Appuntamenti a
Villa
Piccolo Capo d'Orlando
16 Agosto 2006, ore 18,30
"L'opera cartografica di
al-Idrisi:
geografo arabo-siculo del XII
secolo"
Conferenza (con diapositive)
di
Testo
© 2006 by
può essere ripreso solo in parte citando la
fonte.
In
pieno Medioevo, mentre in Europa si assisteva ad un regresso degli studi e
quindi delle conoscenze scientifiche rispetto al mondo classico, nel mondo
islamico fiorivano tutta una serie di scuole divenute veri e propri centri di
ricerca che spaziavano dall'astronomia alla matematica, alla fisica, alla
geometria, alla medicina, alla chimica.
La
conoscenza di scritti e trattati scientifici dell'antichità classica, come l'Almagesto e la Geografia del grande matematico
alessandrino Claudio Tolomeo (100-178 d. C.), andati persi in Occidente in
seguito alle distruzioni delle invasioni barbariche, avevano infatti permesso
agli Arabi di compiere progressi in ogni campo dello scibile umano e soprattutto
nelle scienze mediche, astronomiche e geografiche.
Gli
Arabi furono grandi mediatori tra la scuola classica occidentale e le grandi
correnti culturali orientali, praticando un forte interscambio con le antiche e
progredite culture della Persia, dell'India e della Cina, essi perfezionarono le
conoscenze geografiche degli antichi anche per le loro esigenze di
espansione.
Tra i
più famosi astronomi arabi basti citare Al Battani, Ibn Yunis, Abul Hassan,
Azarchel e tra i cartografi numerosi geografi e viaggiatori come Masudi, Ibn
Haukal, Ibn Battuta, Ibn Giubayr.
Al
fiorire delle scuole arabe si contrapponeva un'Europa che qualcuno non esita a
definire «scientificamente balbuziente». Per il semplice fatto che la corrente
regressista del Cristianesimo aveva avuto il sopravvento su quella
progressista.
Della
prima facevano parte Origene, Giovanni Crisostomo, Sant'Agostino e San Tommaso
d'Aquino. La seconda faceva, invece, capo a Paolo Orosio, che nel V secolo fu
autore di un interessante trattato di geografia, a Isidoro di Siviglia, che fu
uno dei più grandi astronomi di tutto il Medioevo, ad Alberto Magno e ad Onorio
d'Autun.
Il
più famoso dei geografi arabi, al-Idrisi, visse e lavorò in
Sicilia.
Abu
Abd Allah Muhammad, meglio conosciuto come Edrisi o al-Idrisi, discendente da
una nobile famiglia che aveva dato alcuni principi di Malaga, nacque a Ceuta in
Marocco nel 1099 (anno 493 dell'Egira).
Dopo
aver compiuto gli studi nelle prestigiose scuole arabe di Cordova, viaggiò in
Spagna, in Africa ed in Asia Minore.
Dal
1138 fu al servizio di re Ruggero II di Sicilia.
Alla
corte di Palermo, al-Idrisi attese alla redazione di una carta geografica delle
terre allora conosciute, la celebre «Charta rogeriana», ad illustrazione
della quale scrisse un libro intitolato «Nuzhat al-mushtaq fi ikhtraq al-afaq»,
ossia «Lo svago per chi brama percorrere le diverse regioni del mondo», ricco di
notizie di ogni genere su tutti i Paesi allora conosciuti.
Il
lavoro per portare a termine la sua opera durò 15 anni e re Ruggero II, il vero
ispiratore dell'opera, partecipò anche nei dettagli alla compilazione sia della
Charta che del libro che dal nome del
sovrano siciliano fu chiamato il Libro di
Ruggero.
Al-Idrisi
si distanziò completamente dalle vecchie teorie sulla forma delle terre
conosciute e fondò la nuova geografia basata sull'esperienza diretta. Nasceva
allora in Sicilia, alla corte di Palermo, la prima vera e propria scuola di
geografia scientifica dell'epoca moderna.
Al-Idrisi
si servì degli scritti degli antichi geografi latini e greci, ma anche delle sue
osservazioni di viaggio così come di quelle di tanti altri esperti chiamati a
collaborare.
Anche
i viaggiatori che giungevano in Sicilia da terre lontane venivano interrogati da
al-Idrisi o da re Ruggero in persona o da funzionari appositamente istruiti:
sulla forma delle terre, sulla altezza dei monti, sui lineamenti delle coste,
sul clima delle zone dalle quali provenivano.
Tutto
veniva catalogato e confrontato con quello che avevano riferito altri
viaggiatori ed infine si passava alla parte operativa consistente nel disegnare
e descrivere.
Per i
paesi più lontani, al-Idrisi si servì dei racconti e delle descrizioni dei
viaggiatori arabi che per oltre tre secoli avevano girato in lungo ed in largo
il mondo allora conosciuto.
Ma
anche in questo caso, ancora una volta, al-Idrisi si mostra di essere grande
innovatore, manifestando verso la stessa «geografia araba uno spirito critico
severo e rimarchevole». Così nella sua opera «il leggendario è ridotto a
semplici note al limite del folclorico» e le cosiddette meraviglie e mirabilia,
delle quali erano piene le carte medievali sia cristiane che musulmane, sono
relegate ai margini del suo racconto e della sua rappresentazione geografica. E
questo è anche il caso dei fantastici popoli di gog e magog, situati nella
estrema parte nord-orientale del globo terracqueo.
La
presenza di gog e magog, come corruttori «sulla terra nostra», non poteva essere
del tutto negata senza mettere in discussione sia la Bibbia (Ezechiele: 38, 2-6, e 39, 1-16 /
Apocalisse : 20, 8) che il Corano (XVII, 91-98)
.
Il
risultato del lavoro di al-Idrisi fu un'opera di indiscutibile valore
scientifico, anche se non priva di espressioni adulatorie nei confronti del
regno di Ruggero II e della centralità del suo Regno di
Sicilia.
«Alla
suddivisione tolemaica in 21 zone al-Idrisi ha preferito quella in sette climi,
fedele non solo ad un'eredità classica più antica, ma anche a lontane radici
iraniche ed al mai obliato brano coranico relativo alle sette terre, ai sette
mari e ai sette cieli» (Margherita Pinna).
«Il
lavoro monumentale di Al-Idrisi - come scrive Henri Bresc - non è una semplice
ricapitolazione, ma uno sforzo immenso di costruzione di un nuovo oggetto
scientifico, il mondo visto nel suo insieme, senza nulla escludere... La
geografia matrice intellettuale del mondo... affermava pienamente in arabo la
gloria di una terra siciliana ricca e pacificata, di una famiglia conquistatrice
e saggia e di un principe al servizio del sapere... Con quel lavoro dell'arabo
al-Idrisi, nella Sicilia del XII secolo, venivano gettate le basi scientifiche
della Prima geografia
dell'Occidente»[1].
Al-Idrisi
inizia il Libro «nel nome di Allàh (Dio), clemente e misericordioso e mio
soccorritore. Sia lode a Dio onnipotente, longanime e caritatevole, elargitore
di favori e benefici illimitati», quindi più avanti scrive che fra i segni più
inconfutabili di Dio «vi è la creazione del Cielo e della Terra: del Cielo egli
innalzò la volta, coordinò le vie, lo costellò di astri e vi pose il Sole e la
Luna — fonti di luce, l'una nella notte e l'altro durante il giorno — affinché
con il loro corso si avesse nozione dell'avvicendarsi del tempo. Quanto poi alla
Terra, egli vi distese le pianure e vi piantò le montagne; vi fece scaturire le
acque e spuntare i pascoli...».
Al-Idrisi
elogia poi «l'augusto re Ruggero, divenuto per grazia divina il potentissimo
sovrano di Sicilia, Italia, Longobardia e Calabria, il sostegno del Pontefice di
Roma ed il difensore della Cristianità. Di gran lunga egli sopravanza il re di
Bisanzio nel potere assoluto e nella direzione degli affari di Stato, in cui
sanziona e abroga a proprio beneplacito...».
Al-Idrisi
passa quindi alla descrizione di quella che egli chiama «famosa isola di
Sicilia».
«Diciamo
dunque — scrive — che la Sicilia è la gemma del secolo per pregi e bellezze; lo
splendore della natura, il complesso edilizio e il remoto suo passato ne fanno
un paese veramente unico. I viaggiatori che vi giungono da ogni parte e tutti
coloro che frequentano le sue città e metropoli... rimangono colpiti dalla sua
fulgente bellezza e parlano diffusamente delle meraviglie che contiene, dei
molteplici suoi incanti, delle ricchezze dei singoli paesi... Ruggero II, lo
stimatissimo re che porta il nome del padre e ne segue le orme... ha dato nuovo
impulso allo Stato, splendore al Regno, lustro all'autorità regia... ha
prodigato alle faccende di governo tutta la sollecitudine e lo zelo di cui
abbisognavano... ha diffuso per ogni dove la giustizia e garantito la sicurezza
ai cittadini. Tali sono i suoi meriti che i regnanti s'inchinano a prestargli
ubbidienza» (da U. Rizzitano).
La
capitale dell'Isola è «Balarm (Palermo) la bella e immensa città; il massimo e
splendido soggiorno; la più vasta ed eccelsa metropoli del mondo... [Essa è]
circondata da grandi e alte montagne, [ma] la sua spiaggia è lieta e ridente...
D'ogni intorno alla capitale della Sicilia [il terreno] è solcato d'acque e
n'erompono delle fonti perenni. Palermo abbonda di frutta; i suoi edifici e le
sue eleganti villette confondono chi si metta a descriverle. Ed abbagliano gli
intelletti. A dirla in una parola, questa città fa girare la testa [il cervello]
a chi
Ad
una giornata di cammino da Palermo, verso levante, sorge Tirmah [Termini] sopra
un poggio che sta a cavaliere sul mare...
A
ponente di Termini è un abitato che s'addimanda 'At Tarbî'ah ["la quadrata",
Trabia], incantevole soggiorno, [ricco] d'acque perenni che [fanno muovere]
parecchi mulini. La Trabia ha una pianura e dei vasti poderi nei quali si
fabbrica tanta [copia di] paste [arabo "itriya" / pasta a forma di fili (Tria in
arabo), / vermicelli", Rizzitano] da esportarne in tutte le parti,
[specialmente] in Calabria e in altri paesi di Musulmani e Cristiani: che se ne
spediscono moltissimi carichi di navi...
A
dodici miglia da Termini [s'incontra] la fortezza di Bûrqâd (villaggio di
Brucato)...
A
dodici miglia dalla detta fortezza è Sahrat al hadid (Roccella / odierna
Campofelice)...
Ad
una giornata leggera sulla spiaggia del mare c'è Gaflûdi (Cefalù), fortezza
simile a città, con i suoi mercati, bagni e mulini... sopra un'acqua che erompe
dalla roccia, dolce e fresca...
Da
Cefalù alla fortezza di Tuz'ah (Tusa) una giornata
leggera...
Da
Tusa alla fortezza di Qal'at 'asl qawârib ("la rocca delle barchette") dodici
miglia ( Piuttosto che "Torremuzza" da me indicata nella Carte comparée ovvero l'odierno comune
di Santo Stefano di Camastra, parmi adesso che questa rocca torni al sito di
Santo Stefano vecchio, a
Da
qui a dieci miglia si incontra Sant Markû (San Marco d'Alunzio), vasta rocca con
avanzi di antichità... La spiaggia è bella e vi si costruiscono delle navi col
legname delle montagne vicine...
A
dieci miglia c'è la fortezza di Nasû che sorge in sito elevato, il contado è
vasto...
A
dodici miglia è Baqtus (Patti), fortezza difendevole, con vasto territorio che
racchiude fertili campi da semina, casali prosperosi, acque correnti, numerosi
giardini: bel paese che sovrasta al mare alla distanza d'un
miglio...
Da
Patti a Labîrî (Oliveri) tre miglia. Oliveri è bello e grazioso casale, con un
gran castello in riva al mare. Avvi un mercato, un bagno, delle case, delle
buone terre da seminare e delle acque perenni... Possiede anche un bel porto,
nel quale si fa copiosa pesca di tonno...
Da
Oliveri a Milâs (Milazzo) dodici miglia. Questo castello spazioso, [fabbricato]
sul fianco di un promontorio che fa punta in mare... [è] paese dei più belli,
dei più eleganti, dei più nobili, dei più eletti e di quei che più somigliano
alle maggiori metropoli, per colture, industrie e mercati e per i diletti e le
comodità della vita... Da Milazzo si esporta molto lino di ottima qualità.
Inoltre ha buoni campi da seminare; copiose acque perenni e parecchie pescherie
del tonno grande...
Da
Milazzo alla città di Massînî (Messina) una giornata leggera... Essa è da
noverare tra i paesi più illustri e prosperi... I monti di Messina racchiudono
miniere di ferro, che si esporta nei paesi vicini. Il suo porto è una gran
meraviglia, rinomato in tutto il mondo, poiché non avvi nave smisurata che sia,
la quale non possa ancorare sì accosto alla spiaggia, da scaricare le merci
passandole di mano a mano... Nel suo stretto la navigazione è difficile, massime
quando il vento spira contro la [corrente dell'] acqua. Quando poi avviene che
le acque escano [dallo stretto] nella stess'ora che altre acque [vi] entrano,
allora quest'incontro [è terribile, e] chi trovasi avviluppato tra quelle due
[correnti] non si salva, se non per grazia del sommo Iddio» (Da Michele
Amari).
E la
descrizione spazia poi su tutta la Sicilia e su tutto il Mondo allora conosciuto
fino ai più remoti Paesi dell'Africa e dell'Asia.
La
grande opera geografica di al-Idrisi, oltre che essere dipinta a colori su carta
setificata, venne anche incisa su un disco d'argento di due metri di
diametro.
Come
tutte le carte arabe, anche questa di al-Idrisi è orientata con il nord in basso
e per leggerla bisogna quindi capovolgerla.
Non
si conoscono né la data né il luogo di morte di al-Idrisi; sappiamo però che
sempre a Palermo portò a termine una seconda edizione della sua opera per re
Guglielmo I (1154-1166) e che lasciò la Sicilia, probabilmente in seguito alle
sommosse anti-musulmane del 1161.
Ancora
incerta è anche l'attribuzione del cosiddetto «Piccolo Idrisi» intitolato
«Giardino degli svaghi e sollazzo degli spiriti», ritrovato al Cairo nel 1893.
Non è stato ancora possibile stabilire con precisione se si tratta di un testo
dello stesso al-Idrisi o di un sunto fatto da uno dei suoi
discepoli.
Il
disco di argento del mappamondo idrisiano andò perso. La Charta o una sua copia
originale, composta da 70 fogli di cm 33 x 21, per una lunghezza complessiva di
cm 332 ed una larghezza di cm 148 (superficie di quasi
Un'altra
copia originale della Charta si trova ad Oxford (Bodleiana Uri,
887).
Altre
copie manoscritte, però non complete, dell'opera di al-Idrisi si trovano al
Cairo, ad Istanbul ed a Leningrado.
«L'arrivo
di al-Idrisi a Palermo - come sottolinea Umberto Rizzitano - segna il momento
più suggestivo ma anche più fecondo di quel colloquio culturale fra la
Cristianità e l'Islàm che ebbe la sua apoteosi proprio alla corte di Ruggero
II... a Palermo, che dopo essere stata la splendente medina degli emiri kalbiti,
divenne con gli Altavilla la polis in cui si maturarono le più promettenti
espressioni di una monarchia dalle salde strutture e si perpetuò la peculiare
funzione della Sicilia quale coordinatrice di diverse tradizioni
culturali...
Artefice
di un regno, ma anche stimolatore e paladino di tutte le espressioni dello
spirito che lo sostanziarono, Ruggero II dischiuse la propria corte a forme di
vita e di pensiero cui avevano dato impulso, nell'isola, i Saraceni; ed in
quell'ambito, e sotto l'egida di un sovrano i cui orientamenti culturali furono
più specificatamente scientifici che scolastici, ebbe la sua genesi l'opera
geografica di al-Idrisi...»[2].
La
descrizione e la rappresentazione di al-Idrisi si spinse, come detto, fino alle
più lontane regioni delle quali gli Arabi avevano buona conoscenza. Così un
secolo e mezzo prima che in Europa cominciassero a diffondersi le prime copie
manoscritte del Milione di Marco Polo
con le notizie sul grande impero del Cathay, a Palermo al-Idrisi, faceva la
prima descrizione scientifica di al
sin, la Cina odierna, che solo dopo oltre quattro secoli sarebbe stata
identificata con il Cathay del grande viaggiatore veneziano. Ancora al tempo di
Colombo la Cina era infatti confusa con il leggendario Mangi o con il mitico
Regno dei Seres.
Tra
l'VIII ed il X secolo mercanti arabi, partendo dal Golfo persico, avevano
infatti solcato l'Oceano Indiano e, facendo scalo sulle coste occidentali
dell'India, raggiungevano le Isole della Sonda, Sumatra e Giava, spingendosi
fino a Khanfù, l'odierna Canton grande porto ed emporio della Cina
meridionale.
Proprio
in al-Idrisi troviamo, tra l'altro, le prime preziose notizie sul rabarbaro e lo
zafferano cinese. «Il rabarbaro che viene
dalla Cina — nota al-Idrisi — è di
migliore qualità, perché è più consistente, meglio colorato e più efficace nella
cura delle malattie soprattutto quelle del fegato».
In
alcune zone paludose «non cresce altro
che lo zafferano sia esso coltivato che selvatico». Lo zafferano cinese, del
quale in quel Paese si fa grande uso, «è
di qualità superiore» a quello che cresce altrove.
Quello
di al-Idrisi quale massimo geografo sperimentale di tutto il medioevo fu
tuttavia uno strano destino. Infatti mentre «l'Islam occidentale subì
durevolmente il suo influsso e gli tributò ampi riconoscimenti, quello orientale
decretò il silenzio quasi completo sull'autore e sull'opera»( M. Pinna). E
questo non tanto perché da musulmano aveva lavorato per un principe cristiano,
ma soprattutto per aver, come detto, messo continuamente in discussione quelle
che erano le conoscenze e le credenze geografiche arabe. Sul fronte europeo, una
volta subentrati gli svevi ai normanni, le lotte e gli scontri fratricidi tra
gli eredi del Regno di Sicilia, portarono anche alla persecuzione degli
intellettuali musulmani e ben presto la loro lingua fu messa al bando in tutta
l'Isola.
L'opera
di al-Idrisi cadde nell'oblio più completo. Il Libro di Ruggero, dimenticato per oltre
quattro secoli, fu stampato per la prima volta in originale arabo soltanto nel
1592 presso
Per
la diffusione dei primi particolari della Charta rogeriana, sarebbe dovuto passare
molto tempo.
Sul
finire del Settecento il bisogno scientifico di una ricostruzione geografica
della Sicilia araba e di quella idrisiana in particolare portò alla ben nota
impostura con la quale l'abate Giuseppe Vella riuscì ad abbindolare alcuni degli
uomini più illustri di Palermo e soprattutto mons. Alfonso
Airoldi.
Nel
dicembre del
«Si
tratta - disse - di una comune vita del profeta, non c'è niente che riguarda
Il
Vella rivolto agli presenti e soprattutto a mons. Airoldi
tradusse:
- Sua
eccellenza l'ambasciatore dice che si tratta di un prezioso codice: non ne
esistono di simili nemmeno nei suoi paesi. Vi si racconta la conquista della
Sicilia da parte degli Arabi, i fatti della dominazione musulmana..., ecc.,
ecc.
L'episodio
è ben noto perché magistralmente raccontato da Leonardo Sciascia nel suo Consiglio
d'Egitto.
Partito
l'ambasciatore, il Vella fu allora incaricato, dietro il pagamento di uno lauto
stipendio, di tradurre e ricostruire sulla base di quei manoscritti la storia
dei musulmani di Sicilia. Il furbo abate si mise allora a falsificare non
solamente la scrittura, ma anche l'ordine delle pagine. Giocando così con quei
fogli come con delle vere e proprie carte da gioco, egli riuscì a mettere
insieme una grande impostura storico-letteraria. E sulla base di quelle false
ricostruzioni Monsignore Alfonso Airoldi, Arcivescovo di Eraclea, Giudice
dell'Apostolica Legazione, e della Monarchia del Regno di Sicilia, compose il
suo monumentale Codice diplomatico di
Sicilia sotto il governo degli Arabi, uscito a Palermo nel
1789.
Sulla
base dell'impostura storica del Vella l'Airoldi fece anche incidere una carta
della Sicilia musulmana che naturalmente è, a sua volta, una vera e propria
impostura geografica.
Non
contento di tutto ciò, il Vella, che ci aveva preso gusto a fare il redditizio
lavoro di falsificatore, fece coniare tutta una serie di false medaglie arabe e
si inventò tutta una serie di consuetudini in vigore nella Sicilia musulmana.
Costruendo di sana pianta corrispondenze, decreti, atti legali compilò così il
cosiddetto Consiglio
d'Egitto.
Tra
gli oppositori del Vella ci furono l'avvocato
Nel
Codice diplomatico e nel Consiglio d'Egitto, mentre sotto i venti
impetuosi della Rivoluzione francese i regni europei cadevano uno dopo l'altro,
il Vella aveva fatto in pratica una lode sperticata e la più becera apologia
della monarchia assoluta. L'impostura letteraria e storica veniva così messa al
servizio di una strategia politica che mirava a spegnere sul nascere qualsiasi
focolaio di rivolta nei due Regni borbonici, quello di Napoli e quello di
Sicilia.
L'opera
dell'Airoldi fu subito tradotta in altre lingue tra cui il francese, il latino
ed il tedesco e fu soprattutto quest'ultima traduzione, uscita a Königsberg nel
Il
Vella non fu tuttavia un impostore solitario, i suoi complici stavano ben più in
alto, nella stessa corte borbonica. Così la colpa di tutta l'impostura fu data a
quell'ingenuo o meglio, come lo definì il testimone Giuseppe Camilleri, a quel
«minchione» dell'Airoldi.
E la
combutta con le più alte gerarchie della corte borbonica è dimostrata dal fatto
che, come sottolinea Michele Amari, «Re Ferdinando III di Borbone gli fece
espiare la pena in una deliziosa villa che il frate aveva comperato con i frutti
delle sue baratterie». Ed alle comodità degli arresti domiciliari in quella
villa di Mezzomorreale si aggiunse, per disposizione dello stesso Re, la
restituzione di tutti i beni confiscati.
Tra
il 1836 ed il 1840 fu per primo il francese Amédée Jaubert a fare una traduzione
integrale di al-Idrisi, subito criticata come poco fedele dal nostro Michele
Amari, autore della monumentale Storia
dei Musulmani di Sicilia, che a sua volta volse dall'arabo in italiano tutta
la parte del Libro di Ruggero
riguardante l'Italia, ricostruendone la relativa carta
geografica.
Nel
corso del suo lungo soggiorno parigino, l'Amari con l'aiuto del geografo Dufour
elaborò la Carta comparata della Sicilia
moderna con la Sicilia del XII secolo. In essa troviamo i nomi delle
località dell'Isola di metà Ottocento con a fianco quelli in arabo tratti da
al-Idrisi o da altri scrittori o geografi musulmani.
Nel
1928, il geografo tedesco Konrad Miller eseguì una ricostruzione a stampa a
colori della Carta del Mondo di al-Idrisi del formato di 200 x
Desidero
chiudere questo mio intervento con alcuni versi di due poeti arabo-siculi
costretti a lasciare l'Isola al momento della conquista normanna. Il primo è Ibn
Hamdis nato a Siracusa nel 1055 e dal 1078 profugo prima a Siviglia e poi in
Algeria e Tunisia.
Bagni
il mio pianto la terra, ove passai la giovinezza;
(...)
Come
nei boschi, di preda avidi, errano i lupi,
devastatrici
s'abbatton, sui siculi campi, le sventure.
Là,
nelle folte selve, fui compagno ai leoni nel gioco,
e
visitai le gazzelle spesso nei loro covili.
Tu mi
nascondi, o mare, un paradiso dietro l'opposta sponda;
mai
le sventure, ma solo gaudi conobbi nella mia terra.
Ivi,
all'alba della mia vita, vidi splendere fulgido il
sole
ora,
lontano ed in lacrime, io lo rivedo al tramonto.
Oh,
perché mi si nega la terra, che il mare divide?
Mentre
Ibn Hamdis canta il tema dell'esilio, Abul Arab, anch'esso riparato a Siviglia,
cerca di confortare il suo dolore per la patria perduta, superando il concetto
di razza e di nazionalità:
Perché
corro dietro a vane, fallaci speranze?
(...)
Anima
mia, non lasciare che lo sconforto ti abbatta,
caccia
da te lontano questo tuo triste compagno.
Poiché
mi abbandona la patria, che i Cristiani fecero
schiava,
io
vivrò nel boschetto, ove fanno nido le aquile.
Nacqui
dalla terra, qualunque terra m'è buona,
ogni
uomo è mio fratello, il mondo è la mia patria.
Nata
da un momento di sconforto e di tormento, l'idea di considerare gli uomini
fratelli e la Terra patria unica di tutti da parte di un poeta arabo-siculo del
XII secolo, dà certamente molto da meditare e da discutere (Poesie riprese da V.
Mattaliano).
Bibliografia
AMARI
Michele, Storia dei Musulmani di
Sicilia, 3 volumi, prima edizione, Firenze, 1854-1872.
AMARI
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AMARI
M., Biblioteca Arabo-sicula, Vol. I,
Torino Roma 1880.
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Henri, NEF Annaliese, Idrisi: La premiére
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GABRIELI
Francesco, Viaggi e viaggiatroi
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MILLER
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MATTALIANO
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Palermo 1979.
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Umberto, Idrisi: Il libro di Ruggero,
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al-Idrisi, in Orientalia Iosephi
Tucci memoriae dicata, Roma Istituto Italiano per il Medio ed Estremo
Oriente, 1988, LVI, 3, p. 1232.