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Appuntamenti a 

Villa Piccolo Capo d'Orlando

16 Agosto 2006, ore 18,30

 

"L'opera cartografica di al-Idrisi:

geografo arabo-siculo del XII secolo"

 

 

Conferenza (con diapositive)

di

Tindaro Gatani

 

Testo

  

© 2006 by Tindaro Gatani / Librizzi (ME) - Italy

può essere ripreso solo in parte citando la fonte.

 

 

 

 

 

  

In pieno Medioevo, mentre in Europa si assisteva ad un regresso degli studi e quindi delle conoscenze scientifiche rispetto al mondo classico, nel mondo islamico fiorivano tutta una serie di scuole divenute veri e propri centri di ricerca che spaziavano dall'astronomia alla matematica, alla fisica, alla geometria, alla medicina, alla chimica.

La conoscenza di scritti e trattati scientifici dell'antichità classica, come l'Almagesto e la Geografia del grande matematico alessandrino Claudio Tolomeo (100-178 d. C.), andati persi in Occidente in seguito alle distruzioni delle invasioni barbariche, avevano infatti permesso agli Arabi di compiere progressi in ogni campo dello scibile umano e soprattutto nelle scienze mediche, astronomiche e geografiche.

Gli Arabi furono grandi mediatori tra la scuola classica occidentale e le grandi correnti culturali orientali, praticando un forte interscambio con le antiche e progredite culture della Persia, dell'India e della Cina, essi perfezionarono le conoscenze geografiche degli antichi anche per le loro esigenze di espansione.

Tra i più famosi astronomi arabi basti citare Al Battani, Ibn Yunis, Abul Hassan, Azarchel e tra i cartografi numerosi geografi e viaggiatori come Masudi, Ibn Haukal, Ibn Battuta, Ibn Giubayr.

Al fiorire delle scuole arabe si contrapponeva un'Europa che qualcuno non esita a definire «scientificamente balbuziente». Per il semplice fatto che la corrente regressista del Cristianesimo aveva avuto il sopravvento su quella progressista.

Della prima facevano parte Origene, Giovanni Crisostomo, Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino. La seconda faceva, invece, capo a Paolo Orosio, che nel V secolo fu autore di un interessante trattato di geografia, a Isidoro di Siviglia, che fu uno dei più grandi astronomi di tutto il Medioevo, ad Alberto Magno e ad Onorio d'Autun.

Il più famoso dei geografi arabi, al-Idrisi, visse e lavorò in Sicilia.

Abu Abd Allah Muhammad, meglio conosciuto come Edrisi o al-Idrisi, discendente da una nobile famiglia che aveva dato alcuni principi di Malaga, nacque a Ceuta in Marocco nel 1099 (anno 493 dell'Egira).

Dopo aver compiuto gli studi nelle prestigiose scuole arabe di Cordova, viaggiò in Spagna, in Africa ed in Asia Minore.

Dal 1138 fu al servizio di re Ruggero II di Sicilia.

Alla corte di Palermo, al-Idrisi attese alla redazione di una carta geografica delle terre allora conosciute, la celebre «Charta rogeriana», ad illustrazione della quale scrisse un libro intitolato «Nuzhat al-mushtaq fi ikhtraq al-afaq», ossia «Lo svago per chi brama percorrere le diverse regioni del mondo», ricco di notizie di ogni genere su tutti i Paesi allora conosciuti.

Il lavoro per portare a termine la sua opera durò 15 anni e re Ruggero II, il vero ispiratore dell'opera, partecipò anche nei dettagli alla compilazione sia della Charta che del libro che dal nome del sovrano siciliano fu chiamato il Libro di Ruggero.

Al-Idrisi si distanziò completamente dalle vecchie teorie sulla forma delle terre conosciute e fondò la nuova geografia basata sull'esperienza diretta. Nasceva allora in Sicilia, alla corte di Palermo, la prima vera e propria scuola di geografia scientifica dell'epoca moderna.

Al-Idrisi si servì degli scritti degli antichi geografi latini e greci, ma anche delle sue osservazioni di viaggio così come di quelle di tanti altri esperti chiamati a collaborare.

Anche i viaggiatori che giungevano in Sicilia da terre lontane venivano interrogati da al-Idrisi o da re Ruggero in persona o da funzionari appositamente istruiti: sulla forma delle terre, sulla altezza dei monti, sui lineamenti delle coste, sul clima delle zone dalle quali provenivano.

Tutto veniva catalogato e confrontato con quello che avevano riferito altri viaggiatori ed infine si passava alla parte operativa consistente nel disegnare e descrivere.

Per i paesi più lontani, al-Idrisi si servì dei racconti e delle descrizioni dei viaggiatori arabi che per oltre tre secoli avevano girato in lungo ed in largo il mondo allora conosciuto.

Ma anche in questo caso, ancora una volta, al-Idrisi si mostra di essere grande innovatore, manifestando verso la stessa «geografia araba uno spirito critico severo e rimarchevole». Così nella sua opera «il leggendario è ridotto a semplici note al limite del folclorico» e le cosiddette meraviglie e mirabilia, delle quali erano piene le carte medievali sia cristiane che musulmane, sono relegate ai margini del suo racconto e della sua rappresentazione geografica. E questo è anche il caso dei fantastici popoli di gog e magog, situati nella estrema parte nord-orientale del globo terracqueo.

La presenza di gog e magog, come corruttori «sulla terra nostra», non poteva essere del tutto negata senza mettere in discussione sia la Bibbia (Ezechiele: 38, 2-6, e 39, 1-16 / Apocalisse : 20, 8) che il Corano (XVII, 91-98) .

Il risultato del lavoro di al-Idrisi fu un'opera di indiscutibile valore scientifico, anche se non priva di espressioni adulatorie nei confronti del regno di Ruggero II e della centralità del suo Regno di Sicilia.

«Alla suddivisione tolemaica in 21 zone al-Idrisi ha preferito quella in sette climi, fedele non solo ad un'eredità classica più antica, ma anche a lontane radici iraniche ed al mai obliato brano coranico relativo alle sette terre, ai sette mari e ai sette cieli» (Margherita Pinna).

«Il lavoro monumentale di Al-Idrisi - come scrive Henri Bresc - non è una semplice ricapitolazione, ma uno sforzo immenso di costruzione di un nuovo oggetto scientifico, il mondo visto nel suo insieme, senza nulla escludere... La geografia matrice intellettuale del mondo... affermava pienamente in arabo la gloria di una terra siciliana ricca e pacificata, di una famiglia conquistatrice e saggia e di un principe al servizio del sapere... Con quel lavoro dell'arabo al-Idrisi, nella Sicilia del XII secolo, venivano gettate le basi scientifiche della Prima geografia dell'Occidente»[1].

Al-Idrisi inizia il Libro «nel nome di Allàh (Dio), clemente e misericordioso e mio soccorritore. Sia lode a Dio onnipotente, longanime e caritatevole, elargitore di favori e benefici illimitati», quindi più avanti scrive che fra i segni più inconfutabili di Dio «vi è la creazione del Cielo e della Terra: del Cielo egli innalzò la volta, coordinò le vie, lo costellò di astri e vi pose il Sole e la Luna — fonti di luce, l'una nella notte e l'altro durante il giorno — affinché con il loro corso si avesse nozione dell'avvicendarsi del tempo. Quanto poi alla Terra, egli vi distese le pianure e vi piantò le montagne; vi fece scaturire le acque e spuntare i pascoli...».

Al-Idrisi elogia poi «l'augusto re Ruggero, divenuto per grazia divina il potentissimo sovrano di Sicilia, Italia, Longobardia e Calabria, il sostegno del Pontefice di Roma ed il difensore della Cristianità. Di gran lunga egli sopravanza il re di Bisanzio nel potere assoluto e nella direzione degli affari di Stato, in cui sanziona e abroga a proprio beneplacito...».

Al-Idrisi passa quindi alla descrizione di quella che egli chiama «famosa isola di Sicilia».

«Diciamo dunque — scrive — che la Sicilia è la gemma del secolo per pregi e bellezze; lo splendore della natura, il complesso edilizio e il remoto suo passato ne fanno un paese veramente unico. I viaggiatori che vi giungono da ogni parte e tutti coloro che frequentano le sue città e metropoli... rimangono colpiti dalla sua fulgente bellezza e parlano diffusamente delle meraviglie che contiene, dei molteplici suoi incanti, delle ricchezze dei singoli paesi... Ruggero II, lo stimatissimo re che porta il nome del padre e ne segue le orme... ha dato nuovo impulso allo Stato, splendore al Regno, lustro all'autorità regia... ha prodigato alle faccende di governo tutta la sollecitudine e lo zelo di cui abbisognavano... ha diffuso per ogni dove la giustizia e garantito la sicurezza ai cittadini. Tali sono i suoi meriti che i regnanti s'inchinano a prestargli ubbidienza» (da U. Rizzitano).

La capitale dell'Isola è «Balarm (Palermo) la bella e immensa città; il massimo e splendido soggiorno; la più vasta ed eccelsa metropoli del mondo... [Essa è] circondata da grandi e alte montagne, [ma] la sua spiaggia è lieta e ridente... D'ogni intorno alla capitale della Sicilia [il terreno] è solcato d'acque e n'erompono delle fonti perenni. Palermo abbonda di frutta; i suoi edifici e le sue eleganti villette confondono chi si metta a descriverle. Ed abbagliano gli intelletti. A dirla in una parola, questa città fa girare la testa [il cervello] a chi la guarda... Fuor del lato meridionale scorre il fiume ’Abbâs (Oreto)...

Ad una giornata di cammino da Palermo, verso levante, sorge Tirmah [Termini] sopra un poggio che sta a cavaliere sul mare...

A ponente di Termini è un abitato che s'addimanda 'At Tarbî'ah ["la quadrata", Trabia], incantevole soggiorno, [ricco] d'acque perenni che [fanno muovere] parecchi mulini. La Trabia ha una pianura e dei vasti poderi nei quali si fabbrica tanta [copia di] paste [arabo "itriya" / pasta a forma di fili (Tria in arabo), / vermicelli", Rizzitano] da esportarne in tutte le parti, [specialmente] in Calabria e in altri paesi di Musulmani e Cristiani: che se ne spediscono moltissimi carichi di navi...

A dodici miglia da Termini [s'incontra] la fortezza di Bûrqâd (villaggio di Brucato)...

A dodici miglia dalla detta fortezza è Sahrat al hadid (Roccella / odierna Campofelice)...

Ad una giornata leggera sulla spiaggia del mare c'è Gaflûdi (Cefalù), fortezza simile a città, con i suoi mercati, bagni e mulini... sopra un'acqua che erompe dalla roccia, dolce e fresca...

Da Cefalù alla fortezza di Tuz'ah (Tusa) una giornata leggera...

Da Tusa alla fortezza di Qal'at 'asl qawârib ("la rocca delle barchette") dodici miglia ( Piuttosto che "Torremuzza" da me indicata nella Carte comparée ovvero l'odierno comune di Santo Stefano di Camastra, parmi adesso che questa rocca torni al sito di Santo Stefano vecchio, a 3 Km dentro terra)...

Da qui a dieci miglia si incontra Sant Markû (San Marco d'Alunzio), vasta rocca con avanzi di antichità... La spiaggia è bella e vi si costruiscono delle navi col legname delle montagne vicine...

A dieci miglia c'è la fortezza di Nasû che sorge in sito elevato, il contado è vasto...

A dodici miglia è Baqtus (Patti), fortezza difendevole, con vasto territorio che racchiude fertili campi da semina, casali prosperosi, acque correnti, numerosi giardini: bel paese che sovrasta al mare alla distanza d'un miglio...

Da Patti a Labîrî (Oliveri) tre miglia. Oliveri è bello e grazioso casale, con un gran castello in riva al mare. Avvi un mercato, un bagno, delle case, delle buone terre da seminare e delle acque perenni... Possiede anche un bel porto, nel quale si fa copiosa pesca di tonno...

Da Oliveri a Milâs (Milazzo) dodici miglia. Questo castello spazioso, [fabbricato] sul fianco di un promontorio che fa punta in mare... [è] paese dei più belli, dei più eleganti, dei più nobili, dei più eletti e di quei che più somigliano alle maggiori metropoli, per colture, industrie e mercati e per i diletti e le comodità della vita... Da Milazzo si esporta molto lino di ottima qualità. Inoltre ha buoni campi da seminare; copiose acque perenni e parecchie pescherie del tonno grande...

Da Milazzo alla città di Massînî (Messina) una giornata leggera... Essa è da noverare tra i paesi più illustri e prosperi... I monti di Messina racchiudono miniere di ferro, che si esporta nei paesi vicini. Il suo porto è una gran meraviglia, rinomato in tutto il mondo, poiché non avvi nave smisurata che sia, la quale non possa ancorare sì accosto alla spiaggia, da scaricare le merci passandole di mano a mano... Nel suo stretto la navigazione è difficile, massime quando il vento spira contro la [corrente dell'] acqua. Quando poi avviene che le acque escano [dallo stretto] nella stess'ora che altre acque [vi] entrano, allora quest'incontro [è terribile, e] chi trovasi avviluppato tra quelle due [correnti] non si salva, se non per grazia del sommo Iddio» (Da Michele Amari).

E la descrizione spazia poi su tutta la Sicilia e su tutto il Mondo allora conosciuto fino ai più remoti Paesi dell'Africa e dell'Asia.

La grande opera geografica di al-Idrisi, oltre che essere dipinta a colori su carta setificata, venne anche incisa su un disco d'argento di due metri di diametro.

Come tutte le carte arabe, anche questa di al-Idrisi è orientata con il nord in basso e per leggerla bisogna quindi capovolgerla.

Non si conoscono né la data né il luogo di morte di al-Idrisi; sappiamo però che sempre a Palermo portò a termine una seconda edizione della sua opera per re Guglielmo I (1154-1166) e che lasciò la Sicilia, probabilmente in seguito alle sommosse anti-musulmane del 1161.

Ancora incerta è anche l'attribuzione del cosiddetto «Piccolo Idrisi» intitolato «Giardino degli svaghi e sollazzo degli spiriti», ritrovato al Cairo nel 1893. Non è stato ancora possibile stabilire con precisione se si tratta di un testo dello stesso al-Idrisi o di un sunto fatto da uno dei suoi discepoli.

Il disco di argento del mappamondo idrisiano andò perso. La Charta o una sua copia originale, composta da 70 fogli di cm 33 x 21, per una lunghezza complessiva di cm 332 ed una larghezza di cm 148 (superficie di quasi 5 metri quadrati) è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi ed è contrassegnata come «Manoscritto arabo 2221».

Un'altra copia originale della Charta si trova ad Oxford (Bodleiana Uri, 887).

Altre copie manoscritte, però non complete, dell'opera di al-Idrisi si trovano al Cairo, ad Istanbul ed a Leningrado.

«L'arrivo di al-Idrisi a Palermo - come sottolinea Umberto Rizzitano - segna il momento più suggestivo ma anche più fecondo di quel colloquio culturale fra la Cristianità e l'Islàm che ebbe la sua apoteosi proprio alla corte di Ruggero II... a Palermo, che dopo essere stata la splendente medina degli emiri kalbiti, divenne con gli Altavilla la polis in cui si maturarono le più promettenti espressioni di una monarchia dalle salde strutture e si perpetuò la peculiare funzione della Sicilia quale coordinatrice di diverse tradizioni culturali...

Artefice di un regno, ma anche stimolatore e paladino di tutte le espressioni dello spirito che lo sostanziarono, Ruggero II dischiuse la propria corte a forme di vita e di pensiero cui avevano dato impulso, nell'isola, i Saraceni; ed in quell'ambito, e sotto l'egida di un sovrano i cui orientamenti culturali furono più specificatamente scientifici che scolastici, ebbe la sua genesi l'opera geografica di al-Idrisi...»[2].

La descrizione e la rappresentazione di al-Idrisi si spinse, come detto, fino alle più lontane regioni delle quali gli Arabi avevano buona conoscenza. Così un secolo e mezzo prima che in Europa cominciassero a diffondersi le prime copie manoscritte del Milione di Marco Polo con le notizie sul grande impero del Cathay, a Palermo al-Idrisi, faceva la prima descrizione scientifica di al sin, la Cina odierna, che solo dopo oltre quattro secoli sarebbe stata identificata con il Cathay del grande viaggiatore veneziano. Ancora al tempo di Colombo la Cina era infatti confusa con il leggendario Mangi o con il mitico Regno dei Seres.

Tra l'VIII ed il X secolo mercanti arabi, partendo dal Golfo persico, avevano infatti solcato l'Oceano Indiano e, facendo scalo sulle coste occidentali dell'India, raggiungevano le Isole della Sonda, Sumatra e Giava, spingendosi fino a Khanfù, l'odierna Canton grande porto ed emporio della Cina meridionale.

Proprio in al-Idrisi troviamo, tra l'altro, le prime preziose notizie sul rabarbaro e lo zafferano cinese. «Il rabarbaro che viene dalla Cina — nota al-Idrisi — è di migliore qualità, perché è più consistente, meglio colorato e più efficace nella cura delle malattie soprattutto quelle del fegato».

In alcune zone paludose «non cresce altro che lo zafferano sia esso coltivato che selvatico». Lo zafferano cinese, del quale in quel Paese si fa grande uso, «è di qualità superiore» a quello che cresce altrove.

Quello di al-Idrisi quale massimo geografo sperimentale di tutto il medioevo fu tuttavia uno strano destino. Infatti mentre «l'Islam occidentale subì durevolmente il suo influsso e gli tributò ampi riconoscimenti, quello orientale decretò il silenzio quasi completo sull'autore e sull'opera»( M. Pinna). E questo non tanto perché da musulmano aveva lavorato per un principe cristiano, ma soprattutto per aver, come detto, messo continuamente in discussione quelle che erano le conoscenze e le credenze geografiche arabe. Sul fronte europeo, una volta subentrati gli svevi ai normanni, le lotte e gli scontri fratricidi tra gli eredi del Regno di Sicilia, portarono anche alla persecuzione degli intellettuali musulmani e ben presto la loro lingua fu messa al bando in tutta l'Isola.

L'opera di al-Idrisi cadde nell'oblio più completo. Il Libro di Ruggero, dimenticato per oltre quattro secoli, fu stampato per la prima volta in originale arabo soltanto nel 1592 presso la Tipografia Medicea di Roma, poi tradotto in latino a Parigi nel 1619 con il titolo sbagliato di Geographia Nubiensis.

Per la diffusione dei primi particolari della Charta rogeriana, sarebbe dovuto passare molto tempo.

Sul finire del Settecento il bisogno scientifico di una ricostruzione geografica della Sicilia araba e di quella idrisiana in particolare portò alla ben nota impostura con la quale l'abate Giuseppe Vella riuscì ad abbindolare alcuni degli uomini più illustri di Palermo e soprattutto mons. Alfonso Airoldi.

Nel dicembre del 1782, l'ambasciatore marocchino Abdallah Mohamed ben Olman, proveniente da Napoli, era stato costretto a fare tappa a Palermo a causa di un fortunale che aveva danneggiato il vascello sul quale viaggiava. Il viceré Domenico Caracciolo e gli intellettuali di Palermo, ne approfittarono allora per condurlo al convento di San Martino e chiedere lumi su alcuni manoscritti arabi che vi erano conservati. Per interprete fu allora scelto il maltese abate Giuseppe Vella, l'unica persona che allora a Palermo capiva un po' d'arabo. Messo di fronte al libro più voluminoso, l'ambasciatore pronunciò subito la sua sentenza:

«Si tratta - disse - di una comune vita del profeta, non c'è niente che riguarda la Sicilia. Una vita del profeta - aggiunse - come ce ne sono tante altre».

Il Vella rivolto agli presenti e soprattutto a mons. Airoldi tradusse:

- Sua eccellenza l'ambasciatore dice che si tratta di un prezioso codice: non ne esistono di simili nemmeno nei suoi paesi. Vi si racconta la conquista della Sicilia da parte degli Arabi, i fatti della dominazione musulmana..., ecc., ecc.

L'episodio è ben noto perché magistralmente raccontato da Leonardo Sciascia nel suo Consiglio d'Egitto.

Partito l'ambasciatore, il Vella fu allora incaricato, dietro il pagamento di uno lauto stipendio, di tradurre e ricostruire sulla base di quei manoscritti la storia dei musulmani di Sicilia. Il furbo abate si mise allora a falsificare non solamente la scrittura, ma anche l'ordine delle pagine. Giocando così con quei fogli come con delle vere e proprie carte da gioco, egli riuscì a mettere insieme una grande impostura storico-letteraria. E sulla base di quelle false ricostruzioni Monsignore Alfonso Airoldi, Arcivescovo di Eraclea, Giudice dell'Apostolica Legazione, e della Monarchia del Regno di Sicilia, compose il suo monumentale Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi, uscito a Palermo nel 1789.

Sulla base dell'impostura storica del Vella l'Airoldi fece anche incidere una carta della Sicilia musulmana che naturalmente è, a sua volta, una vera e propria impostura geografica.

Non contento di tutto ciò, il Vella, che ci aveva preso gusto a fare il redditizio lavoro di falsificatore, fece coniare tutta una serie di false medaglie arabe e si inventò tutta una serie di consuetudini in vigore nella Sicilia musulmana. Costruendo di sana pianta corrispondenze, decreti, atti legali compilò così il cosiddetto Consiglio d'Egitto.

Tra gli oppositori del Vella ci furono l'avvocato Francesco Paolo di Blasi e lo storico Rosario di Gregorio che poi, nella sua Rerum arabicarum..., compì il primo serio tentativo di ricostruire la toponomastica della Sicilia araba, rifacendosi proprio all'opera di al-Idrisi nella sua traduzione latina parigina.

Nel Codice diplomatico e nel Consiglio d'Egitto, mentre sotto i venti impetuosi della Rivoluzione francese i regni europei cadevano uno dopo l'altro, il Vella aveva fatto in pratica una lode sperticata e la più becera apologia della monarchia assoluta. L'impostura letteraria e storica veniva così messa al servizio di una strategia politica che mirava a spegnere sul nascere qualsiasi focolaio di rivolta nei due Regni borbonici, quello di Napoli e quello di Sicilia.

L'opera dell'Airoldi fu subito tradotta in altre lingue tra cui il francese, il latino ed il tedesco e fu soprattutto quest'ultima traduzione, uscita a Königsberg nel 1791 a far svelare tutta l'impostura. Una sua copia capitò infatti nella mani del celebre orientalista Joseph Hager, che non affatto convinto di quanto l'Airoldi aveva scritto, si recò in Sicilia ed andò a controllare i manoscritti tradotti dal Vella, che in mano all'esperto si rivelarono per quello che erano e cioè delle semplici notizie sulla vita del profeta. L'inganno era scoperto. Nel 1796, mentre il Vella veniva condannato a 15 anni di carcere, il Di Blasi dopo aver subito le più atroci torture veniva decapitato per aver plaudito alle idee giacobine ed aver parlato bene della forma repubblicana dello Stato e male della pena di morte, della tortura e dei privilegi della nobiltà siciliana. Con la sua testa cadeva così ogni speranza che le idee della Rivoluzione francese lambissero il suolo siciliano.

Il Vella non fu tuttavia un impostore solitario, i suoi complici stavano ben più in alto, nella stessa corte borbonica. Così la colpa di tutta l'impostura fu data a quell'ingenuo o meglio, come lo definì il testimone Giuseppe Camilleri, a quel «minchione» dell'Airoldi.

E la combutta con le più alte gerarchie della corte borbonica è dimostrata dal fatto che, come sottolinea Michele Amari, «Re Ferdinando III di Borbone gli fece espiare la pena in una deliziosa villa che il frate aveva comperato con i frutti delle sue baratterie». Ed alle comodità degli arresti domiciliari in quella villa di Mezzomorreale si aggiunse, per disposizione dello stesso Re, la restituzione di tutti i beni confiscati.

Tra il 1836 ed il 1840 fu per primo il francese Amédée Jaubert a fare una traduzione integrale di al-Idrisi, subito criticata come poco fedele dal nostro Michele Amari, autore della monumentale Storia dei Musulmani di Sicilia, che a sua volta volse dall'arabo in italiano tutta la parte del Libro di Ruggero riguardante l'Italia, ricostruendone la relativa carta geografica.

Nel corso del suo lungo soggiorno parigino, l'Amari con l'aiuto del geografo Dufour elaborò la Carta comparata della Sicilia moderna con la Sicilia del XII secolo. In essa troviamo i nomi delle località dell'Isola di metà Ottocento con a fianco quelli in arabo tratti da al-Idrisi o da altri scrittori o geografi musulmani.

Nel 1928, il geografo tedesco Konrad Miller eseguì una ricostruzione a stampa a colori della Carta del Mondo di al-Idrisi del formato di 200 x 100 cm (4/7 dell'originale), sostituendo i caratteri arabi con quelli latini.

 

Desidero chiudere questo mio intervento con alcuni versi di due poeti arabo-siculi costretti a lasciare l'Isola al momento della conquista normanna. Il primo è Ibn Hamdis nato a Siracusa nel 1055 e dal 1078 profugo prima a Siviglia e poi in Algeria e Tunisia.

Bagni il mio pianto la terra, ove passai la giovinezza;

(...)

Come nei boschi, di preda avidi, errano i lupi,

devastatrici s'abbatton, sui siculi campi, le sventure.

Là, nelle folte selve, fui compagno ai leoni nel gioco,

e visitai le gazzelle spesso nei loro covili.

Tu mi nascondi, o mare, un paradiso dietro l'opposta sponda;

mai le sventure, ma solo gaudi conobbi nella mia terra.

Ivi, all'alba della mia vita, vidi splendere fulgido il sole

ora, lontano ed in lacrime, io lo rivedo al tramonto.

Oh, perché mi si nega la terra, che il mare divide?

Mentre Ibn Hamdis canta il tema dell'esilio, Abul Arab, anch'esso riparato a Siviglia, cerca di confortare il suo dolore per la patria perduta, superando il concetto di razza e di nazionalità:

Perché corro dietro a vane, fallaci speranze?

(...)

Anima mia, non lasciare che lo sconforto ti abbatta,

caccia da te lontano questo tuo triste compagno.

Poiché mi abbandona la patria, che i Cristiani fecero schiava,

io vivrò nel boschetto, ove fanno nido le aquile.

Nacqui dalla terra, qualunque terra m'è buona,

ogni uomo è mio fratello, il mondo è la mia patria.

Nata da un momento di sconforto e di tormento, l'idea di considerare gli uomini fratelli e la Terra patria unica di tutti da parte di un poeta arabo-siculo del XII secolo, dà certamente molto da meditare e da discutere (Poesie riprese da V. Mattaliano).

 

Bibliografia

AMARI Michele, Storia dei Musulmani di Sicilia, 3 volumi, prima edizione, Firenze, 1854-1872.

AMARI M. e A. H. Dufour, Carte comparée de la Sicile moderne avec la Sicile au XIIe siècle d’après Edrisi et d’autres géographes arabes., Parigi 1859.

AMARI M., Biblioteca Arabo-sicula, Vol. I, Torino Roma 1880.

BRESC Henri, NEF Annaliese, Idrisi: La premiére géographie de l'Occidente, Parigi 1999.

GABRIELI Francesco, Viaggi e viaggiatroi arabi, Firenze 1975.

GABRIELI Francesco, Gli Arabi in Italia, Milano 1979.

MILLER Konrad, Charta Rogeriana. Weltkarte des Idrisi vom Jahr 1154 n . Ch. , ricostruzione e stampa a colori, Stoccarda 1928.

CEDERNA Camilla Maria, Imposture littéraire et stratégies politiques . Le conseil d ' Égypte des Lumières siciliennes à Leonardo Sciascia, Parigi 1999.

PINNA Margherita, Il Mediterraneo e la Sardegna nella Cartografia Musulmana, Cagliari 1997.

MATTALIANO Vincenzo, Immagine di un'Isola, Palermo 1979.

RIZZITANO Umberto, Idrisi: Il libro di Ruggero, traduzione e note di U. Rizzitano, Palermo 1967.

RUBINACCI Roberto, La Cina nella cartografia di al-Idrisi, in Orientalia Iosephi Tucci memoriae dicata, Roma Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, 1988, LVI, 3, p. 1232.

 



[1] BRESC Henri, op. cit., pp. 52-53.

[2] RIZZITANO Umberto, op. cit., p. 11.