di cuochi italiani.

 

Alla conquista dell'America e della Svizzera

    E fu dalla Francia che la pasta partì alla conquista dell'America. Fu merito di Thomas Jefferson (1743-1826), di colui che sarà (dal 1801 al 1809) terzo presidente degli Stati Uniti. Nel 1787 egli si trovava a Parigi per ricercare nuovi metodi per l'agricoltura e l'industria del suo Paese, che si era reso da poco indipendente dall'Inghilterra. Durante quel soggiorno parigino venne a sapere che in Piemonte era stata selezionata una nuova varietà di riso che resisteva meglio alla cottura ed alla conservazione, ed una macchina che lo scortecciava senza frantumarlo.

    Essendone vietata per legge l'esportazione egli decise allora di passare in incognito le Alpi per contrabbandare riso e macchina in Francia e quindi introdurli nella sua Carolina del Sud. Mentre Jefferson portava a termine la sua missione piemontese, un suo amico e collaboratore, un certo Short, da lui inviato a Napoli, riusciva a procurarsi un torchio per far maccheroni, facendolo imbarcare per gli Stati Uniti. E fu sempre il Jefferson a raccogliere e mettere in pratica, per primo in America, alcune ricette per cuocere i maccheroni, lasciandoci addirittura un libro di ricette casalinghe per cuocere e condire questa specialità italiana[15].

    Di vera e propria industria americana della pasta si può parlare però solo dopo la prima Guerra mondiale. Fino al 1919, l'Italia esportava infatti negli States circa 76 milioni di libbre all'anno che si ridussero a sole 30 mila a partire dal 1919. Gli Stati Uniti da importatori si trasformarono con il tempo in esportatori, nel 1946 ben 72 milioni e nel 1948 oltre 223 milioni di libbre di pasta esportata. Si tratta di un industria per la stragrande maggioranza concentrata in mano agli italo-americani.

    Una macchina simile a quella fatta acquistare da Jefferson a Napoli era stata importata dall'Italia anche in Svizzera. Correva precisamente l'anno 1731 quando i frati del convento benedettino di Disentis fecero impiantare un «torculum pro formandis macaronis»[16].

    La cultura della pasta cominciò a diffondersi allora lentamente anche a nord delle Alpi. Ma fu tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento, quando migliaia e migliaia di Svizzeri si stabilirono in Italia e soprattutto nel Napoletano, come soldati mercenari, banchieri, esattori, industriali tessili, albergatori, che il consumo di pasta cominciò a diffondersi in tutta la Confederazione.

    Uno di loro, il bernese Theodor von Wittel, divenne addirittura un grande fabbricante di pasta. Giunto nell'Eden del Sud come tecnico per la costruzione della prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici, rinunciò ben presto alla carriera di ingegnere per sposare Rosetta Inzerillo, figlia di uno dei più rinomati artigiani pastai di Torre Annunziata. E fu lui a trasformare quella piccola bottega artigianale in una vera e propria industria della pasta che in breve avrebbe conquistato una buona fetta del difficile mercato napoletano e quindi di quello nazionale ed internazionale. Uno dei sette figli di Theodor e Rosetta, esattamente Giovanni, ereditando l'antico e premiato pastificio Inzerillo, nel 1879, decise di napolitanizzare il suo cognome da von Wittel in Voiello. E fu, come scrive, Valerio De Giorgi, una «geniale mossa di marketing», perché «probabilmente i maccheroni Von Wittel non sarebbero andati lontano, mentre la pasta Voiello è diventata uno dei 'simboli' della Napoli culinaria»[17].

A partire dal 1973, la Voiello è entrata a far parte della grande famiglia della Barilla.

 

Maccheroni, vermicelli e spaghetti

    Ritornando alla Svizzera debbo sottolineare che furono le migliaia di italiani impiegati nei trafori alpini a far conoscere la pasta agli operai svizzeri, che prima schernivano i loro colleghi venuti dal sud con gli appellativi di «maccheroni» e «mangia polenta» e poi finirono per diventare essi stessi grandi consumatori delle due specialità italiane. Nacquero allora le prime fabbriche svizzere di pasta, che nel volgere di poco decenni riusciranno con le loro esportazioni a controbilanciare quella importata dall'Italia. Nel 1965, per esempio, la pasta importata dalla Confederazione fu di 3443 e quella esportata di 3124 tonnellate.

    La parola maccherone in varie regioni italiane stava a indicare la pasta in generale e gnocco in particolare. A Napoli con essa si è sempre chiamata la pasta lunga con il buco perché stirata con un fil di ferro o con lo stelo di erbe speciali. Ed i Napoletani continuarono a chiamare maccheroni anche la pasta lunga fatta con il torchio, che altrove prese invece il nome di vermicelli. I maccheroni, ritenuti «cibo grossolano e da gente inferiore», vennero trattati con disprezzo dai classicisti, che coniarono l'aggettivo «maccheronico» per indicare cosa di scarso valore letterario e scientifico.

    Nacquero così le definizioni di «latino maccheronico» e di «poesia maccheronica». A Napoli «maccarone», soprattutto «maccarone senza ’o caso» (senza formaggio) e «maccarone senza pertuso» (senza buco), era anche sinonimo di sciocco. I linguisti si sono esercitati a lungo per scoprire la vera etimologia di maccherone.

    La più probabile origine resta comunque quella dal latino «maccare», perché la loro pasta si ottiene con lo schiacciamento dell'impasto. Persiste tuttavia il dubbio se quel termine fu usato prima con il significato di «sciocco» oppure di «pasta». Già nel Codex Diplomaticus Cavensis (Cava dei Tirreni, Salerno), che è del 1041, si cita infatti un certo «Mari qui dicitur mackarone», nel senso traslato di sciocco, e questo quando ancora quel tipo di pasta non era ancora conosciuto.

    La parola «vermicelli» tradotta in inglese con «little worms» (piccoli vermi), al suo primo impatto con il mondo anglosassone, non ebbe quella fortuna che aveva avuto in Francia. Bisognava allora trovare una definizione nuova. Non si sa tuttavia chi e quando usò per la prima volta la parola «spaghetti».

    Nel monumentale Dizionario della lingua italiana in 6 volumi di Paolo Costa e Francesco Cardinali, Bologna 1822, c'è la parola "spaghetto" per indicare uno "spago sottile".

    Con il significato di pasta lunga, essa entrò in uso a poco a poco, potremmo dire con una certa timidezza, nel linguaggio parlato e scritto. Non c'è ancora nel Dizionario della Crusca del 1840, né in quello del Manuzzi del 1859, e neanche in quell'altro del Volpi del 1868.

    E non ci sarà ancora nel vocabolario del Fanfani e Frizzi del 1883, che spiega tuttavia che i vermicelli «sono in fondo la stessa cosa degli spaghetti».

    La parola la troviamo per la prima volta nel 1824 nel poemetto giocoso Li Maccheroni di Napoli di Antonio Viviani. Nel 1836 il termine è riportato nel Vocabolario Piacentino-Italiano di Lorenzo Foresti, nel 1846 nel Vocabolario domestico di Giacinto Carena e nel 1858 in quello Parmigiano-Italiano di Carlo Malaspina. Strano il fatto che essa resta assente da tutti i vocabolari napoletani dal più antico fino a quello più recente di Francesco D'Ascoli la cui ultima edizione è del 1993.

    Nel Vocabolario Napoletano-Italiano di Gaetano Ceraso del 1910 leggiamo addirittura che i "le varie specie di maccheroni sono: le lasagne, i nastrini, i capellini, i vermicelli, ecc. ecc.", ma mancano gli spaghetti.

 

Leopardi ed i maccheroni napoletani

    Nel 1836, mentre molti poeti e scrittori italiani e stranieri inneggiavano alla pasta, Giacomo Leopardi, in quel tempo ospite di Napoli, componeva una satira in terzine per ridicolizzare il modo di vita degli abitanti: ...tutta in mio danno / s'arma Napoli a gara alla difesa / de' maccheroni suoi; ch'ai maccheroni / anteposto il morir troppo le pesa. / E comprender non sa quando son buoni, / come per virtù lor non sian felici / borghi, terre, province e nazioni.

    Ed i Napoletani, che avevano affibbiato allo sfortunato poeta di Recanati il nomignolo di «ranavuottolo» (ranocchietto), risposero con una «maccheronata» di Gennaro Quaranta:

    E tu fosti infelice e malaticcio / O sublime Cantor di Recanati, / che, bestemmiando la Natura e i Fati, / frugavi dentro te con raccapriccio. / Oh mai non rise quel tuo labbro arsiccio, / né gli occhi tuoi lucenti ed incavati, / perché... non adoravi i maltagliati, / le frittatine all'uovo ed il pasticcio! / Ma se tu avessi amato i Maccheroni / Più de' libri, che fanno l'umor negro, / non avresti patito aspri malanni... / E vivendo tra pingui bontemponi, / giunto saresti, rubicondo e allegro, / forse fino ai novanta od ai cent'anni.

    Ad onor del vero, come fa notare Rolando Damiani, quella satira era solo la «reazione di Leopardi all'ostilità serpeggiante in ambiente napoletano contro di lui e contro la sua concezione della vita e della realtà umana»[18].

Leopardi non aveva assolutamente nulla contro la pasta ed i maccheroni, anzi, come risulta dalla «lista di 49 piatti per il suo cuoco Pasquale Ignarra», pubblicata dallo stesso Damiani, ai primi quattro posti risultano:

1 Tortellini di magro.

2. Maccheroni, o tagliolini.

3. Cappellini al burro.

4. Bodin di cappellini.

Solo che il poeta, per il suo carattere taciturno e pensoso, voleva consumare i suoi pasti da solo ed in santa pace, senza i soliti baccani ed i discorsi vuoti che accompagnavano le lunghe cene dei salotti napoletani.

 

 

I matrimoni con la forchetta ed il pomodoro

    La fortuna della pasta lunga e quindi della sua diffusione in tutto il mondo fu legata al suo matrimonio con la forchetta. La storia ci racconta che la prima forchetta, ma solo a due rebbi, fu usata per la prima volta a Venezia dalla principessa bizantina Maria, andata sposa nel 1003 a Giovanni, figlio del doge veneziano Pietro Orseolo II, ed egli pure associato al dogado. Ebbene, la futura dogaressa fu accusata dal frate Pier Damiani, celebre per aver sostenuto la supremazia della religione sulla scienza, anche perché «neppure si degnava di toccare il cibo con le dita, ma ordinava ai suoi eunuchi di tagliarlo in piccoli pezzi, nei quali conficcava un certo strumento d’oro con due rebbi e così se lo portava alla bocca».

    E con il Damiani, poi fatto santo, tutto il clero veneziano si scagliò contro la forchetta, simbolo del diavolo e dell'inferno, che fu allora messa al bando. Alla corte di Roberto I d'Angiò detto il saggio, che fu re di Napoli dal 1309 al 1343, le lasagne venivano portate alla bocca con un «punctorio ligneo», cioè un punteruolo di legno[19].

    Tra il XVI e il XVIII secolo, rare voci segnalano la peccaminosa forchetta, soltanto a due o tre rebbi, ora in questa ora in quell'altra città europea. Soltanto dopo che, agli inizi del Settecento, le autorità ecclesiastiche ripresero in esame la dibattuta questione sull’infernale strumento, il suo uso cominciò a diffondersi e divenne comunque generale non prima del 1750.

    La grande rivoluzione avvenne però soltanto tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento, quando il ciambellano di corte di Re Ferdinando di Napoli, Gennaro Spadaccini, ebbe la geniale idea di far fabbricare una forchetta a quattro rebbi. Non dovendosi più mangiare con le mani, i maccheroni fecero allora il loro ingresso anche a corte. Sempre a Napoli venne celebrato l'altro importante matrimonio della pasta con il pomodoro. Questo matrimonio indissolubile è testimoniato, per la prima volta, da una ricetta del 1839 nell'appendice alla Cucina casereccia in dialetto napoletano della seconda edizione della Cucina teorico-pratica di Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino (1787-1860).

    E quello con la forchetta ed il pomodoro, furono due matrimoni che contribuirono a far diventare Napoli capitale della pasta, la cui diffusione nel mondo sarà affidata alla maschera regina della città. Così Pulcinella con il suo piatto di maccheroni fumanti farà l'ingresso nella letteratura dei viaggiatori e nei musei di mezzo mondo in quadri ed affreschi anche di grandi artisti.

    Intanto, con la rivoluzione industriale anche il settore della molitura dei grani e quello della fabbricazione delle paste erano stati fortemente interessati alle nuove invenzioni. Verso la metà dell'Ottocento entrarono in funzione i primi mulini a cilindri azionati dal vapore come forza motrice, mentre per la conservazione dei grani furono costruiti i primi silos, molto più capienti ed igienici dei vecchi sacchi o casse di legno.

    Nell'industria pastaia, la vecchia madia fu presto sostituita dall'impastatrice meccanica, ed il vecchio torchio in legno da uno meccanico tutto in ferro e bronzo azionato ancora a mano e poi, a partire dal 1880, da una pressa idraulica. Il prossimo passo fu la meccanizzazione di tutta la filiera della fabbricazione di ogni sorta di pasta.

 

I maccheroni di Said-pascià

    I maccheroni hanno svolto un ruolo importante anche nell'apertura del Canale di Suez. Bisogna sapere che il francese Ferdinand-Marie de Lesseps, che poi sarà l'artefice dell'apertura della via di collegamento tra il Mar Rosso ed il Mediterraneo, progettato dal trentino Luigi Negrelli, fu più volte in Egitto come rappresentante diplomatico del suo Paese. Da ragazzo, fino a 14 anni, mentre suo padre era ambasciatore di napoleone proprio in Egitto, egli visse per lungo tempo con la madre ed i suoi fratelli a Pisa, dove imparò, tra l'altro, anche ad apprezzare la cucina italiana.

    Al tempo del suo secondo incarico da console generale al Cairo, nel 1832, Ferdinand-Marie de Lesseps stabilì uno stretta collaborazione con il viceré Mohammed Ali divenendo anche grande amico di suo figlio, il principe Said-pascià, che succederà poi al padre.

Un aneddoto racconta così l'inizio di quell'amicizia:

    «Uno dei figli del viceré Mohammed Ali, il principe Said, soffriva di una morbosa forma di obesità, che era la disperazione del severissimo padre... che chiese il consiglio di de Lesseps. Il giovane principe veniva così accompagnato ogni giorno nei locali dell'ambasciata di Francia al Cairo, dove, invece di seguire diete ed esercizi ginnici, ebbe la possibilità di rilassarsi e di mangiare a sazietà... Il suo piatto preferito erano i maccheroni, maccheroni e di nuovo maccheroni. Egli non era mai sazio di mangiare maccheroni...»[20].

    Non siamo in grado di pronunciarci sull'efficacia di quella cura, ma, a giudicare dalle immagini che abbiamo, non ebbe sicuramente molto successo. Gli storici sono però tutti concordi nell'affermare che, complice il piatto tipico della cucina italiana, tra il principe egiziano ed il console francese nacque quella forte amicizia che sarà poi alla base della realizzazione della grande impresa dell'unione dei due mari.

 

«Abbasso la pastasciutta!»

    Con la moderna meccanizzazione l'Italia, a partire dalla fine dell'Ottocento ,è divenuta la più grande produttrice di pasta del mondo, un primato che ha mantenuto per tutto il XX secolo e che ha tutti i presupposti tecnici e qualitativi per restare tale anche nel presente.

    Non sappiamo con precisione nemmeno quando, dove e da chi fu coniato per la prima volta il termine pastasciutta. Sappiamo però che l'attacco più duro alla civiltà della pastasciutta fu purtroppo inferto nella sua stessa patria di origine. In piena battaglia del grano, lanciata ufficialmente da Mussolini per aumentare la produzione di frumento, ma in realtà per limitare i consumi di farinacei, il 28 dicembre 1930, sulla Gazzetta del Popolo di Torino, il fondatore e capo del Futurismo italiano, Fillippo Tommaso Marinetti, lanciava il suo «Manifesto contro la pastasciutta», nel quale, tra l'altro, si legge: «Convinti che nella probabile conflagrazione futura vincerà il popolo più agile, più scattante, noi futuristi... Crediamo anzitutto necessaria: L'abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana». Perché da «questo alimento amidaceo... ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo».

    La pastasciutta doveva essere insomma bandita perché era pacifista. E che l'avversione di Marinetti per la pasta fosse soltanto un atteggiamento politico lo dimostra il fatto che, qualche giorno dopo aver lanciato quel Manifesto, ripreso dai giornali di mezzo mondo, egli stesso fu sorpreso in un ristorante davanti ad un piatto di fumanti maccheroni, onde un anonimo cantò allora: Marinetti dice Basta, / messa al bando sia la pasta. / Poi si scopre Martinetti / Che divora gli spaghetti.

    Il danno era però fatto anche perché alcuni luminari della medicina, che avevano aderito al fascismo, dichiararono «l'uso della pastasciutta» addirittura «nocivo» ed il suo «valore nutritivo» mancante di «speciali caratteristiche». Marco Ramperti dopo aver ricordato di appartenere «all'estrema destra del parlamento futurista», scrisse sulla stessa Gazzetta del Popolo: «In fondo la pastasciutta non nutre. Riempie: non rinsangua. La sua sostanza è minima in confronto al suo volume. La nostra pasta asciutta è come la nostra retorica, che basta solo a riempirci la bocca. Il suo gusto... è un gusto porcino... Inghiottiti che siano, gli spaghetti infestano e pesano»[21]

 

La filosofia degli spaghetti

    Un merito comunque la campagna futurista lo ebbe e fu quello di rendere famosa la parola «pastasciutta», che ancora l'anno prima non aveva avuto diritto di cittadinanza nei dizionari della lingua italiana come, ad esempio nel volume quarto di quello di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, uscito a Torino appunto nel 1929, anno VII del fascismo. Un capitolo a parte meriterebbe il cinema come miglior agente pubblicitario della pasta italiana nel mondo. Ma gli interessati possono leggere il bel libro di Caterina d'Amico, Spaghetti & Stars, uscito recentemente, che documenta il ruolo importante da essa avuto in tante scene con Totò, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Gina Lollobrigida, Sofia Loren e Claudia Cardinale, tanto per ricordare soltanto alcuni grandi protagonisti del nostro cinema.

    Ha scritto Giuseppe Marotta, il più moderno e autorevole interprete della Napoli moderna: «Chi entra in paradiso da una porta non è nato a Napoli, noi il nostro ingresso nel Palazzo dei palazzi lo facciamo scostando delicatamente una tendina di spaghetti...»[22].

    «Gli spaghetti hanno diritto di appartenere alla civiltà come e più di Dante» afferma Giuseppe Prezzolini (1882-1982). Ed infatti «l'opera di Dante è il prodotto d'un singolare uomo di genio, mentre gli spaghetti son l'espressione del genio collettivo del popolo italiano». Ed aggiunge: «La filosofia non si trova solo nei trattati dei professori che ne portano il nome... In questo mondo anche il piatto di spaghetti che abbiamo sulla tavola è importante quanto una dottrina filosofica, o rappresenta, nell'affermazione che facciamo della sua importanza e del suo valore, una filosofia». Appunto «la filosofia degli spaghetti». Ma attenti, «dal modo col quale mangi gli spaghetti... una persona acuta scoprirà anche qualche tratto del tuo carattere». Capirà infatti se sei «avido, avaro, frettoloso, timoroso, impetuoso, meticoloso, cauto, disordinato, distratto»[23].

    Concludiamo con la citazione di alcuni versi di una lunga lode dei maccheroni che Jacopo Vittorelli di Bassano del Grappa compose nel 1803: Muoian le droghe / che di vita privano / e i maccheroni / eternamente vivano. (Jacopo Vittorelli, 1803, Bassano del Grappa (1749-1835).

 



[1] POLO Marco, Milione, introduzione di Cesare Segre, a cura di Gabriella Ronchi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1982, T (166): F CLXX,. p. 231.

[2] Ivi, «Il ne ont forment, ne otre bles», p. 548.

[3] RAMUSIO Giovan Battista, in Delle navigationi et viaggi, Venezia 1550-1555, Libro II, cap. 16.

[4] PREZZOLINI Giuseppe, Maccheroni, Rusconi Libri, Milano 1998, p. 165.

[5] LI ZÉFEN, Realtà e mito nel Milione di Marco Polo, in «Donfang zázhì» («The Eastern Miscellany», ed. Commercial Press) Táibei ottobre-novembre 1977.

- MOLINARI Italo M., Un articolo d'autore cinese su Marco Polo e la Cina, in supplemento nr. 30 agli «Annali» dell'Istituto Orientale di Napoli, vol. 42 (1982), fasc. 1.

 

[6] COLUMBRO G., Le muse familiari, in «Molini d'Italia», n. 4, 1984.

[7] IDRISI, Il Libro di Ruggero, trad. di Umberto Rizzitano, Flaccovio, Palermo 1966, p. 38-

[8] ALESSIO G., Storia linguistica di un antico cibo rituale: i maccheroni, in «Atti Accademia Pontaniana», N.S., VIII, pp. 261-280.

[9] CONDORELLI L., I vermicelli nelle prescrizioni dietetiche di Giovanni Ferrario, in «Molini d'Italia», dicembre 1968, p. 453, da ABENANTE Angelo, op. cit., p. 19.

[10] Nuova collezione delle prammatiche del Regno di Napoli, Vol. II, Giustiniani, Napoli 1803, p. 116, da ABENANTE Angelo, op. cit., pp. 18-19.

[11] BOCCACCIO Giovanni, Decameron, Ottava giornata, terza novella.

[12] SPADACCINI C., Novello e grande stabilimento di paste, Dante e Descartes, Napoli 1998, p. 24, da ABENANTE Angelo, op. cit., p. 23.

[13] GOETHE Wolfgang, Viaggio in Italia, vol. II, Sansoni, Milano 1948, p. 820.

[14] MALOUIN Paul Jacques, Description et Details des Artes du Meunier, du Vermicellier et du Boulanger, Parigi 1767.

[15] PREZZOLINI Giuseppe, op. cit, pp. 27-32.

[16] CAPOL Louis, Stand und Probleme der schweizerischen Wirtschaft, XX. Die schweizerische Teigwarenindustrie, Zurigo 1967, p. 1.

[17] DE GIORGI Valerio, Editoriale: Napoli per noi, in «Arte & Storia», Edizioni Ticino Management, anno 7 numero 29, Manno Lugano, giugno-luglio 2006.

[18] DAMINANI Rolando, Leopardi e Napoli 1833-1837, Edizioni Generoso Procaccini, 1998. p. 57.

[19] MOULON Marianne, libro III, da REBORA Giovanni, La civiltà della forchetta. Storie di cibi e di cucina,, Laterza, Roma-Bari 1998, p.18.

[20]  ENGASSER Quirin, Suez, Amburgo 1956, pp. 25-26.

[21] MARINETTI Filippo Topmaso e FILLÌA, La cucina futurista, Christian Marinotti Edizioni, Milano 1998, p. 29.

[22] PREZZOLINI G., op. cit., p. 34.

[23] PREZZOLINI G., op. cit., passim.

 

* * * * * * * *

Alcune delle diapositive proiettate da Tindaro Gatani per illustrare il suo intervento sulla storia della pasta.

 

    

Il torchio e  la gramola in una illustrazione

della grande enciclopedia francese, Parigi 1767

 

Scena di donna persiana intenta a "stirare" i maccheroni, mentre altre donne attendono al fuoco (da un disegno del XVI secolo)

La preparazione della pasta in una famiglia

italiana (da un disegno del XIV secolo)

 

 

 

Davanti ad una spaghetteria della Puglia nel 1909, persone intente a mangiare spaghetti con le mani

Due immagini di spaghetti "stesi" ad asciugare nei pressi di Napoli, fine Ottocento/ inizio Novecento

 

 

Venditore di maccheroni, Napoli inizio Novecento

 

 

Targa pubblicitaria della Barilla, inizi Novecento: un bel

nudo femminile con quattro spighe di grano duro ed una cornucopia dalla quale "cascano" i diversi tipi di pasta

della celebre ditta

Manifesto di ispirazione futurista contro

gli spaghetti

 

 

     

   Mangiata di spaghetti sul set di "Roma" di Fellini, che è al centro in piedi